Avere vent’anni: NILE – Black Seeds of Vengeance

In una parola, riconciliazione. Non andavo più d’accordo con il death metal, e sembrava che i Cannibal Corpse avessero a disposizione una qualche immunità per poter continuare su quei livelli. Il primo album che gli vidi mettere in commercio fu Vile, qualche anno ancora e sarebbe stato il turno di Bloodthirst. Tolto un EP più d’addio che di transizione a firma Suffocation, usciva pochissimo materiale che fossi in grado di comprendere e metabolizzare facilmente. Brutal death dappertutto: ritmiche frenetiche, il classico rallentamento in mezzo alla canzone e poi tutti quei blast beat. Voci sempre più irriconoscibili come a piantare una croce su un genere musicale che avevo amato alla follia, e che ora non riconoscevo. Naturalmente ogni tanto si godeva lo stesso: il giorno che Skinless, Brodequin e pochi altri debuttarono sul mercato la accettai eccome quella brutalità, così come l’accettai nelle caotiche strutture di certi album dei Cryptopsy e pure altrove. Ma c’era un divario concettuale insormontabile con gli anni delle passate ondate, e quel divario io non ero affatto in grado d’accettarlo. Né mi sforzavo di farlo.

Black Seeds of Vengeance mi fu servito come su un piatto d’argento. Arrivò quando meno l’aspettavo, non fece rumore, ma bastò premere play per sentirne quanto ne volevo e anche di più, di rumore. E in esso colsi l’ingrediente fino a allora mancante. Il timore che l’abbinamento fra il death metal più brutale e l’Egitto potessero presto rompermi i coglioni fu presto spazzato via: avevo ascoltato in fretta e furia il primo album ma in quell’anno ero troppo preso da altra roba per concentrarmici. Mi piacque, ma ci sarei ritornato sopra in seguito. Black Seeds of Vengeance non solo mi mise la voglia di ritornarci sopra, mi diede una sorta di lezione.

In pratica questi tipi qua, i Nile, se ne uscirono fuori con pacchi di arrangiamenti raffinati, e, a un certo punto della canzone, non si limitavano a rallentare e farti scapocciare come previsto dal manuale operativo. Inserivano delle melodie accattivanti e te le stampavano in testa. Poi cambiavano schema, e il pezzo successivo, The Black Flame, lo costruivano tutto sul pathos e sul crescendo. Che usassero un minimo di freno a mano o che non concedessero alcuna tregua – come in Masturbating the War God – i pezzi dell’album che mi ritrovai davanti nel 2000 avevano la chiave per entrarti in testa e non uscirne più. Era la maniera per suonare death metal, non brutal death, nel modo più brutale possibile senza cadere nei tranelli in cui tutti gli adepti del nuovo filone, o quasi, erano caduti, fidandosi ciecamente della propria tecnica e della volontà di sconfinare con la velocità e con altri limiti, che, con la riuscita della canzone, non avevano niente da spartire. Black Seeds of Vengeance fu una valida ragione per rimettersi a seguire il death metal e sperare in lui, peccato che gli stessi Nile avrebbero presto perduto l’impatto e l’efficacia avuti, qui, grazie a un turnista pazzesco come Derek Roddy, a uno stile che ancora conciliava col concetto stesso d’originalità, e a quella sorta di stato di grazia, che, se sei bravo e fortunato, prima o poi magari arriva. E quella sorta di stato di grazia non dura per sempre, anzi, nel loro caso, sarebbe durato pochissimo. (Marco Belardi)

2 commenti

  • Peccato che nessuno commenti. Io non dovrei avere voce in capitolo, dato che all’epoca mi persi l’importanza di questa uscita, essendo all’epoca più attratto da altre esplorazioni, ma poi recuperai. In effetti il Belardi evidenzia un aspetto importante: i Nile misero insieme la velocità e l’aggressività del Brutal americano con altri stilemi, comprendendo le sonorità che associamo all’oriente (minori armoniche e altre), all’interno di una tecnica sia strumentale che compositiva essenziale ed impeccabile. Accattivanti, poi, le tematiche egiziane, sumere e lovecraftiane, oltre ai titoli a volte lunghissimi. Per chi non ha esperienza del genere non è un ascolto facile, ma è metal di alto livello.

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  • Grandissimo disco, i Nile nel giro di un paio di dischi raccolsero tutti coloro che non si riconoscevano più nel genere come dice Belardi. Fu una chiamata alle armi, anche se durò poco, tenne accesa la fiamma.

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