Avere vent’anni: GRAND MAGUS – st

Messo al confronto con la carriera successiva, che da Monument in poi si sarebbe spostata con velocità crescente verso un epic metal of steel and fire la cui secchezza non ho mai digerito molto, l’esordio col botto dei Grand Magus per Rise Above fa proprio storia a sé. Per me è sempre stata una delusione il fatto che abbiano buttato alle ortiche le potenzialità che aveva un esordio cosi, che non segue un canovaccio predefinito di un genere consolidato da altri ma viaggia libero in una commistione barbarica di hard rock manesco, stoner e grunge scandinavo. È sorprendente, oltre che francamente triste, che una band in grado di dimostrare all’esordio una tale personalità si sia poi giocata tutto finendo quasi subito a scrivere canzoni e canzonette epic in fotocopia e fredde, ma non in senso buono.

Grand Magus invece è un disco caldissimo. Si fa per dire. Perché ok, è molto nordico, si sente proprio il vento del Baltico, ma ha un cuore pulsante blues lungo tutta la sua durata. Eppure è duro e perfetto quando evoca una mascolinità vichinga, ben da prima che una popolare serie TV ne facesse una moda, mostrando grazie a milioni di dollari di scenografia quello che la cinquantina di minuti di questo disco qui evoca perfettamente e senza bisogno di costumi. Insomma, il sostanziale pulsare boogie non cozza anzi rafforza un immaginario di pugni d’acciaio e simboli araldici. In Gauntlet, ad esempio, è l’andamento sincopato del riff ad assestare mazzate senza pietà. Stessa cosa in Wheel of Time e Legion. Prima parlavo di grunge scandinavo, una definizione senza senso che ho in testa da anni, da quando mi sembra di averla letta in uno speciale di Rumore in cui si accomunavano i primi Motorpsycho ai carneadi Hedge Hog. Questo disco e pochissimi altri (Demon Box, appunto, o i bellissimi dischi solisti di Quorthon e, diverse spanne sotto per qualità, appunto gli Hedge Hog) avrebbero dato un senso a una definizione del genere, tutti duri, rock e sferzati dal vento gelido del Nord. Ma ovvio, son dischi che non hanno molto ad accomunarli e sono pure lontani nel tempo (i dischi delle band di Seattle almeno erano contemporanei). Eppure qualcosa in comune col grunge ufficiale ce l’hanno. Nel caso di Grand Magus c’è il tono dell’interpretazione stupenda di JB, che come cantante sarebbe tra i migliori della sua generazione e avrebbe potuto, anzi dovuto, fare molto di più, essendosi affermato sin da subito come una versione più rozza e maschia di David Coverdale (che ai suoi esordi si affermava di suo come una versione più rozza e maschia di Robert Plant). Ma qui oltre a Coverdale io ci sento tanto anche certo Chris Cornell, in versione più grezza e maschia, chiaro. Quello delle interpretazioni più dimesse e cupe. In Mountain of Power (il riff iniziale è puro Superunknown) e Wheel of Time non siamo lontanissimi dal doom sghembo che faceva capolino nei primissimi Soundgarden, ma senza gli acuti assurdi (e le chitarre wave di quel genio di Kim Thayl). Anche Cornell, tra l’altro, agli esordi si affermò come una versione più grezza e maschia, ancorché spettrale, di Robert Plant. Mentre il tono confidenziale della strofa di Black Hound of Vengeance, ecco, lì c’è qualcosa delle interpretazioni dimesse degli ultimi dischi dei ‘Garden prima della reunion (ma senza depressione, ché un vichingo depresso che vichingo è?).

The Mighty Grand Magus ai tempi del formidabile esordio

Insomma JB canta col diaframma all’altezza delle palle e avrebbe avuto la stoffa per diventare qualcuno di grande per davvero. Non so se avete presente anche il buon lavoro che fece negli Spiritual Beggars quando si trovò a sostituire quell’altro barbaro di Spice. In Look Back lui e Amott ci regalarono un classico cristallino di hard rock anni ’70 puro e indimenticabile. Un cantante più maschio, davvero, non mi viene facilmente in mente. Però ecco, la differenza sostanziale tra questi Grand Magus e gli altri, quelli dopo, non è tanto la voce, ché lui canta sempre da (semi)dio; semmai è la musica, la scrittura. In questo disco ogni pezzo ha riff avventurosi, tempi di batteria rocciosi e melodie spesso stupende. Generator, ad esempio, di cui sono sicuro esistano due versioni dal missaggio e dal testo leggermente diversi tra la prima stampa e la ristampa successiva (ma parliamo di minuzie). Spettacolare Coat of Arms, dal riff pesante e circolare e dal ritornello epico e romantico, sostenuto da un giusto apporto di hammond. Immaginandoci un’altra chitarra, questa sarebbe davvero una chicca degna dei Rainbow epoca Dio. Diavolo, mi rendo conto che finisco sempre per parlare di Rainbow e Soundgarden. Vedrò di parlarne con un analista. È che Cornell mi manca davvero un casino. E pure Dio.

I Grand Magus nel prosieguo della loro carriera

Siccome il compositore è sempre lui, JB, davvero non capisco cosa sia successo poi. Affiliarsi maggiormente alla tradizione metal nordica non può che essere una cosa buona e giusta, ovviamente, ma non se perdi così tanto in termini di espressività. Poi, ovviamente, con la Rise Above finirono per entrarci poco o nulla, e così trovarono casa prima in Roadrunner e poi in Nuclear Blast. Con quello che ne consegue solitamente, ovvero banalizzando ancora di più la scrittura e aggiungendoci anche un suono plasticoso come le spade giocattolo che si vendono nei negozi di souvenir. Però prima della plastica e del generatore automatico di testi brevettato dai Manowar, i Grand Magus sono stati, per una breve stagione, una band fulgida. Io non me lo dimentico. (Lorenzo Centini)

2 commenti

  • Sergente Kabukiman

    Mamma mia, all’epoca di questo disco potevano davvero diventare un qualcosa di unico, ora fanno ancora ottima musica eh, però ti viene sempre da dire “peccato”..

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  • Sono assolutamente d’accordo, a me ricordano anche qualcosa dei COC di Deliverance e Wise Blood, comunque un esordio magistrale, un’overdose di testosterone, JB un cantante fantastico, mi ricordo anche la comparsata nel disco solista di Fred Estby dei Dismember: che pezzone pure quello. Corna al cielo per quello che fu.

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