La storia di LAYNE STALEY: Giuseppe Ciotta – In catene

Generalmente non sono attratto dalle biografie dei gruppi rock, e, per quel che ho letto sinora, a tenermici alla larga è quella pericolosa mistura di fandonie, artefatte pur d’alimentare una leggenda, ed esemplificati metodi di ricerca tipici del tempo dell’Internet. Manca, molto spesso, quel giornalismo di genuina ricerca e trincea che verrebbe da definire “vecchia scuola”. Se non fosse che Michele Romani mi ha consigliato la lettura del libro qui in oggetto, e che con gli Alice in Chains ci sono cresciuto, non sarei facilmente transitato per queste pagine.

Non calamitò la mia attenzione all’uscita, non so perché. Il punto di forza dello scritto di Giuseppe Ciotta risiede sostanzialmente nel ridipingere una scena da zero, giacché all’epoca non avevamo informazioni sufficienti per farcene un’idea concreta. Questo libro vuole riportarci, come specificato dallo stesso autore, ai modi di percepire la musica – e i suoi inquietanti dietro le quinte – come l’avremmo fatto nell’epoca pre-internet, quando la magia era magia e non si perdeva lungo ogni caffè preso dall’artista e postato sui social. Ridarci un po’ d’ossigeno.

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Giuseppe Ciotta, ex giornalista del quotidiano La Sicilia, nato negli anni Settanta, per quest’ultimo motivo il grunge l’ha vissuto in tempo reale, seppur da lontano. E fu importando per posta il materiale estero, ed assemblando i suoi contenuti alle rarefatte informazioni provenienti da MTV, che poté completare un quadro sin troppo parziale dell’intera vicenda. Come noi tutti, del resto. Nel tardo aprile 2002, non apprese della morte di Layne Staley che su un trafiletto. Incaricato di scrivere del musicista e della scena di Seattle, Giuseppe si è fiondato in loco pur di svolgere il miglior lavoro possibile; non un copia e incolla tipico degli anni di Wikipedia, MySpace, Facebook, YouTube, ma un lavoro giornalistico sentito e zelante, che avrebbe impegnato una significativa porzione della vita dell’autore, dal 2017 delle ricerche in strada all’ombra del Rainier al 2019 dell’avvenuta pubblicazione. Oggetto, un anno più tardi, di una prima ristampa che è segnale della riuscita dell’operazione.

Ben caratterizzata negli ambienti soprattutto nella sua parte iniziale, la Seattle vista da Ciotta è un agglomerato rinnovato e ripulito rispetto a quella che, nei tardi anni Ottanta, riemerse a fatica da una forte crisi del mercato del lavoro, con tutte le conseguenze sociali che ben potremo dedurre. Ciotta vi si immerge e va a pescare, uno ad uno, tutti coloro che saranno disponibili a offrirgli un contributo: Tim Branom e Johnny Bacolas, giusto per citarne due, riallacciandosi a band che, come gli Sleze e i Gypsy Rose, avrebbero rodato, aggregato e lanciato i futuri tasselli degli Alice in Chains. Non riporta il parere di soli musicisti, ma quello di coinquilini, discografici, manager, spacciatori, familiari e preziosi amici che, sino all’ultimo barlume di speranza, avrebbero tentato di raddrizzare situazioni più disperate che contorte. In Catene non è un libro di interviste, ma il racconto di un’epopea in cui un hair metal morente veniva lentamente sgretolato dall’indie e dal punk della Sub Pop Records, oltre che dall’hard rock sabbathiano dei Soundgarden pre-Badmotorfinger, dai predestinati e sfortunati Mother Love Bone e da talentuosi musicisti ancora persi nella cotonata realtà glam, come un giovanissimo Layne.

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A dirla tutta In Catene non è neppure una biografia nel senso stretto del termine, poiché si concentra su Staley man mano che questi ricercherà un profondo senso d’isolamento, rinnegando, per scelta irrazionale, ogni sorta d’aiuto esterno. Il libro narra di Andrew Wood dei Mother Love Bone, di Mark Lanegan e Scott Weiland, e lo fa evitando ogni sensazionalismo o esaltazione capillare del disfattismo e della tragedia sotto forma di fatto narrativo. Racconta piuttosto di dischi, locali, fumosi bar e arene ricolme di fan, e sarà in mezzo a tutti questi racconti di fama e gloria che prenderanno forma le tragedie. Agli occhi esterrefatti dei discografici della Columbia, della manager Susan Silver e di numerose altre figure che ivi vedremo approfondire.

In Catene ti permette di leggere d’un gruppo che pensavi di conoscere a memoria, provocandoti la curiosa necessità di rimetter su ogni loro registrazione, da Dirt alle più sotterranee rarità pubblicate nel Music Bank, rileggendo il tutto con occhi sensibilmente più attenti. L’unico problema vero e proprio, oltre che ostacolo alla lettura, sono le lunghe tranche di testo riservate alle recensioni di Ciotta: ogni album degli Alice in Chains e naturalmente dei Mad Season è setacciato attraverso una profonda analisi di musiche e liriche, il che appesantisce il volume finale di lettura e porta a un bivio ogni tipologia di lettore. Il neofita, a scapito d’un qualunque effetto sorpresa troverà eccessivamente descritta la musica dei Nostri, come lui molto di frequente li interpella; l’appassionato, dal canto suo, riterrà probabilmente superfluo l’approfondimento certosino delle musiche. Nel mio specifico caso, inoltre, avrei preferito si trattassero solo quei testi degni di un’importanza rilevante, se non cruciale, come alcune frecciate fra Layne e Jerry oppure i profondi riferimenti – neppure velati – alla controversa figura di Demri Parrott; liriche del genere sono talmente ripetute, nella discografia dei Chains, che è del tutto controproducente siano interpretate di volta in volta.

Alice In Chains Layne Staley 1993

Il resto del testo è particolarmente coinvolgente, oltre che rivelatore. Si fa innanzitutto chiarezza su molte delle voci circolanti su Staley circa l’inizio della sua dipendenza dall’eroina, e sulle responsabilità del padre e di Demri Parrott. Si fa ulteriore chiarezza sul comportamento dei membri della band, che, secondo molti, avrebbero lasciato solo il talentuoso cantante nei suoi ultimi anni d’isolata esistenza. Nulla di più distante dalla realtà, tanto che sia la madre, Nancy, sia altre figure fra cui un caparbio Sean Kinney, fecero innumerevoli tentativi di riallacciarsi a lui anche quando non c’era più niente da fare. Commovente, poi, ogni riferimento a Mike Starr in seguito alla sua cacciata e dopo l’ultimo e fatidico incontro, risalente ai primissimi giorni di quel dannato aprile del 2002, nell’attico di Layne. Ma non vi rivelerò altro, anche se ci sarebbe da proseguire a oltranza, tanta è la carne messa al fuoco da Ciotta.

Non si tratta di una lettura pesante, e pertanto ve la consiglio senza mezze misure, perdonandole quel mezzo difetto riportato sopra. Considerati i metodi di lavoro in ambito biografico e di reportage, auguro a Giuseppe la miglior carriera giornalistica possibile. E cento di questi libri. (Marco Belardi)

2 commenti

  • Ricordo che si tempi si vociferava che venne trovato a distanza di due settimane dal decesso. Mi sembrò un segno tangibile del suo isolamento. Chiaramente conosco la vicenda per come venne riportata, a questo punto non so nemmeno se sia vero.
    Tra le band venute fuori da Seattle erano quelli che preferivo in assoluto.

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    • Staley fu ritrovato a una tale distanza perché si erano insospettiti degli zero movimenti sulle carte di credito nel periodo, lui l’avevano cercato mike starr a inizio mese, litigando, e aveva rifiutato pure una visita del batterista Kinney che insieme a sua madre non demordeva.

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