Martin Popoff – Sabotage: i Black Sabbath negli anni Settanta

È stato scritto talmente tanto sui Black Sabbath che chi voglia cimentarsi con un nuovo volume sull’argomento deve partire dall’ambizione di produrre qualcosa, se non di definitivo, di originale e intentato. Era stato il caso di Symptom of the Universe, la biografia pubblicata nel 2015 da Mick Wall, una collezione di aneddoti in grado di cogliere di sorpresa anche il fan più informato, graziata da una penna dal talento non comune. Ed è il caso anche di questo libro, per certi versi opposto e complementare, di Martin Popoff, che ha attinto da tutte le interviste realizzate nella sua lunga carriera di scribacchino musicale per una disanima dettagliatissima e maniacale dei primi otto dischi del Sabba, ovvero quelli incisi con Ozzy Osbourne, fino a Never Say Die!.

Assai vivida e suggestiva è la rievocazione della Birmingham degradata e cupa di fine anni ’60. Giunti alla fine del primo capitolo, non si immagina come l’heavy metal avrebbe potuto avere i natali altrove. Già il secondo, però, assume i connotati di una recensione monstre, con un’enorme quantità di dettagli tecnici e musicali per una lettura densissima. L’approccio è quindi molto più filologico che narrativo. Nondimeno Popoff, per quanto il suo proposito – la nota di copertina mantiene le promesse – fosse evidentemente proporre “l’analisi più approfondita che sia mai stata realizzata dei primi otto album dei padrini dell’heavy metal”, cerca di stare il più lontano possibile dall’obiettivo e lascia parlare i protagonisti, in un concitato racconto corale che non coinvolge solo i quattro membri della formazione storica ma si allarga a una fitta parata di figure che avevano accompagnato la band durante il decennio in esame.

sabotage_popoff

Parla il primo manager, Jim Simpson, che aveva accompagnato l’allora Polka Tulk Blues Band, impegnata in estenuanti jam nei jazz club più lerci d’Inghilterra, nella sua ascesa verso la fama, dai locali londinesi di grido ai tour interminabili in quell’America che amò i Black Sabbath di un amore non troppo ricambiato. Parla Gerald Woodruffe, il tastierista che sostiene di aver avuto un ruolo creativo molto superiore a quanto il gruppo gradirebbe ammettere nella stesura di Technical Ecstasy, in merito al quale Popoff si concede forse qualche revisionismo di troppo. Parlano David Tangye e Graham Wright, i roadie che furono a loro volta autori dell’interessantissimo How Black Was Our Sabbath, controbiografia non autorizzata fatta dei loro ricordi.

E, soprattutto, parlano i Sabbath. La figura che emerge più prepotente, quasi al punto di mangiarsi il libro, è quella di Bill Ward. Le interviste più vecchie utilizzate per la stesura risalgono alla fine degli anni ’90, quindi Tony Iommi e Geezer Butler ne escono come i compassati gentleman inglesi che ormai erano diventati, con il filtro mentale dell’uomo di mezza età realizzato e pacificato. Altra storia Ward, che non ha alcuna remora nel descriversi come un pazzo furioso in balia di dipendenze di ogni genere, capace di sfasciare la batteria per un piccolo diverbio di natura creativa o di spaccarsi un braccio in pieno tour per aver preso a pugni una porta in un accesso di rabbia. A lettura conclusa, non solo è improponibile indignarsi per la sua esclusione dal tour d’addio, dovuta principalmente ai problemi di salute dovuti agli stravizi (parliamo di uno che ha avuto il primo attacco cardiaco a 25 anni) ma si resta ammirati da come Iommi e Butler abbiano sempre cercato di recuperarlo nonostante una natura incontrollabile che l’età non aveva affievolito, come dimostrò la sua brusca uscita dal progetto Heaven and Hell.

Heaven and Hell… E i Black Sabbath negli anni Ottanta? C’è un altro libro di Popoff sull’argomento, appena uscito, anch’esso tradotto in Italia da Tsunami. Ne parleremo tra non molto. (Ciccio Russo)

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