Avere vent’anni: MARK LANEGAN – Field Songs

L’Azzeccagarbugli: Il percorso che, sin dall’iniziale The Winding Sheet, ha portato Mark Lanegan ad allontanarsi dalle sonorità più anni ‘90 dei suoi (indimenticabili) Screaming Trees per tornare alle radici della musica americana, giunge in un certo senso al suo punto di arrivo con Field Songs, tra i dischi migliori in assoluto del Nostro, se non il migliore. Un folk dalle venature blues e dall’anima rock, che è ormai il fantasma del  rumoroso passato e che abbraccia l’ascoltatore per dodici brani, uno migliore dell’altro, a partire da quella splendida apertura di One Way Street. Un disco dolente e quasi rassegnato, tra richiami tomwaitsiani (la bellissima Don’t Forget Me, una delle canzoni preferite dallo stesso Lanegan), e la dolcezza di una ballata come Phil Hill Serenade, che grazie alla sua semplicità colpisce diritto al cuore.

Alla bontà delle composizioni e ad una produzione scarna, ma capace di esaltare ogni minimo sussurro, si accompagna una delle migliori interpretazioni di Lanegan, la cui voce impregnata di alcool raggiunge vette insuperabili e insuperate. Ad aggiungere ulteriore valore a un disco perfetto, troviamo anche Kimiko’s Dream House, brano incompiuto di una collaborazione interrotta ancor prima di nascere tra Lanegan e Jeffrey Lee Pierce, leader dei Gun Club e tra i più grandi autori americani della storia del rock. Dopo il buon Bubblegum, Lanegan inizierà a prediligere altre sonorità, con risultati a volte anche interessanti (personalmente sempre meno), ma la magia, il suo periodo d’oro, per quanto mi riguarda si conclude proprio con Field Songs.

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Lorenzo Centini: Ovvero di quando, dopo il disfacimento della band madre e i problemi di dipendenza, Lanegan comprese che era ora di trasformare la sua carriera solista in qualcosa di serio e a tempo pieno. E i dischi che aveva già fatto uscire in proprio non erano esattamente cosette, anzi: erano dischi un po’ nascosti, ma preziosi, polverosi e con qualcosa di magico (penso a un pezzo come Kingdoms of Rain, per esempio, blues da città abbandonata in mezzo ad un deserto). Erano però anche una specie di passatempo tra amici (con l’allora inseparabile Mike Johnson).

Anche in Fields Songs la lista degli ospiti è eccezionale (oltre a Johnson, Ben Sheperd, Bill Rieflin, Chris Goss, Duff McKagan…), ma l’intenzione di sicuro è anche quella di confrontarsi coi grandi, stavolta. Cohen, Waits, Cash, gente così. Così si parte subito con un classicone come One Way Street, tanto antica quanto immediatamente indimenticabile. Poi c’è una cosuccia da niente come il desert rock perfetto di No Easy Action, con quel mellotron e quella melodia femminile che hanno marchiato a fuoco la mia (tarda) adolescenza: una delle mie canzoni preferite in assoluto, giuro. E poi tre tre western songs d’eccezione (Miracle, Resurrection Song, Blues for D). E poi due cowboy ballad strappalacrime (Pill Hill Serenade e soprattutto Kimiko’s Dream House, scritta con Jeffrey Lee Pierce dei Gun Club). Nel passaggio dagli scenari sfocati di Scraps at Midnight agli incubi metanfetaminici di Bubblegum, Field Songs sembra quasi un vecchio dagherrotipo. Tutt’altro che sfocato, però. E forse proprio per questo un po’ meno misterioso e affascinante.

One comment

  • Nonostante fingo di impegnarmi in varie attività quotidiane piuttosto inutili rimango un grosso cialtrone votato al più bieco fancazzismo. Certo che proporre canzoni così licenziose non mi aiuta, vai col Rock !

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