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Il metallo è una cosa seria: GRAND MAGUS – Sword Songs

9 giugno 2016

1000x1000Come avevo scritto qualche settimana fa al tempo della prima anticipazione, mi sono avvicinato a Sword Songs senza sapere bene se aspettarmi fomento e corna in faccia ai vecchi o l’ennesima prova della miracolosa abilità della Nuclear Blast nel trasformare in merda anche quel che era oro. Il primo singolo Varangian, per quanto divertente, non è che facesse proprio gridare al miracolo; già col secondo Forged in Iron – Crowned in Steel era andata un po’ meglio: sempre una manowarata senza vergogna, ma se non altro un po’ meno piaciona e corretta da un certo umorismo sottile – tutto molto bello, insomma, però il rischio che il disco si sgonfiasse sulla lunga distanza c’era, e ho fatto partire play sperando per il meglio ma preparandomi mentalmente al peggio.

In realtà avrei potuto benissimo evitarmi tutti sti patemi dato che Sword Songs non è né un disco dei Manowar sotto altro nome, come ci si poteva aspettare dai singoli, né (per fortuna) l’ignorantata bovina alla Amon Amarth che temevo. Le influenze dei maestri di vita newyorchesi si sentono belle forti, ma per il resto il disco riprende pari pari il suono e l’atmosfera di Triumph and Power, giusto con una produzione ancora più spaccona e tempi medi più veloci. Manca solo la scintilla, lo scatto che in passato aveva loro permesso di tirar fuori fuochi d’artificio come questoSword Songs suona compatto e omogeneo per tutta la sua (breve) durata, senza scivoloni ma anche senza momenti davvero esaltanti a parte forse la conclusiva Every day there’s a battle to fight, una marcia motivazionale che dovrebbe essere suonata per legge almeno otto volte al giorno in ogni sala pesi del Regno.

Sword Songs fa il suo lavoro ma niente di più – e qua si potrebbe anche iniziare tutto un discorso per capire quanto di questo dipenda dalla nefasta influenza livellatrice della Nuclear Blast e quanto, più semplicemente, da un calo di tensione fisiologico per una band che, arrivata all’ottavo disco in quindici anni, non ha più nulla da dimostrare e può anche permettersi di tirare avanti a forza di solo (e solido) mestiere. Eppure anche con tutte queste riserve non riesco ad ascoltare altro da una decina di giorni e so già che alla prossima data in terra inglese starò in prima fila con la birra e in mano e il pugno per aria a rovinarmi le corde vocali e a bestemmiare con gioia la trinità, i santi e l’umanità intera. E credo che la spiegazione migliore di ciò – per citare l’immortale definizione dei Cannibal Corpse data a suo tempo da Trainspotting – sia che i Grand Magus sono persone serie; e quando c’è la serietà non c’è Nuclear Blast che tenga. I Magus sono persone serie come lo sono appunto i Cannibal, i Moonspell, Tom G. Warrior e pochi altri, e questo più di ogni altro è il motivo per cui non riesco a non amarli, anche quando si limitano a fare il compitino. Non è un concetto facile da da spiegare perché va al di là dei meriti strettamente musicali: bisogna vederli dal vivo, capire l’umorismo sottile che attraversa i loro dischi, il fatto che riescano come nessun altro a prendere con ironia tutti gli stereotipi più trucidi dell’epic metal e nello stesso tempo a crederci forte, fino a farne delle lezioni di vita – come appunto sapevano fare i Manowar, prima di diventare una cover band di loro stessi. Ci sono su YouTube un paio di video nei quali JB, ripreso a mezzo busto fra felci e betulle, propone una serissima analisi track by track del disco spiegando tra le altre cose come in realtà il testo di Forged in Iron… tratti delle tecniche metallurgiche dei popoli scandinavi e delle spade Ulfberht e dell’acciaio ad alto contenuto di carbonio e sa il cazzo che altro, per cui insomma anche il tamarrissimo ritornello in realtà andrebbe inteso alla lettera e non metaforicamente, perché “Viking Metal” qua significa proprio “acciaio di qualità superiore”. E che gli vuoi dire a uno così? Che Odino ce lo conservi. (Andrea Bertuzzi)

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