Avere vent’anni: ottobre 1999

CHILDREN OF BODOM – Tokyo Warhearts

Marco Belardi: Ricordo che quando mi accorsi della brutta piega che l’intera faccenda Children Of Bodom stava prendendo fu all’uscita di Tokyo Warhearts. Onestamente mi erano sfuggite le news sui giornali, e di certo all’epoca non ero registrato a qualche mailing list della Spinefarm o diavolerie simili. Quello che so è che un giorno entrai dal mio negoziante di fiducia, il quale, stronzo com’era, aveva addobbato mezza parete dietro alla cassa con Tokyo Warhearts in due o tre edizioni e formati differenti. Il che non era traducibile in “mi aspetto di venderne un botto di copie”, ma in qualcosa tipo “sta arrivando il Belardi, e forse riesco a darne via uno”. Il dialogo lo tengo a mente come se fosse avvenuto pochi minuti fa. Lo vidi aggrottare la fronte appena mi uscì la prima domanda: “E quello che cazzo è”?, in un misto di curiosità e perplessità, diciamo un cinquanta e cinquanta. Provò a metterci una pezza, in fondo si trattava del tour di Hatebreeder e quell’album stava mandando al manicomio un bel po’ di gente. Nella doppia che abbiamo pubblicato ad aprile, per intenderci, io mi schiero con il Carrozzi. Ma non ci fu nulla da fare, lo guardai che aveva ancora la fronte aggrottata come se fosse in procinto di prendere la scala e togliere tutti quei vinili e cd dalla copertina coloratissima da sopra alla cassa. E la prospettiva di vendermelo cessò: “Ci vuole buonsenso, ma come cazzo si fa a registrare un live album dopo due dischi in studio? Che Cristo di scaletta hai per farci un live album? Dopo tutto, bello Hatebreeder, ma rimangono i Children of Bodom”. E comunque non date retta al Messicano, Hexed è bello per davvero.

Cesare Carrozzi: E come volete che possa essere il primo disco dal vivo registrato in Giappone dai Children Of Bodom, con dentro un 60% di Hatebreeder e un 40% di Something Wild? Ma ovviamente una gran figata, che domande. Ancora con Alexander Kuoppala alla chitarra ritmica, ancora con la voglia di spaccare tutto, ancora giovanissimi e super ispirati, insomma è chiaro che qualsiasi lavoro postumo, sia in studio che dal vivo, non regge il confronto col terzetto Something Wild, Hatebreeder e Tokyo Warhearts. Follow The Reaper? Sì è carino, ma per me i Children Of Bodom si fermano qui, dopo non ha praticamente più senso ascoltarli.

MY DYING BRIDE – The Light at the End of the World

Edoardo Giardina: Dopo il dimenticabile 34,788%… Complete, The Light at the End of the World rappresenta il ritorno più o meno definitivo del gruppo di Halifax a sonorità più ortodosse. Il dilemma dei My Dying Bride è che non si riesce a capire quanto questo sia effettivamente stato un bene o un male, perché diventeranno il classico gruppo che continua a ripetersi sullo stesso stile, rimanendo nella sua comfort zone, senza tentare più di andare oltre. E voi direte: “Ma come, ti lamenti di 34,788%… Complete perché è uscito dal seminato, e poi manco questo che ci rientra ti va bene?” E avreste anche ragione, se non fosse che il vero problema non è che 34,788%… Complete sia uscito dal seminato di per sé, ma che l’abbia fatto male. Così come il vero problema con The Light at the End of the World non è che rimane sullo stile di sempre dei My Dying Bride di per sé, ma che non la faccia bene. Fondamentalmente è un album di cui si possono salvare le prime due tracce, She Is the Dark e Endebeast, e che per il resto risulta decisamente noioso. Più avanti continueranno a comporre musica senza discostarsi troppo dai loro marchi di fabbrica, ma qualche volta, a fasi alterne, riusciranno comunque a tirare fuori ancora qualcosa di molto più valido.

SHAMAN – Idja

Trainspotting: Si scrive Shaman, si legge Korpiklaani. Idja è a tutti gli effetti il primo disco dei Korpiklaani, e la cosa sarebbe molto più esplicita se non ci si fosse messo di mezzo Andre Matos. Fu difatti proprio mentre i Nostri stavano registrando Spirit of the Forest, nel 2003, che si seppe che il nome scelto dal brasiliano per il suo nuovo gruppo dopo la separazione dagli Angra era proprio Shaman. Järvelä e la Napalm Records non se la sentirono di rischiare, e cambiarono nome in corsa: ma nei primi due album a nome Korpiklaani campeggia proprio il simbolo degli Shaman, per rimarcare e rivendicare una continuità interrotta solo dalle circostanze.
Tuttavia i due dischi a nome Shaman hanno più differenze che somiglianze con i successivi album di Jonne Järvelä. Meno birraioli, meno allegrotti, meno da sagra della salsiccia, gli Shaman intendevano portare in musica le tradizioni e la mitologia Sami, con addirittura alcuni punti di contatto con la musica western americana. Pezzi brevi, semplici e molto evocativi, con il caratteristico cantato yoik di Järvelä quasi onnipresente. È un peccato che Idja non abbia avuto il successo che merita, e che lo conoscano in pochi, perché insieme al successivo Shamaniac e ai primi due a nome Korpiklaani rappresenta il meglio che Jonne Järvelä abbia mai prodotto.

NOCTURNUS – Ethereal Tomb

Marco Belardi: I Nocturnus avevano capito che senza Mike Browning non era aria, ma fecero ugualmente un tentativo. Una volta sciolti si potè pensare che il peggio fosse definitivamente passato, ma ahimè, cinque o sei anni dopo gli tornò la voglia. Avevano questo materiale già scritto e sostanzialmente non sapevano che cosa farsene. Si forma un gruppo nuovo? Neolitica, feat. Nocturnus members era da rockoteca che passa Du Hast tutti i venerdì, quindi riformarono direttamente i Nocturnus e pubblicarono il loro peggiore album di sempre, un’accozzaglia di linee vocali brutte miste alle solite tastiere sci-fi friendly di Louis Panzer. Dopodiché dovettero ritornarsene a casa a mani vuote: il disco era andato malissimo. Mike Browning a breve avrebbe tirato su gli After Death (attualmente Nocturnus AD), ed è un vero peccato che Mike Davis non si sia limitato a dar retta a Browning negli anni delle pressioni discografiche, del cambio di cantante e di tutte quelle puttanate che rovinarono il giocattolo. Oggi il discorso è ben diverso, poiché Browning ha messo la firma su un album probabilmente superiore perfino allo stesso Thresholds. La sostanza per come la vedo io è questa: The Key era soprattutto farina del sacco di Browning, Thresholds dei musicisti che avrebbero lavorato a Ethereal Tomb. Motivo per il quale Mike Browning non deve essersi sfinito di telefonate per riassemblare proprio quella line-up, ma uno squillo, per educazione, sicuramente glielo fece.

ANCIENT – The Halls of Eternity

Michele Romani: Non sono mai stato un estimatore della produzione degli Ancient post The Cainian Chronicle, per quanto mi riguarda l’ultimo disco degno di nota composto dalla creatura di Aphazel. Li conobbi proprio con quel disco, quando una sera guardando Headbanger’s Ball mi imbattei nell’allucinante video di Lilith’s Embrace (ebbene sì c’è stato un tempo in cui MTV trasmetteva gli Ancient), di cui la scena  fantozziana in cui un improbabile arcangelo Michele con un lenzuolo bianco addosso “ammoniva” il vampiro Lord Kaiphas penso sia tra le cose più assurde da quando l’uomo ha inventato i video musicali. The Halls of Eternity prosegue lo snellimento del sound già iniziato col precedente Mad Grandiose Bloodfiends, una specie di black ultramelodico che ingloba frequentemente sonorità tipicamente gothic, con tanto di voce femminile (in realtà piuttosto fastidiosa) della new entry Deadly Kristin. Riascoltando il disco dopo secoli l’opinione è sempre la stessa: un lavoro senza dubbio ben suonato e ben prodotto, ma che lascia veramente poco o nulla. Non ho la più pallida idea se attualmente esistano ancora, nel dubbio comunque vado a rimettere su Svartalvheim e l’immenso mini Trolltaar, in ricordo dei bei tempi andati.

RAGE – Ghosts

Cesare Carrozzi: Per quanto mi piacciano da morire, ci sono degli album dei Rage che ho trascurato, aprioristicamente o quasi: tra gli altri, uno è Reflections of a Shadow, ed un altro è sicuramente questo Ghosts, uscito appunto vent’anni fa. Secondo me il ‘problema’ tra il sottoscritto e Ghosts è stata la sterzata stilistica impartita ai Rage un po’ per volta dopo Black In Mind, ovvero quel progressivo rallentamento che li ha portati da album molto tirati e a volte ai limiti del thrash (tipo appunto Black In Mind o The Missing Link) a Ghosts, che è una sorta di XIII parte seconda, essenzialmente impostato su velocità medie o medio/basse, con l’apporto dell’orchestra e con un Peavy decisamente poco aggressivo dietro al microfono. Ora, Ghosts è tutt’altro che brutto, anzi, riascoltandolo mi piace sicuramente più adesso che non vent’anni fa, quando effettivamente tra Lingua Mortis, XIII e Ghosts i Rage mi avevano un filo rotto le palle, pure amandoli alla follia. Un po’ come mi è successo con i dischi post-Soundchaser della formazione con Smolski e Terrana, e come spero non mi accada con il prossimo Wings Of Rage in uscita l’anno prossimo. Ecco, la differenza tra Ghosts e i vari Speak Of The Dead, Carved In Stone e blablabla, è che questi ultimi sono oltre la mia capacità di rivalutazione, non li riascolto manco per sbaglio e difficilmente tra vent’anni li rivaluterò come per Ghosts. Quindi, siccome ne vale la pena, rivalutatelo anche voi.

AGENT STEEL – Omega Conspiracy

Marco Belardi: Le figure rappresentative per gli Agent Steel non furono moltissime: ad esempio il chitarrista ex Abattoir, Juan Garcia, che formò un’eccezionale coppia storica con Chuck Profus dietro alle pelli. Poi c’è quella più ingombrante di tutte, individuabile in un certo John Cyriis. Non risponderò a domande senza una risposta, come dirvi il mio album preferito tra i primi due ed il bellissimo EP Mad Locust Rising. La questione si fa più impervia se si ritenta l’esperimento a cavallo tra la prima reunion e il ritorno al nome Agent Steel dopo che John Cyriis ebbe portato gli altri in tribunale, obbligandoli per un certo periodo a chiamarsi “Order of the Illuminati”. I dischi in questione sono appunto The Omega Conspiracy e Order Of The Illuminati, usciti a cavallo fra fine ’90 e inizio 2000. In entrambi, naturalmente, non cantava John Cyriis, bensì un tale di nome Bruce Hall.
Lasciando un attimo da parte il fatto che non stravedo per Bruce Hall, il problema di The Omega Conspiracy è che gli mancavano i pezzi. Alcuni erano pure carini, ma non c’era la hit, il pezzone da cantare a squarciagola, l’inno di metallo americano ottantiano che ti marchia a fuoco il cuore. La Violence and Force del caso, giusto per tirare in ballo gli Exciter, che mi sto riascoltando adesso. Era tutto talmente ordinario da infastidire. Order Of The Illuminati, per intenderci, ha qualche pezzo in più. Al contrario lo stile era molto allettante, poiché, senza andare a snaturare ignobilmente le radici del gruppo, gli aggiunse quella corposità tipica di altri gruppi statunitensi, come Metal Church o Helstar. Più dinamismo, tecnica, struttura e gusto melodico, meno minimalismo e linearità: il confronto con gli Agent Steel degli esordi fu schiacciante quanto a riuscita ed effetto. Personalmente li preferisco qui, a mezzo servizio ma con un’identità, che plasticoni e aggressivi come in seguito, ma la realtà delle cose era che gli Agent Steel, una volta riuniti, con Juan Garcia oppure con John Cyriis, sarebbero rimasti un gruppetto qualunque e non più la macchina macinariff del triennio storico che tutti ricordiamo.

INCUBUS – Make Yourself

Edoardo Giardina: Scoprii gli Incubus in un periodo della mia vita in cui avevo cominciato a suonare da poco il basso grazie ai Red Hot Chili Peppers, gruppo che aveva accompagnato in solitaria la mia pre-adolescenza. Avevo anche iniziato ad affacciarmi sempre di più sul mondo del metal e quando su internet e sui vari forum scoprii l’esistenza del fantomatico funk metal, mi ci buttai a capofitto. In realtà i Primus (unico gruppo che forse si può veramente descrivere come funk metal), per quanto provassi una certa istintiva simpatia per Les Claypool, all’epoca non mi piacquero molto. Inevitabilmente, nelle mie ricerche incappai poi negli Incubus; anche loro californiani, inevitabilmente. Pure i loro primi lavori probabilmente sono una delle pochissime vere espressioni di funk metal, ma Make Yourself comincia ovviamente ad essere il presagio della fine della band: l’album dove gli elementi metal sono già stati diluiti e rimane giusto qualcosa di funk in alcune linee di basso e di chitarra (che comunque scomparirà del tutto nel giro di due LP al massimo). Make Yourself è sicuramente inferiore rispetto al precedente S.C.I.E.N.C.E., ma rimane comunque l’ultimo album ascoltabile degli Incubus.

ARTILLERY – B.A.C.K.

Marco Belardi: Quando l’album uscì non mi piacque affatto: gli trovai una miriade di difetti, tra i quali sottolineo giusto il calo di voce che affliggeva Flemming Ronsdorf. Non sputava più odio come in Fear Of Tomorrow, e non rendeva quanto su By Inheritance. In compenso la line-up degli Artillery, completata dai due Stutzer e dal batterista degli Invocator, Per M. Jensen, rappresentava l’ideale assetto per chiunque si fosse aspettato qualcosa di inedito da loro. A proposito, risentitevi Excursion Demise dei danesi Invocator perché era davvero carino. B.A.C.K. è un album molto gradevole e regge la botta del tempo soprattutto perché, anziché rendersi artificioso e forzatamente aggressivo come certe loro produzioni recenti – non l’ottimo The Face Of Fear, ci tengo a rimarcarlo – si allinea con certo spirito revivalista e genuino che ultimamente sembra aver solleticato l’interesse dell’Europa più che degli Stati Uniti. Direi Sud escluso: laggiù sono completamente folli e mi immagino interi popoli intenti ad ascoltare war metal alle cinque del mattino. Tornando in tema, nei brani di B.A.C.K. viene portata avanti quella vena heavy metal che fece capolino in By Inheritance e che ha nettamente preso campo negli ultimissimi lavori della band. Non è predominante, ma risulta già come componente primaria. Se poi volete ascoltare thrash metal, e quello soltanto, mettete su un brano come The Cure e sarete probabilmente accontentati. Goduriosa la citazione da Terror Squad alla terza traccia.

PAZUZU – III: The End Of Ages

Michele Romani: I Pazuzu nacquero nel lontano 1994 come side project dei Summoning, una sorta di valvola di sfogo dove dare spazio ad influenze medieval/dark wave a scapito di quelle prettamente metal. Dopo l’esordio And All Was Silent le redini del progetto vengono prese esclusivamente da Raymond Wells (già attivo nei Raventhrone), che a partire dal secondo bellissimo Awaken The Dragon si occuperà di tutti gli strumenti. III: The End of Ages prosegue il discorso iniziato col precedente album, mettendo parzialmente da parte le influenze medieval dungeon-synth in favore di sonorità più marcatamente dark wave, per quello che può essere rappresentato come un viaggio attraverso gli antri più oscuri dell’inconscio dell’ascoltatore. Solo per chi è avvezzo a questo particolare tipo di sonorità.

WITCHERY – Dead, Hot and Ready

Marco Belardi: Il primo dei Witchery traeva ogni significato dalla sua attitudine fortemente old school, che finì per impregnare tutto quanto a partire dal suono. Dead, Hot And Ready, pur seguendolo a ruota, subì invece una volontaria ricerca dell’aggressività a tutti i costi, manifestata in una title-track del tutto slayeriana e in una manciata di brani che ripercorrevano all’incirca le stesse orme. Era un album maturo, sì bello, ma maturo nel senso sbagliato. E questa mancanza di ingenuità tolse di dosso ai Witchery l’incantesimo che aveva reso magico un dischetto semplice, banale, ma assolutamente genuino come Restless & Dead. Il tramonto dei Witchery con Toxine alla voce non fu tuttavia istantaneo: persero la loro linfa vitale album dopo album, fino a crollare in Don’t Fear The Reaper e diventare un qualcosa di totalmente superfluo. Probabilmente erano finiti anche in mezzo al contesto sbagliato: loro che remavano in direzione degli anni di gloria, e i vicini di casa, per non dire Patrik Jensen stesso con i The Haunted, che seppellivano il tutto con uscite dozzinali e una marea di musica di merda. Come sopravvivere a tutto questo?

PRIMUS – Antipop

Marco Belardi: Antipop è il risultato di una notevole gang bang di artisti che, riuniti a collaborare con i Primus in occasione del loro album del 1999, ebbero il compito suicida di far notare a Les Claypool che qualcosa proprio non andava. Il gruppo veniva da un paio di album tutt’altro che brillanti e piuttosto, confusionari, ai limiti della jam. Molta musica dei Primus aveva la jam session nelle vene, questo fin dagli esordi, ma la cosa aveva decisamente preso il largo in Brown Album. Il colore scelto per l’occasione fu tanto azzeccato, quanto il titolo di Antipop avrebbe fatto autoironia sulle mosse future di Les Claypool e compagnia bella: innanzitutto in fase di produzione ci finirono il batterista dei The Police – Stewart Copeland – insieme a Tom Waits, Fred Durst e Tom Morello. A sorpresa non ne nacque una furiosa rissa, ma fruttuose idee su come tirar fuori qualcosa di decente dai Primus. Sempre a sorpresa, dalle menti di Limp Bizkit e Rage Against The Machine fu suggerito un suono più pesante e spigoloso che in passato. Les Claypool si fece infinocchiare, evidentemente lo sapeva pure lui come stavano le cose. E credo che gli sia stato indicato di tirar fuori canzoni, e non indigesti ammassi di note. Di essere programmatico, di agire un po’ più a tavolino. Dall’orgia escono fuori la tostissima Lacquer Head, Electric Uncle SamElectric Electric con James Hetfield in duetto con Larry LaLonde e Jim Martin. Esce fuori Coattails Of A Dead Man, che sembra avere stampato sopra “fine dei giochi” o un concetto del genere. Brian Mantia è perfettamente a suo agio su un album, aggressivo e relativamente lineare, che sembrava pensato e scritto per Tim Alexander. Ma il batterista storico tornerà solo più tardi. Ultimo album dei Primus per quello che mi riguarda, nonchè il migliore dopo i primi tre in studio. E occhio alla traccia fantasma.

4 commenti

  • Questo dei my dying bride fu l’ultimo a piacermi, anche se non molto a fuoco e prolisso ogni tanto mi ricapita di ascoltarlo. All’epoca il “back to the roots” non era ancora una costante per fortuna, e questo ritorno a sonorità più death mi era piaciuto. Successivamente sono diventati una cover band di se stessi e amen. Ghosts non lo ascolto da una vita ma mi era piaciuto abbastanza, con quel suo mood preso male. Certo che se lo paragonavi a back in mind o end of all days ne usciva piallato, ma Peavy mi ha sempre smosso qualcosa, almeno all’epoca.

    "Mi piace"

  • dai su, The Light… è un bel disco, forse un paio di brani non sono proprio ispiratissimi, ma ricordo che all’epoca lo ascoltavo parecchio ed ero ossessionato dal testo della title-track.

    "Mi piace"

  • Conoscevo solo gli Shaman di Matos. Leggendo distrattamente avevo capito che erano gli stessi di Ritual e da cui slcuni membri staccatisi avrebbero dato vita ai Korpiklaani ed ero là ad occhi sgranati “Ma che davvero? Ma no, dai”.
    Strana la decisione di cambiare none, in genere chi prima arriva meglio alloggia. Comunque provo a dargli un ascolto, i Korpiklaani cazzoni non li reggo, quelli un po’ più seri magari sì.

    "Mi piace"

  • A me sto disco degli Agent Steel piace un botto.
    E pure The Light…è molto bello (meno del successivo, forse).

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...