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‘Fireworks’ degli ANGRA, il perfetto regalo di compleanno

26 luglio 2018

Qualche giorno fa è stato il compleanno di Chiara, una sorella del vero metal. Volevamo comprarle un cd, ma non sapevamo quale. Allora per farmi consigliare ho chiamato suo marito, il maresciallo Diaz, che mi ha detto che Chiara stava attraversando in pieno un periodo power, ma di fare attenzione perché in quell’ambito lei ha gusti abbastanza imprevedibili. Allora ho preso il fido cagnolino e sono andato al negozio di dischi vicino casa (sì, io ho ancora un negozio di dischi vicino casa) e dopo una rapida scorsa agli scaffali ho preso Fireworks.

La scelta di Fireworks mi è venuta naturale perché per me questo disco ha il fascino della riscoperta in tempi molto successivi all’uscita. A mia parziale giustificazione posso addurre che all’inizio aveva lasciato l’amaro in bocca a parecchia gente; e del resto era un passo decisamente coraggioso per un gruppo che veniva da una doppietta d’esordio come Angels Cry e Holy Land: il primo, un disco di power metal veloce e melodico che li aveva resi famosi nel mondo come nuove promesse del genere; il secondo, un disco evoluto, personale, in cui le influenze tribali e genericamente brasiliane permeavano la struttura stessa dei brani. All’epoca ci si aspettava che gli Angra continuassero su questa strada, approfondendo quel discorso tribale o quantomeno rimanendo più o meno sulle coordinate di Holy Land, dato che a quel punto della storia gli Angra erano per tutti il gruppo power con influenze brasiliane e quando qualcuno inseriva elementi tribali o latinoamericani nel proprio suono ci si riferiva con quelli tipo gli Angra. Poi arriva Fireworks che è un disco pulitissimo, che rimanda al metal americano degli anni 80, con un raffinatissimo gusto per la precisione e la perizia tecnica, e in cui l’unico titolo con un rimando topografico (Lisbon) il solo strumento esotico è il violino e perdipiù indica il nome di una città europea. Ci rimasi malissimo, un po’ come tutti o quasi: grossomodo chiunque lo considerava un passo falso degli Angra, il disco dignitoso ma fondamentalmente sbagliato che comprensibilmente capita nella discografia di un gruppo. Era proprio diverso nell’animo, rispetto a Holy Land. Cercava di raggiungere obiettivi diversi usando mezzi diversi, non so come spiegare. Mi innamorai subito di Lisbon, che fu l’unica che continuai ad ascoltare abbastanza spesso. Però il disco non riusciva proprio ad entrarmi, anche perché all’epoca ero un adolescente con l’adorazione per Blind Guardian e Gamma Ray e molte cose non riuscivo proprio a comprenderle. 

L’ho riscoperto da pochi anni a questa parte, a dir la verità, confinato com’era nel recesso della mia mente destinato ai dischi del cazzo, peraltro pericolosamente strapiombante sull’abisso dell’orribile dimenticatoio, l’oscura voragine in cui ho precipitato ad esempio i dischi dei Dornenreich, quelli che suonavano allo Wolfszeit in entrambi i giorni e di cui so di aver ascoltato i dischi senza ricordarmi neanche una mezza nota. Non so com’è che l’ho ripreso in mano, forse ho sentito qualcuno parlarne bene su Facebook, non ne ho idea. È un disco estremamente maturo, sia detto nel senso migliore della parola, laddove Holy Land, pur essendo il miglior disco degli Angra in senso assoluto, dava l’impressione di essere una felice intuizione da parte di un gruppo ancora acerbo. In questo è stato sicuramente fondamentale l’apporto di Chris Tsangarides, il produttore, subentrante a Charlie Beuerfeind, quello che aveva spezzato le gambe a Nightfall in Middle-Earth e Black Hand Inn, per dirne due. L’atmosfera sognante e immaginifica di Holy Land è sicuramente merito di Beuerfeind, che sembrava però non aver considerato che all’interno di quel disco c’erano pezzi molto diversi tra di loro, e che molti frangenti venivano affossati da questo tipo di suono. Carolina IV, ad esempio, poteva essere un capolavoro, e probabilmente lo è, ma avrebbe potuto essere ancora meglio, diciamo. Tsangarides è un produttore heavy metal nel senso più classico del termine, e spreme il massimo dalle composizioni che gli avevano affidato gli Angra in quel periodo. Certo, si dovrà considerare che Fireworks è un disco molto più compatto e omogeneo stilisticamente rispetto a Holy Land, ma nulla vieta di pensare che anche questo sia merito del produttore. Comunque sia, Fireworks ha molti meno picchi rispetto al predecessore, ma di contro è praticamente inattaccabile. Dà l’idea che i musicisti si stessero divertendo e che fossero veramente fieri di quello che stavano suonando. Ha belle melodie, meravigliosi arrangiamenti, suona esattamente come dovrebbe suonare e racchiude anche qualche gemma, e cioè le prime quattro: la citata Lisbon, l’apertura Wings of Reality, Metal Icarus (il pezzo più powerone che potesse riuscire agli Angra del 1998) e Petrified Eyes, che al me stesso diciassettenne risultò particolarmente ostica per il forte sconfinamento verso toni prog che all’epoca non comprendevo. Volevo un disco da alternare ai Blind Guardian e ai Gamma Ray e mi ritrovo un disco da alternare ai Savatage e ai Fates Warning. E, finalmente, dopo avergli colpevolmente inflitto l’onta dell’oblio, posso dire che è un gran bel disco. Speriamo piaccia anche a voi e speriamo sia piaciuto anche a Chiara. (barg)

6 commenti leave one →
  1. Arkady permalink
    26 luglio 2018 12:07

    E’ divertente notare quanto a tutti, e dico proprio tutti, piaccia Lisbon…me compreso ovviamente. Comunque ritengo Petrified Eyes la canzone perfetta per capire la perizia tecnica degli Angra.

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  2. El Baluba permalink
    26 luglio 2018 12:19

    La prima parte della recensione potrei averla scritto io per quanto mi ci identifichi pienamente. Mi avete fatto venire voglia di riascoltarlo, magari è veramente un disco incompreso.

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  3. pepato permalink
    26 luglio 2018 14:16

    Per me resta il migliore degli Angra: lontano dalle pedisseque imitazioni degli Helloween, dal symphonic metal e tutte le altre pacchianate di quegli anni, avevano finalmente fatto un disco personale e perfetto come tecnica, suoni, songwriting, stile di canto di Matos veramente eclettico e caldo. Petrified Eyes e Wings of Reality sono ancora oggi canzoni della vita. Non era “power metal”, per questo era spiazzante e non era piaciuto a molti: i pezzi più tirati, come Metal Icarus o Speed, non erano il top di un album in cui le perle stavano altrove. Ma per me quel disco è un gioiello unico.
    “Dà l’idea che i musicisti si stessero divertendo e che fossero veramente fieri di quello che stavano suonando.”
    In realtà temo che proprio durante le registrazioni di Fireworks fossero iniziati i dissensi, con Matos che voleva andare più verso il rock sinfonico mentre i due chitarristi volevano rimanere metal, e da lì gli scazzi, i rancori, i litigi nel tour bus, ecc. (credo sia andata così, stando a letture dell’epoca)

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  4. Crisuommolo permalink
    26 luglio 2018 16:10

    Ok, Barg, “Fireworks” piace anche a me (mi piacque anche nel 1998), ma dell’ultimo Immortal ne vogliamo parlare?

    Piace a 1 persona

  5. Aniello Pepe permalink
    26 luglio 2018 17:25

    Ascoltato praticamente dalla sua uscita, consumato per circa 2/3 anni di fila, poi riposto sulla mensola, ma rispolverato spesso e con piacere.
    Qui mi rendo conto di “avere 20 anni” e scatta la lacrimuccia, ma sembra ieri, ogni volta che mi capita di ascoltare questo disco vengo proiettato in quell’estate del 1998. Personalmente, lo ritengo il loro miglior album, e come per molte altre band è un po’ lo spartiacque tra una prima ed una seconda era, complice anche i vari cambi di lineup.

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