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Avere vent’anni: ANGRA – Fireworks

25 luglio 2018

L’epoca Matos degli Angra si chiuse vent’anni fa con questo disco, e lasciatemi dire che non la presi benissimo. Non perché Fireworks fosse uscito male, anzi è un buon lavoro con tratti d’eccellenza, ma il fatto è che quegli Angra mi piacevano molto così com’erano, e per di più adoravo la voce del pingue Andre (che però all’epoca era ancora magro). Il problema, come accade di solito, era tutto riferito all’ego: ragazzi giovani, di manco trent’anni, che ad un certo punto dal niente vendono palate di dischi in pochi anni e finiscono osannati da tre quarti di globo terracqueo, col risultato che se uno è già un po’ coglioncello può benissimo finire per perderci la testa. Ma anche se uno coglioncello non è, se vogliamo: dopotutto in certi casi è facile lasciarsi prendere la mano dall’entusiasmo, quando non hai il cervello, o la maturità, o entrambe le precedenti, che lavorano al meglio delle loro possibilità, e per di più ti trovi in situazioni che sarebbe difficoltoso gestire anche da persone più adulte o sgamate. Agli Helloween successe più o meno la stessa cosa, e in effetti dilapidarono una fortuna mediatica (e non) che, buon per loro, era talmente vasta da consentire il fruttuoso rilancio con Deris nel 1994, l’ultima spiaggia prima dell’oblio certo e certificato. Per gli Iron Maiden ed i Priest il discorso è più o meno lo stesso, con l’aggravante che all’epoca non si trattò manco di scazzi tra ragazzini, piuttosto di persone adulte (aveva trentacinque anni Bruce Dickinson quando lasciò i Maiden, quaranta Halford durante la separazione dai Judas Priest), totalmente egoriferite, le quali hanno sì avuto il grandissimo culo di fare parte di gruppi di culto, ma che, fosse stato unicamente per loro, a quest’ora avrebbero mangiato via tutto quanto, tra progetti tirati su peggio che male, dischi sbagliati o sbagliatissimi (più Halford che Dickinson in effetti, anche se il vecchio Bruce dovrebbe ringraziare la Madonna per Roy Z) e cazzate assortite. 

 

Ad Andre Matos è capitato proprio quello: dimessosi dagli Angra, dopo un paio di lavori con gli Shaman accolti mediamente bene e qualche disco solista dalle vendite non esaltanti, tentò il rilancio intorno al 2010/2011 con quell’altro catorcio malmesso di Timo Tolkki tramite un disco che era sostanzialmente materiale degli Stratovarius composto fuori tempo massimo e con un altro nome, in cui il nostro pingue amico carioca cercava di darsi un tono dietro al microfono, avendo però perso buona parte delle capacità vocali per strada. O tutte, diciamo. Se avete coraggio provate ad ascoltarlo, il gruppo si chiama Symfonia, l’album In Paradisium (…): oltre alle qualità delle canzoni che lasciamo stare, non potrà non risultarvi evidente che Matos sembra una papera ingozzata a forza per farne del delizioso foie gras la quale, riuscita rocambolescamente a sfuggire al triste fato assegnatole, oramai gonfia come un canotto e con la gola rovinata, sbarca il lunario starnazzando malissimo su dischi di metal sinfonico alla cazzo di cane e composti per di più da cinghiali bipolari. Potrebbe pure essere un’interessante variante narrativa de La Fattoria degli Animali, dai, e qualcuno a questo punto dovrebbe davvero pensare ad assumermi come sceneggiatore, che cazzo. Vabbè. In ogni caso, dicevo, Fireworks è un lavoro riuscito e a tratti eccellente, che alterna momenti più veloci (Metal Icarus, Speed, l’iniziale Wings Of Reality) ad altri calmi e ragionati (Mystery Machine, Fireworks, Gentle Change), comunque mantenendo un livello più che buono per tutta la sua durata. Non è sperimentale come Holy Land e neanche ha la freschezza di Angel’s Cry: è un album stranamente maturo composto da chi per molti versi maturo non era. Menzione d’onore per Lisbon, una canzone tutto sommato semplicissima nella struttura ma che mi ha sempre preso molto, non so perché. La produzione, curata stavolta dal compianto Chris Tsangarides al posto del noto duo Paeth/Bauerfeind, è ovviamente fantastica e di gran lunga migliore degli album precedenti e/o futuri (tra l’altro odio Charlie Bauerfeind con tutte le mie forze, anche solo per aver rovinato o contribuito a rovinare i Blind Guardian, vaffanculo a lui e alla straminchia di produzione tedesca del cazzo dove suona tutto sempre uguale a se stesso e quindi sempre peggio). Se volete riascoltare Andre Matos prima che diventasse un’oca grassa e svociata, fatelo con questo disco, che è uno degli ultimi, tra quelli dove canta, che vale la pena di ricordare. (Cesare Carrozzi)

2 commenti leave one →
  1. El Baluba permalink
    25 luglio 2018 14:00

    non lo ascolto da tempo immemore…i ricordi dell’epoca furono una grande delusione. Eccetto Lisbon che è un pezzone della madonna, il resto non mi piacque per niente. Poi, boh, dovrei risentirlo…

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  2. bonzo79 permalink
    26 luglio 2018 10:32

    disco solo discreto secondo me. meglio il primissimo con Edu Falaschi, mentre tutto il resto poteva non uscire proprio.
    cmq il progetto Virgo di Matos, un solo album molto orecchiabile ma di classe, a me piaceva

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