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Avere vent’anni: JIM MARTIN – Milk and Blood

29 ottobre 2017

Non ascoltavo questo disco precisamente da vent’anni. È incredibile come il tempo riesca a cancellare la memoria di cose che invece andrebbero ricordate ogni tanto. Milk and Blood è il disco solista di Jim Martin, il miglior chitarrista che i Faith No More abbiano mai avuto e che mai avranno (migliore non dal punto di vista tecnico, ma di idee e stile), pubblicato qualche anno dopo la sua cacciata e poco prima che si mettesse a coltivare zucche gigantesche nelle campagne di Castro Valley. Posto che, nel complesso, trattasi di un buon disco che consiglio a priori (anche se potrebbe risultare troppo connesso ad un’epoca di sperimentazioni e suoni alternativi che poco hanno a che fare con l’appiattimento odierno su quei due fronti), diciamo subito che ad esso ci si può approcciare in due modi: quello da fan dei FNM e quello da metallaro comune.

Al primo, il fan dei FNM, l’ascolto di questo album servirà fondamentalmente per capire ancora meglio in cosa consistesse l’apporto di Big Jim rispetto all’impianto musical-estetico dei californiani. La sua formazione a base di Black Sabbath e thrash metal, che era già evidente in The Real Thing e venuta fuori in momenti di totale schizofrenia in Angel Dust (si veda la stupenda Jizzlobber), rappresenta i pilastri di Milk and Blood, come anche lo sono le sue fisse per il funk e il punk (nei FNM la iniziale contaminazione col rap è da attribuire più a Billy Gould che ad altri). È possibile affermare con assoluta tranquillità che fino ad Angel Dust i FNM siano stati una cosa precisa, grazie a Jim Martin (ed agli ovvii apporti di Gould/Bottum e di Bordin, che era l’altro metallaro della band). Dopo la cacciata di Martin (abbondantemente approfondita nel memoriale di King for a Day) i FNM saranno una cosa completamente diversa: perderanno, cioè, l’apporto funk/punk che li aveva caratterizzati fino a quel momento. Ne è venuta fuori comunque una cosa stupenda che è piaciuta alla maggior parte dei loro fan e che gli ha consentito di acquisirne di nuovi, ma non posso, ancora una volta, rosicare al pensiero di come si sarebbero potuti evolvere con Jim ancora nelle loro fila. 

Oppure ci si può approcciare da metallaro comune, dicevo. Ebbene, il metallaro qualunque potrà apprezzare quei brani, tipo Disco Dust, che più ricordano i Metallica (qui e là si riconosce pure James Hetfield che si è prestato alle backing vocals), o i FNM prima epoca (come Special Tea con le sue chitarre rocciosissime e sabbathiane, nonché lo sguaiato cantare di Jim), potrà scapocciare sulla cover di Navigator dei Pogues come sulla rozza Fatso’s World (scritta in collaborazione con Jason Newsted), ma anche arricciare il naso rispetto alla confusione generale di stile o rispetto a certe forzature che, come dicevo all’inizio, appartengono ad un’epoca in cui l’osare spesso non era neanche percepito come tale.

Nel complesso, Milk and Blood preso da solo ha sicuramente più senso per chi appartiene alla prima categoria perché con esso (come pure con Album of the Year in poi) risulta ancora più evidente quanto le idee di Martin e della triade Gould/Bottum/Bordin si compenetrassero vicendevolmente e quanto, invece, una volta separate abbiano perso in efficacia ed originalità. (Charles)

chiamarsi Jim Martin e coltivare zucche gigantesche è molto più metal del chiamarsi James Hetfield e cantare nei Metallica

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