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“Ragazzi, abbiamo finito la polvere d’angelo… Chi va a comprarla?” (Speciale FAITH NO MORE – seconda parte)

17 agosto 2010

Ci siamo lasciati avendo decantato lungamente (mai abbastanza, vero) le lodi del signor Michael Allan Patton ma, a non voler risultare stucchevoli, occorre ribadire che, come dicevano le madrine del tanga metal italiano, “oltre alle gambe c’è di più”. Ricapitoliamo: c’è James Blanco (Jim) Martin, chitarra, capelloni, barbone, chierica e doppi occhiali indossati uno sull’altro (il perché vallo a capì); c’è il basso William David (Bill) Gould (poi anche nei Brujeria di Cazares e Herrera); c’è Michael Andrew (Mike “Puffy”) Bordin, italiano di origini e “collaboratore” di Ozzy Osbourne; c’è il tastierista Roswell Christopher Bottum III (Roddy Bottum). Direte voi “poi c’è pure Jigen, Sir Lancillotto del Lago, la Contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare, la ragazza di Ipanema e Giovanni Rana”… Non è colpa mia se si chiamano così.

La formazione dà il meglio di sé e raggiunge il top della forma col successivo album Angel Dust migliorando anche nel gusto estetico. Finalmente cominciano a vestirsi decentemente: l’ondata degli ’80, tristemente nota per l’abbigliamento orribile, si è esaurita e i disdicevoli camicioni multicolor a scacchi di fustagna vengono dati alle fiamme insieme alle bandane e ai cappellini bianchi, stupidamente indossati al contrario. Ma basta divagare, qui non siamo mica su una fottuta rivista di moda. È indubbio che “Polvere d’angelo” sia, a primo acchito, un titolo un po’ – mi sia passato bonariamente il termine – ricchiuncello (titolo che Martin odiava, disconoscendone la paternità) e il pellicano in copertina anche, ma ciò non rispecchia affatto il valore di un album che, a dirla alla lumbard, ce l’ha duro. In effetti Bottum si è ispirato all’anestetico fenciclidina, subito noto agli attenti fricchettoni post sessantottini per gli effetti collaterali allucinogeni e neurotossici. Qui tutto è provocazione e sperimentazione, affermerebbero su Vanity Fair: l’attacco di A small victory ricorda Madame Butterfly (per inciso andatevi a cercare la versione psycho/prog remix in stile Ozric Tentacles); viene riproposto il malinconico tema metropolitano di Midnight Cowboy (ovvero l’immenso Un uomo da marciapiede con Dustin Hoffman e John Voight) che chiude la tracklist; sulla notissima e splendida cover della ballad Easy (pubblicata in seguito in Songs to make love to…) non ho bisogno di aggiungere nulla. Ok, ma dove sono i gioielli di famiglia, mi direte. Il lirismo di Land of Sunshine, Caffeine, frutto di un esperimento di privazione del sonno, l’apocalittica Smaller and Smaller dal suggestivo crescendo di cori indian, la hardcoreggiante Malpractice col finale a sorpresa, i megafoni di Kindergarten e della militaresca Crack Hitler dallo slapping di basso da brividi, il funk rock da stadio di Be aggressive, e la disturbante e mad Jizzlobber… Eccovi accontentati.

La botta di creatività è evidente, l’uso delle tastiere è nuovo e maturo, orchestratico, come anche la voce di Patton che si scopre in tutta la sua variopinta e potente articolazione che si svela continuamente grazie anche all’uso di effetti di distorsione vocale. Non è l’album più duro ma sicuramente il più innovativo, un melting pot di sonorità. Il songwriting, che oramai rientra nel mansionario di Mike, è totalmente delirante e a sentir lui trae origine dalle cose di tutti i giorni: la paura di andare in galera, il sesso orale (Be aggressive), la gente della notte e altre storie metropolitane. Come non sentirsi parte di qualcosa di importante, a differenza del precedente lavoro che fu vissuto come qualcosa di estraneo, “like an obligatory thing”.  A onor del vero Midlife Crisis è una delle loro migliori creazioni. “Il tuo cuore mestruato, non ha sanguinato abbastanza per due” recita il testo dedicato a Madonna Ciccone e la copertina del singolo, ispirata a Led Zeppelin II, si commenta da sé. Geniale il fotomontaggio homemade di loro nei panni di soldati russi nella Piazza Rossa di Mosca. In RV (il titolo originale era Macaroni and Cheese) pare di sentire un depresso Tom Waits insieme al suo pianoforte ubriaco uscire dalla sbronza e prendere lentamente coscienza: “I think it’s time I had a talk with my kids, I’ll just tell ‘em what my daddy told me, You ain’t never gonna amount to nothin’”.

Per chiudere in bellezza, sempre da Songs to make love to…, vanno spese due parole per la scurrile Das Schützenfest. Non appena avrete ascoltato i primi 30 secondi comincerete a cantare in tedesco (anche se mutter, sonne ed ein zwei drei sono le uniche parole che conoscete grazie ai Rammstein, con i quali i FNM hanno pure collaborato) immaginandovi all’Oktoberfest con un litrozzo di buona birra teutonica in mano. Mi sono chiesto: che cazzo è la schutzenfest? Ho fatto approfondite ricerche: in pratica dovrebbe trattarsi di una tipica festa tedesca dove cacciatori e militari impettiti sfilano per le strade di paese coi loro bazooka in braccio, una bella parata nazional-veteronazista-popolare che tanto piace ai crucchi e che si conclude con una gara di tiro. Perché i FNM abbiano scelto la fiera per farne un pezzo non è dato sapere, tuttavia leggendo attentamente il testo si capisce che altro non è che la cornice di un incontro amoroso con una tizia tedesca. Ecco qualche simpatico stralcio del testo: “Facciamo l’amore nella mangiatoia dei maiali, i miei pantaloni scoppiano a causa del mio cazzo”; “Lei ha fatto del mio pisello un wurstel bianco”; “la puzza dei piedi e delle ascelle era fresca e meravigliosa” etc. etc.

Ciò nondimeno noi, ignari di tutto ciò, continueremo giulivi a immaginarci abbracciati e ubriachi intonare a squarciagola il ritornello di Das Schützenfest! (continua...)

(Charles Buscemi)

SPECIALE FAITH NO MORE – PRIMA PARTE

3 commenti leave one →
  1. Leonardo permalink
    17 agosto 2010 12:07

    raga perché non fate una versione pdf dei vostri articoli? Ho stampato ed accuratamente conservato questo speciale (I & II pt) e mi piacerebbe avere la possibilità di stamparmi tutto quello che merita

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