Avere vent’anni: giugno 2006
OBSCENITY – Where Sinners Bleed
Luca Venturini: Seppur viviamo in un’epoca dove la scienza, o le scienze, permette di svelare misteri, raggiungere nuove conoscenze e, in teoria, rendere la vita migliore, ci sono ancora molte cose che non sappiamo. Una cosa ancora inspiegabile è perché alcune band oggettivamente strafiche abbiano un successo limitato. Qualche nome solo all’interno del death, per esempio? I Deceased, i Drawn and Quartered. O gli Obscenity, quelli tedeschi, che ci sono sempre stati fin dai primordi del death. Formatisi nel 1989, esordiscono nel 1992 e sono sempre andati avanti senza mai sbandare troppo su altri generi più commercialmente redditizi. Nonostante la coerenza, uno stile personale e tutto il resto, ancora oggi non se li caga praticamente nessuno. Se vogliamo utilizzare il metro degli ascolti su Spotify, ad esempio, vediamo che hanno solo 530 ascoltatori al mese, nel momento in cui scrivo. In realtà, qualche motivo c’è. Durante i primi anni di carriera hanno avuto una scarsa distribuzione; alcune copertine fanno proprio pena, quindi immagino che invoglino poco all’acquisto; e poi attorno a loro non c’è molto da dire, non ci sono storie particolari o aneddoti da raccontare. La musica, invece, quella è sempre stata ottima. Fino al 2006 si può dire che l’unico disco relativamente debole sia Intense. Tutti gli altri sono ottimi, compreso questo Where Sinners Bleed, il loro album numero sette. Ci sono tutti gli elementi che contraddistinguono la band: riff melodici, ritmiche molto varie che danno dinamismo, aggressività e, per me, uno dei migliori growl europei: quello di Oliver Jauch. Purtroppo nei quattro anni successivi a questo album la formazione si sfalderà progressivamente costringendo l’unico rimasto, il chitarrista Hendrik Bruns, a sostituire tutti, tanto che passeranno ben sei anni prima di poter tornare in studio di registrazione.
GORGOROTH – Ad Majorem Sathanas Gloriam
Michele Romani: Riguardo i Gorgoroth fondamentalmente concordo con quanto scritto da Griffar nella recensione del precedente Twilight of the Idols, ossia che tutto il materiale composto nel nuovo millennio non ha nulla a che vedere con i primi tre, che restano, piaccia o no, veri e proprio capisaldi del true norwegian black metal. Questo Ad Majorem Sathanas Gloriam è il loro primo disco a non avvalersi del contributo del fondatore Infernus, che nel frattempo stava scontando tre anni di prigione per stupro e che un anno dopo venne cacciato dalla band con tutta la controversia legale che ne sarebbe seguita. A comporre i brani sono quindi unicamente Gaahl e King Ov Hell, e l’impostazione sonora è molto simile a quanto fatto nel precedente e per fortuna molto distante da quella porcheria death-black mezza industrialoide di Incipit Satan. Ammetto che Ad Majorem Sathanas Gloriam me lo ricordavo molto peggio: si sente il tentativo di tornare un po’ agli antichi splendori, e in parte ci si riesce, grazie a un paio di brani notevolissimi qualiA Sign of an Open Eye e God Seed (Twilight of the Idols), con un incedere inquietante e oscuro. Ripeto, nulla che faccia gridare al miracolo e che possa ricordare neanche alla lontana il periodo novantiano dei primi immortali dischi, ma forse del periodo post-Destroyer questo rimane ancora oggi quello meglio riuscito.
MERRIMACK – Of Entropy and Life Denial
Griffar: Probabilmente il miglior episodio dell’intera discografia dei francesi Merrimack, sottovalutatissimi in patria come altrove (in Francia al Drakkar Hellfest nel 2001 li fischiarono senza troppe remore, giusto per dire), Of Entropy and Life Denial è il loro secondo album, ed è un concentrato di black metal con i controcazzi esattamente concepito come i sacri (ehm… non esattamente) crismi comandano. Nervoso, intrinsecamente cattivo, perfido, disgustoso, riprovevole per la incommensurabile devozione a tutto ciò che è sordido e contro la morale, il disco contiene 56 minuti (teorici, lo preciso più avanti) di black metal classico come lo si intende storicamente. Prevalentemente suonato ad alta velocità, ogni brano è tuttavia variegato, contiene stacchi anche tecnici, cambi di tempo repentini e pesantissimi, riff armonici d’ispirazione quasi svedese (richiami a Ondskapt o ai migliori Watain), soluzioni improvvise e spiazzanti. Tutto ciò inserito in un contesto strutturale di riff in tremolo picking non distanti dall’impostazione religious black dei conterranei Deathspell Omega e loro derivati, come i tedeschi Ascension, gli Acrimonious, gli stessi Ondskapt. I pezzi sono comunque snelli e godono di una buona immediatezza che ne accentua l’impatto evitando ridondanze ed eccessive ripetizioni; non tutti, invero, giacché Adiabatic Bonds of Consanguinity che chiude il disco,in teoria sfiorerebbe i 19 minuti di durata, durante i quali nella prima parte accade un po’ di tutto, dal fast black più furente a frequenti passaggi lenti e massicci non così distanti da certo blackened death tanto caro a una cospicua quantità di band del roster Iron Bonehead; poi sfuma nel nulla e in pratica, dopo circa dieci minuti di silenzio, cela la solita stramaledetta ghost-track (una cover di Ultimate Antichrist dei loro conterranei Massacra), odiosa abitudine tipica di quel periodo e oggi fortunatamente abbandonata. Glielo perdoniamo, il disco è eccellente.
STEEL ATTACK – Diabolic Symphony
Barg: Non so se lo avete mai notato, ma spesso a un certo punto della loro vita i gruppi svedesi tendono a svaccare. Nello specifico, da quelle parti i gruppi di metal classico o power metal hanno l’abitudine, dopo qualche album, di inserire una quantità incomprensibile di tastiere, di prendersi un cantante bravo e di complicare il proprio stile. È una tendenza che ricorre spesso e di cui si potrebbero fare svariati esempi, e gli Steel Attack purtroppo non fanno eccezione. Partiti suonando un metallone rozzo, semplice ed efficace, la band aveva trovato il proprio apice nel terzo Predator of the Empire, dietro al cui microfono c’era tale Dick Johnson, che arrivava dal nulla e nel nulla è sparito subito dopo aver registrato il suddetto album. Questo Diabolic Symphony è il loro quinto disco e li presenta in una veste del tutto nuova, praticamente irriconoscibile, a partire dal cantante con la voce potente e flautata per arrivare ad uno stile compositivo molto più tecnico e strutturato di quanto non fosse in passato. Ora: il problema non è solo che qui manca l’Epica, la visceralità, il calore; il problema è che a me questo tipo di “power” metal non piace proprio, e quindi gli Steel Attack ai tempi finirono direttamente nel calderone di gruppi svedesi che non valeva più la pena ascoltare.
DISARMONIA MUNDI – Mind Tricks
Gabriele Traversa: Mind Tricks proseguì nel solco tracciato due anni prima da Fragments of D-Generation, del quale vi ho già abbondantemente parlato. Convocato nuovamente Björn “Speed” Strid come ariete di sfondamento, i nostri piemontesi ci deliziarono col solito deathuccio melodicuccio metalcore-aspettami-arrivo figlio di dischi sbagliati come Reroute to Remain e Figure Number Five, ma con almeno il triplo dell’ispirazione dei suddetti. Per i Disarmonia Mundi vale all’incirca il discorso che faccio sempre per i Carach Angren: band più che degne figlie di dischi più che sbagliati. Come degli allenatori di calcio che arrivano a metà stagione in una squadra di asini e camminano sull’orlo del baratro, ma che, a fine campionato, magari strappano pure una qualificazione in Conference. Onore a voi!
Ps. Mind Tricks è un po’ meno bello ed ispirato del suo predecessore, almeno secondo me, ma si lascia ascoltare che è un piacere. Celestial Furance singolazzo mtviano spaccaclassfiche più sottovalutato di sempre.
KOLDBRANN – Moribund
Griffar: Lo so, lo so bene: c’è un sacco di gente che pensa che tutti i dischi dei DarkThrone siano la fonte della vita, dalla quale abbeverarsi quando sei carente di metallitudine. Io li adoro fino a Ravishing Grimness, li sopporto con Plaguewielder e ignoro del tutto le porcheriole fatte in seguito. Alla maggior parte degli ascoltatori piacciono, buon per loro, anche se per me resta uno dei misteri della vita come sia possibile che ti piaccia Panzerfaust tanto quanto boh, che so? The Cult Is Alive (il primo che m’è venuto in mente). Per la minor parte (cioè me e qualcun altro) ci sono le alternative, ed una delle più valide sono i Koldbrann. Loro non inventano nulla, né pretendono di inventare nulla: solo schietto, grezzo, tradizionale black metal norvegese di ascendenza storica. Tsjuder (uno dei componenti ci ha anche suonato), primi Satyricon, Gehenna, Carpathian Forest… Ma soprattutto DarkThrone. Tutto qui, non c’è bisogno di altro. Magari non hanno nella loro faretra la freccia dell’originalità, ma ciò che suonano è da manuale e ha tutte le caratteristiche tipiche del genere per il quale andiamo pazzi. Melodie cupe, riff spezzati in tremolo che danno i brividi, screaming acuto non eccessivo, ogni strumento al suo posto debitamente valorizzato. Moribund è un tuffo nel passato, oggi ancora più di allora, un manifesto di black metal norvegese che non si rassegnava a stravolgimenti o evoluzioni manieristiche, oppure tentazioni vintage-retrothrash che andrebbero bene per una band venezuelana e non per chi un genere lo ha portato in cima al mondo partendo da zero. Nessuna chiacchiera, nessun proclama: black metal, punto e basta. Dura quasi un’ora e per questo fu criticato, ma per quanto mi riguarda è meglio un’ora di Moribund – magari non tutta di livello eccelso, se no ne starei parlando in una recensione lunga a sé stante come di un assoluto capolavoro – che tutto quanto pubblicato dai gruppi storici dopo il 2010, ad essere gentili. Sinteticamente: vi mancano i veri DarkThrone? Ci sono i Koldbrann che ne riportano in auge le gesta.
BREAKING BENJAMIN – Phobia
Barg: Mentre compilavo la Pianura Pagana, la nostra gloriosa rubrica sui concerti al Nord Italia che mi porta via una quantità spaventosa di tempo e fatica e che vi esorto caldamente a consultare, mi sono imbattuto nella notizia di una data dei Breaking Benjamin all’Alcatraz, data a cui peraltro non potrò partecipare. Poi ho visto che Phobia aveva compiuto vent’anni proprio in questi giorni, ma per una volta la cosa non mi ha sconvolto più di tanto, perché loro appartengono davvero a un periodo della mia vita che mi sembra effettivamente lontanissimo. Non tanto il disco in sé, che sinceramente sto ascoltando adesso per la prima volta, ma il famosissimo singolo The Diary of Jane, che vent’anni fa sentivo a ripetizione e che può essere inserito in quel particolare sottogenere che in America andava parecchio e che, in fin dei conti, rappresentava ciò che in un mondo perfetto dovrebbe essere la musica commerciale da radio. In ogni caso il disco è molto carino, pieno di pezzi che funzionano, peccato non averlo approfondito all’epoca. Ma The Diary of Jane rimarrà per sempre come una fotografia indelebile di quel periodo.
ZAO – The Fear is What Keeps us Here
Lorenzo Centini: Capitano quei dischi che ti restano appiccicati per un pezzo anche se poi non senti il bisogno di dover approfondire il gruppo o il genere, perché pensi magari (a ragione o a torto) che quel disco lì rappresenti una sorta di unicum. Magari per la fortunata combinazione di una band ed un produttore. Beh, in questo caso, il genere è il metalcore, la band gli Zao, il produttore Steve Albini. L’album questo qui. Che una bella parte dell’interesse, per me, lo suscita per il suono analogico al cento per cento e rigorosamente in presa diretta, “imposto” dal genio dietro al mixer. Senza sminuire troppo comunque gli Zao, band contigua alla scena hardcore cristiana e con qualche serio problema a mantenere una formazione stabile, almeno in quegli anni. Forse non è una cazzata, quando i dischi sono registrati così dal vivo, spacciare il produttore per un membro aggiunto per davvero (piuttosto che qualcuno che poi si chiude da solo in uno studio a rimaneggiare, tagliare e cucire tracce). Ne so poco al riguardo, tecnicamente parlando, ma quando il riff para-black metal di Physician Heal Thy Self si fa largo tra i feedback di Cancer Eater, beh, è uno di quei momenti che ti inchiodano a quello che stai ascoltando senza scampo. Pugno nello stomaco, sin dalla copertina, una sorta di rielaborazione artistica delle torture di Abu Ghraib, veniva da pensare ai tempi. Disco monolitico che restituisce il metalcore alla sua essenza, ovvero hardcore punk sposato alla violenza oscura del metal estremo, senza trucchi, scorciatoie ed artifici. In questo, un disco formidabile, The Fear is What Keeps Us Here. Specie se preferite, come me, ascoltarne che sembrino davvero come se la band fosse davanti ai vostri occhi, in sala prove. Sapendo questo mio feticismo, se me lo raccomandate, magari in ritardo di vent’anni mi metto ad approfondire anche gli Zao e il metalcore.
ZEMIAL – In Monumentum
Griffar: Archon Vorskaath fondò gli Zemial nel lontanissimo 1992 in quel di Atene, anche se poi ha girato mezzo mondo suonando in progetti tipo Proscriptor McGovern’s Apsû, Crimson Moon, Nocternity, Agatus ed altri ancora. Appartenente alla primissima generazione di black metal ellenico, il progetto è sempre stato più in disparte e relativamente offuscato dalla celebrità raggiunta da Rotting Christ e compagnia brutta, anche se a mio parere nulla hanno mai avuto da invidiare a costoro, per ciò che concerne il livello della proposta artistica. In Monumentum esce nel 2006 ed è il secondo full degli Zemial, appena il quinto titolo in discografia dal 1992 ad allora. Il disco evidenzia più chiaramente la tendenza dell’artista a sperimentare cose diverse, le quali seppur fossero ben radicate nella storia del black greco denotano l’intento di non suonare sempre nello stesso modo, uguale a quello di tutti gli altri. Così le partiture si fanno più lente (in prevalenza, ma non mancano episodi tirati come in Riddle), più epiche e ispirate dai Bathory post-Hammerheart, e c’è anche più heavy/speed metal, derivato da quanto lo stesso autore proponeva con gli Agatus. Pur se le composizioni rimangono semplici e lineari, sono arricchite da cospicue dosi di chitarre acustiche, tastiere d’effetto, arrangiamenti epici che ben si adattano alle tematiche dei testi, che spaziano dalla mitologia greca alla battaglia delle Termopili. Il consiglio è di riscoprire questa band che spesso non è stata gratificata per il suo effettivo valore, il che è un peccato. In totale i loro album sono tre (l’ultimo Nykta è del 2013), affiancati da poco meno di una decina di altri titoli tra EP, split e demo. Non moltissimi, ma tutti degni di rivalutazione.
ELUVEITIE – Spirit
Michele Romani: Raffrontare i primi Eluveitie a quella specie di barzelletta che sono diventati oggi è praticamente impossibile, tanto che verrebbe da parlare proprio di due band distinte. In ogni caso il protagonista è sempre lui, Chrigel Grinzmann, da sempre mente del progetto, detto anche il Dave Mustaine svizzero vista la moltitudine di gente cacciata o che comunque ha deciso di abbandonare la band proprio per i rapporti burrascosi col suddetto personaggio. Tornando a Spirit, trattasi del primo full della band e forse l’unico come genere a poter essere definito folk pagan metal, ancora lontano dalle marcate influenze di death melodico alla Dark Tranquillity e voci femminili a profusione che cominceranno ad apparire nei dischi successivi, che almeno fino ad Everything Remains As It Never Was rimarranno comunque più che dignitosi. Spirit però almeno per l’epoca aveva davvero una marcia in più, grazie a pezzi della madonna quali Ius Elveti (che non vorrei bestemmiare, ma a tratti mi ricorda Falkenbach) o Your Gaulish War, vero e proprio inno della band e riproposta spesso ancora oggi dal vivo. Se proprio non avete mai sentito una nota degli svizzeri andate sul sicuro con questo e il successivo Slania, dal resto della produzione (in particolare quella dal 2010 in poi) state lontani il più possibile.
DEVILRY – Muslim Genocide
Griffar: Alla maggior parte di voi il moniker Devilry probabilmente non dice nulla. Se poi preciso che sono finlandesi e che nei testi propongono tematiche fortemente NS (i loro dischi sono ovviamente tutti banditi da quei geni di Discogs), la maggioranza penserà che sono l’ennesimo gruppo clone di Satanic Warmaster, con quasi matematica certezza. No no, niente di più errato. Perché i Devilry suonano death metal finlandese anni ’80; quello marcissimo, maligno, graveolente, putrido come i migliori Incantation rivisti secondo lo stile nordico di gente che di death metal ne masticava parecchio. Nomi tipo Convulse, Purtenance, Funebre eccetera. Avete presente, spero. Muslim Genocide è un breve Ep di 4 brani – sebbene siano solo due i pezzi propriamente detti – che, in 11 minuti appena, ti colpiscono e devastano come se ti scontrassi con un’escavatrice contromano in galleria in autostrada, disintegrando tutto e spezzandoti le ossa con partiture pesantissime e suoni potentissimi, cantato sdoppiato tra latrati e growl catarroso, una sezione ritmica che si tiene i brani in spalla e li rende compatibili ad uno scenario di massacro. Mai particolarmente prolifici, in carriera contano 4 Ep, tre split e due album solamente (Rites for the Spring of Supremacy, 2007 e Treuelied, 2017, il loro titolo più recente), tutti validissimi e da recuperare se vi piace il genere.
MANDRAGORA SCREAM – Madhouse
Michele Romani: I toscani Mandragora Scream ebbero il loro piccolo momento di gloria ai tempi del debutto Fairy Tales From Hell’s Caves uscito per l’oscura Caiparanha Records, talmente sconosciuta che ha pubblicato SOLO questo disco per poi chiudere i battenti. Nonostante ciò fu ben accolto praticamente da tutti, era un periodo che il gothic metal tirava ancora e l’album funzionava parecchio bene (mi ricordo in particolare un brano dal titolo Five Tear Drops con cui stavo in fissa), tanto che riuscirono a rimediare un contratto per Nuclear Blast per il successivo A Whisper of Dew. Lavoro che deve aver venduto pochino, perché la band di Lucca venne scaricata subito dopo e passeranno tre anni prima della pubblicazione di questo Madhouse. Il disco ebbe un discreto successo grazie soprattutto al singolo Dark Lantern e le sue derivazioni gotico-vampiresche in stile Cradle Of Filth periodo Nymphetamine, anche se è tutto il lavoro a muoversi su queste coordinate un po’ horror-pipparole, piuttosto distanti dal classico gothic molto più standardizzato presente nell’esordio.
CHRISTOPHER LEE – Revelation
Barg: Non si può non provare ammirazione per la biografia di Christopher Lee. Ha recitato in oltre 250 film, è stato Dracula, Saruman, Fu Manchu, mr. Hyde e Quasimodo, ha interpretato la mummia nel film di Terence Fischer e l’antagonista di James Bond ai tempi di Roger Moore, ha avuto ruoli importanti in The Wicker Man, Guerre Stellari e una quantità di altre pellicole, ha lavorato con registi del calibro di Terence Fischer, John Houston, Mario Bava, Steven Spielberg, Billy Wilder e Joe Dante, ha combattuto nelle forze speciali durante la Seconda Guerra Mondiale, ha pilotato aerei da guerra ed è stato pure una spia dei servizi segreti inglesi. A un certo punto, per qualche motivo, ha anche preso a fare dischi metal, o giù di lì, e molti si ricorderanno le collaborazioni coi Rhapsody culminate nel video di The Magic of the Wizard’s Dream. Purtroppo però nella sua carriera solista non c’erano Turilli e Staropoli a comporre, e quindi sono uscite fuori cose come questo Revelation, al cui interno si trova di tutto, da marcette metallose con controcanto in growl a pezzi spagnoleggianti quando non proprio di flamenco, per passare a ingiustificabile versioni di O Sole Mio, My Way e Silent Night. Di sicuro non riuscirete in alcun modo a farmi parlare male di Christopher Lee, quindi mi fermo qui. Sappiate però che questa cosa è successa davvero.
THE BISHOP OF HEXEN – The Nightmarish Compositions
Griffar: Non sono sicuro se valga per gli altri sottogeneri, ma, almeno per ciò che riguarda il black e i suoi innumerevoli derivati, se si domanda a chicchessia il nome di un gruppo israeliano il primo e probabilmente unico nome citato sarà quello dei Melechesh. Eppure un’alternativa c’è e c’è sempre stata, perché i The Bishop of Hexen sono attivi dal remoto 1994 e The Nightmarish Compositions, uscito nel 2006, rappresenta il loro secondo capitolo sulla lunga distanza. Come già nel loro primo album Archives of an Enchanted Philosophy (1997), la musica è personale e incorpora nel contesto symphonic black influenze folk tradizionali della loro terra d’origine, risultando in sostanza essere un’entità unica nel genere e riconoscibile fin dalle prime note. A distanza di 9 anni il progetto è più maturo e si propone ancora più significativamente nel panorama del black metal melodico ibridato con influenze anche al di fuori del metal, risultando comunque convinto e credibile come, ad esempio, i Moonspell del primo Ep, che per me rimangono il loro più calzante termine di paragone (a livello stilistico e concettuale) noto al più grande pubblico. I The Bishop of Hexen sono più maestosi e pure più melodici, perché danno molto più spazio alle tastiere, ma sul piano della grinta non hanno nulla da invidiare a nessuno e su come si costruiscono ed arrangiano i pezzi ancora meno. Potrebbero anche sembrare una versione orientale dei Bal Sagoth, ma secondo me c’è di più, c’è più folk e meno spacconaggine manowariana propria degli inglesi che spesso sembrava fossero la versione pompata verso il black della band di DiMaio e soci. Non hanno mai sbagliato un disco, invero non è che ne abbiano pubblicati tanti, 3 in tutto oltre a 2 EP. In 32 anni sono pochino, ma è anche vero che in quelle zone del pianeta storicamente la gente ha altro a cui pensare oltre ascrivere eccellente black sinfonico.

SKINLESS – Trample The Weak, Hurdle the Dead
Luca Venturini: A mio modo di vedere, gli Skinless, band brutal death dallo stato di New York, non hanno mai brillato per originalità. Sono però riusciti a ottenere un discreto seguito grazie ad un approccio semplice, ignorante e efficace. L’esordio, Progression Towards Evil, ha groove, riffoni, un basso udibile, testi ironici se non proprio demenziali. D’altro canto le canzoni si somigliano un po’ tutte e non fanno emergere uno stile personale, che anzi guarda parecchio ai Suffocation. Il secondo disco, Foreshadowing our Demise, mostra un passo avanti. La formula non è ancora così personale, che qui si distanzia dai Suffocation per avvicinarsi a certe cose dei Dying Fetus, ma la scrittura è migliore e ci sono alcuni buoni riff, anche se la seconda parte non è niente di che. From Sacrifice to Survival, il terzo lavoro, finalmente mostra gli Skinless alla ricerca di qualcosa di diverso. I testi si fanno meno goliardici e affrontano temi sociali, e i riff, le dinamiche e le voci (in qualche caso perfino accompagnate da cori puliti) hanno più varietà rispetto ai precedenti. Per me è il loro disco migliore. In Trample The Weak, Hurdle the Dead la band perde il cantante storico Sherwood Webber e assume l’allora giovane Jason Keyser, oggi cantante negli Origin. Il suono ritorna vicino a quello dei primi due dischi, tuttavia finalmente gli Skinless tirano fuori un disco brutal che sa il fatto suo e da molti viene considerato il loro apice. Keyser ha un growl più potente di Webber, i riff mantengono il piglio melodico di From Sacrifice, ma vengono calati in arrangiamenti meno sperimentali e tecnici, e, seppur ancora una volta non ci sia una gran varietà tra un brano e l’altro, l’album è godibilissimo. L’elemento che stona è la cover in chiusura di Wicked World dei Black Sabbath.
SECHT – st
Griffar: Altro nome che alla maggior parte di voi non dirà assolutamente nulla, il disco di debutto (nonché unico loro prodotto in assoluto) dei Secht è un assemblaggio di musica stranissima da loro stessi definita true narcotic black metal. E non è un progetto di solenni signori nessuno sbucati fuori da non-si-sa-dove giusto per raccattare qualche soldo sfruttando la popolarità del black metal; no: i Secht erano un progetto (estemporaneo sinché si vuole, ma non raffazzonato) parallelo di Dirge Rep dei Gehenna (batteria) e Vrangsinn (chitarre e basso) già conosciuto per la sua militanza in Nattefrost, Hatepulse, Carpathian Forest ed altri più o meno noti, oltre ad essere strumentista session per i concerti di tante altre band di quella zona. Il disco consta di un unico brano intitolato Parasitten menneskedyret, dalla non indifferente durata di 37 minuti, un patchwork di riff stranissimo, atmosfere lugubri, stranianti, stralunate di difficile assimilazione. Un episodio unico, nel genere, che rimane prevalentemente black metal ma divaga anche in ambienti diversi, sperimentali, avanguardistici, fuori schema. Alle voci/urla/rumori/falsetti e quant’altro si alternano personaggi come Apollyon, lo stesso Dirge Rep, Dr. Amoque Von Berlevaag, Gaahl, Gidim Xul, Hoest, Nag, Nattefrost, Nocturno Culto, Nordavind, Ondkel Dim, Vold e Vrangsinn. Un supergruppo, almeno per ciò che riguarda le parti vocali. Schizzato, disorientante, il disco all’epoca fu capito ed apprezzato da pochissimi e venne repentinamente dimenticato, forse anche perché non ebbe mai un seguito ed il nome circolò molto poco. Riascoltato oggi, era veramente avanti rispetto ai suoi tempi.
36 CRAZYFISTS – Rest Inside the Flames
Barg: A causa di questa rubrica stanno venendo alla luce parecchi altarini, o devianze personali, di cui non è che abbia mai parlato troppo. Ma, visto che Rest Inside the Flames compie vent’anni, non posso esimermi dal parlarne come di uno dei dischi che a ogni ascolto mi prende dritto al cuore. Qual è il problema? Il problema è che trattasi di un metalcore con melodie vocali spesso sdolcinate, genere che su queste pagine viene storicamente evitato anche perché non credo ci sia nessuno che lo ascolti. E non lo ascolto neanche io, tendenzialmente, ma per qualche motivo questo disco fa eccezione. Non sarà un caso che alla consolle, affianco ad Andy Sneap, ci sia Sal Villanueva, già produttore di quel disco dei Taking Back Sunday di cui avevo già parlato. I 36 Crazyfist erano nientemeno che di Anchorage, in Alaska, e vorrei dire che questo particolare si rifletteva nella loro musica, che restituiva una sensazione di isolamento, di scenari desolati e ghiacciati e di distanza dal mondo, ma sarebbero tutte cazzate, o quantomeno: io non ce le ho mai sentite, in Rest Inside the Flames. Che poi è l’unico loro disco che ho amato, che conosco benissimo e di cui so vari pezzi a memoria. Alla fine l’unica cosa che ricorda concretamente la loro origine dell’Alaska è il modo bizzarro in cui pronunciano alcune parole. Ad esempio “you” lo pronunciano “ieu”, che ironicamente vuol dire “io” in leccese. Questa cosa mi ha sempre spaccato. E comunque, fino all’ultimo giorno della mia vita, Midnight Swim mi farà venire sempre i brividi.
















quanta bella carne al fuoco da ascoltare
grazie😁😁
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Per Centini: simile a quell’approccio degli Zao, mi viene da consigliare Long Live dei The Chariot, registrato allo stesso modo. Questi sono meno metal e più hc-math, ma meritano assolutamente almeno un ascolto.
Capitolo 36 Crazyfists: di gran lunga il mio gruppo metalcore preferito, con questo disco e quello precedente hanno fatto una doppietta per gli annali.
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I Mandragora Scream hanno seminato forse non tantissimo, ma, ahiloro, raccolto ancora meno.
Nei primi due dischi si sentono, a palla, le tracce di quell’alt-goth della Cleopatra Records che andava negli anni ’90: Switchblade Symphony, Jack Off Jill, Faith and the Muse, a loro volta debitori di Cocteau Twins e Joy Division (e quindi Nico) ma anche Alice in Chains.
Uno stile che forse avrebbe lentamente conquistato il mondo se gli Evanescence non fossero arrivati a imporre alle ragazzine con gli occhi pittati uno stile completamente diverso dalla sera alla mattina.
Io ci ho sempre sentito anche diversi involontari indizi di italianità nella riproposizione di progressioni tipiche del pop inglese anni ’60, e dunque del beat italiano: non ricordo più quale pezzo ha una melodia terribilmente simile a una di Nada (!!!).
In Madhouse tutto questo viene un po’ meno, cosa che lo rende un disco meno interessante.
Morgan Lacroix è una brava donna, forse non una cantante virtuosa, forse non geniale, ma schietta e sincera abbastanza da riuscire a rendere credibile cantare un intero album in cui ogni singolo pezzo ha le parole “fairy”, “angel” o “heaven”.
Una di noi, indubbiamente.
Ce ne vorrebbero di più.
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