Avere vent’anni: aprile 2001

 GOD DETHRONED – Ravenous

Marco Belardi: Il problema delle band in cui convivono due anime ben distinte è che devi essere bravo, altrimenti si sciuperà tutto e in fretta. Come esempio pratico tendo sempre a portare gli Emperor, e non starò qui a ripetervi il perché. I God Dethroned di Bloody Blasphemy furono perfetti proprio in questo: seppero garantire un cinquanta e cinquanta tra attitudine thrash slayeriana e componente di black melodico. Nessuno dei due elementi prevaricava l’altro e soltanto così i God Dethroned poterono convincermi che il loro futuro fosse luminoso. Finì subito. Per quanto mi riguarda i God Dethroned avrebbero realizzato buoni album anche in seguito, da The Lair of The White Worm passando per l’ultimo Illuminati. Ma la magia di Bloody Blasphemy, per quanto mi riguarda, risiede lì soltanto. Ravenous fu il primo punto di rottura, un vero tonfo sordo. Puntò tutto su un thrash metal brutale ma guarda caso anche molto melodico, nell’alternanza fra feroci blast beat in salsa Morbid Angel e melodie stucchevolissime, al limite del concetto di marmellata buttata giù a cucchiai, come nell’ambivalente e ambigua The Poison Apple. L’unico brano che adoro in tutta la scaletta di Ravenous si firma Villa Vampiria, un thrash metal bello graffiante e che sfocia nel death attraverso le frequenti e martellanti accelerazioni. A proposito, ad occuparsi della batteria stavolta è Tony Laureano, il giramondo che un attimo prima era stato con gli Angelcorpse e che di lì a poco si sarebbe trasferito, sempre provvisoriamente, alla volta dei Nile. Un autentico detrattore dell’articolo 18 e del concetto di “vita agiata”: licenziatemi, fanculo, tanto vado da un’altra parte. Un disco assolutamente trascurabile, Ravenous, per quanto si avvertisse che la band si trovava ancora in perfetta forma e che, ahimé, stesse sfruttando il suo potenziale ad una percentuale scandalosamente bassa.

SKINLESS - Foreshadowing our Demise

SKINLESS – Foreshadowing our Demise

Griffar: È dell’aprile di vent’anni fa il secondo album dei deathsters americani Skinless, che segue di tre anni il debutto Progression Towards Evil. Il quale è sensibilmente più violento di questo Foreshadowing our Demise, che in molti dei suoi passaggi si discosta notevolmente dal brutal death tecnico e furente del predecessore, preferendo territori più groove tipici del death metal americano vintage senza troppi eccessi. La sola voce rientra in pieno nei canoni del brutal, un grugnito basso e cavernoso invero piuttosto monocorde: appropriata al genere senz’altro, ma se avesse variato ogni tanto l’impostazione non avrebbe fatto un soldo di danno. Tecnicamente la band si esprime ad alti livelli come richiede questo stile musicale, e praticamente tutti i pezzi hanno un sample come intro che dovrebbe dare l’idea di quanto viene poi cantato nel testo (testi scritti con una certa ironia di fondo che molto spesso li fa sembrare cretini come pochi, e strapieni di giochi di parole piuttosto difficili da tradurre). Dei nove brani, la metà non raggiunge i quattro minuti, che poi sono quelli arrangiati alle velocità più alte e più godibili, mentre i pezzi più lunghi durano tutti tra i cinque e i sei minuti, sono più intricati e tecnici con numerosi cambi di tempo ma un po’ più pesantucci da digerire. In tutto il disco di riff spaccaossa ce n’è eccome, ma affiora una certa impressione che in taluni casi si sia voluto allungare troppo il brodo, cosa che portò questo album ad essere criticato in modo anche pesante all’epoca. Non posso dire che sia il loro miglior lavoro ma ha un suo perché: in fin dei conti si sta parlando di death metal americano con un bell’impatto, suonato in modo ineccepibile e con una buona parte di grandi idee. Successivamente hanno fatto di meglio, e il fatto che siano in giro ancora oggi fa capire che, quando si tratta di suonare musica che spacca, gli Skinless si sono sempre fatti sentire. In Foreshadowing our Demise qualcosina meno, ma è tutto tranne che da scartare.

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LUCYFIRE – This Dollar Saved my Life at Whitehorse

Barg: Questo disco ha qualche punto di contatto con Hermeticum dei Daemonarch, nel senso che venne buttato lì senza troppi complimenti, non ebbe alcun seguito e fu presto dimenticato senza mai – che io sappia – essere suonato dal vivo, quasi che l’autore se ne vergognasse. In questo caso l’autore è Johan Edlund dei Tiamat, che con This Dollar Saved my Life at Whitehorse volle esprimere il proprio amore per i Sisters of Mercy e tutto l’immaginario gothic rock con i cappelli da cowboy. L’album è carino e avrebbe meritato miglior fortuna, specie alla luce della discografia dei Tiamat del post-2000, ha parecchi buoni spunti e si sente che è stato concepito con tutta la passione possibile, quasi buttando il cuore oltre l’ostacolo. Non so sinceramente cosa ci sia da vergognarsi in pezzi da giro in macchina di notte come Thousand Million Dollars in the Fire o Mistress of the Night, né in cose come Over & Out in cui si esprime la fascinazione per la figura della rockstar, pur se vista dalla periferia svedese e con tutto il disagio di vivere tipico di Edlund in questa fase storica. C’è pure la cover di Sharp Dressed Man, per farvi capire su che territori siamo. Tutto assume però un altro significato con The Pain Song, vero capolavoro del disco, un pezzo più alla Tiamat che alla Lucyfire e che è posto simbolicamente in conclusione: una disperante presa di coscienza e un brusco ritorno alla realtà dopo l’ubriacatura ad occhi aperti sui boulevard di Las Vegas, con un testo lacerante e un video che ce lo spiega quasi facendo il disegnino. The Pain Song chiude la parentesi, come se fosse stato tutto un sogno, e ci riconsegna un Edlund risorto, come in un viaggio iniziatico nell’Ade che inizia, prosegue e inevitabilmente finisce. In questo senso This Dollar Saved my Life at Whitehorse aggiunge uno strato consistente alla personalità di Johan Edlund, il quale dopo quest’album fu irrimediabilmente perduto.

ISEGRIM - Gloria Deo, Domino Inferi

ISEGRIM – Gloria Deo, Domino Inferi

Griffar: L’EP Gloria Deo, Domino Inferi dei tedeschi Isegrim è il canto del cigno della band, sparita poco tempo dopo nonostante un contratto con la Massacre records, gente che ha fatto uscire gruppi come Fates Warning, per dire. Classico fast black metal in stile In the Nightside Eclipse meets Dark Funeral style, l’EP doveva aprire la pista per un secondo album dopo il più che discreto Dominus Inferis Ushanas, uscito l’anno prima sempre per Massacre; contiene due inediti più la cover di Bestial Invasion dei Destruction suonata un po’ più veloce e un po’ più black metal, che però non si avvicina all’originale neanche nel mondo dei sogni. In realtà gli Isegrim furono abbastanza criticati al di fuori dei patrii confini vista la loro nulla originalità, cosa che, come ho già scritto più volte, per quei tempi era il peggiore dei difetti, contrariamente a quanto avviene oggi. Fatto sta che, nati come one-man band ma divenuti in seguito gruppo a tutti gli effetti grazie a gente che suonava anche nei Mystic Circle e nei penosi Zorn, nonostante le maggiori possibilità dovute a una line-up più stabile il disco fu scarsamente considerato, i risultati di vendita furono scadenti e, come molto spesso è successo, ciò mise la pietra tombale sulla carriera della band. Curiosità: in Germania di gruppi di nome Isegrim ce n’erano due. Uno di essi cambiò nome in Wolfsthron perché minacciati di morte dai membri di questi Isegrim qui, che dopo aver ottenuto questo eclatante risultato nei confronti degli avversari si sciolsero. I Wolfsthron pubblicarono quache tempo dopo un album intitolato Isegrim e si sciolsero a loro volta. Forse il nome Isegrim non porta granché bene.

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NICK CAVE & THE BAD SEEDS – No More Shall we Part

L’Azzeccagarbugli: No More Shall We Part è un disco che si pone al centro della fase più cantautoriale e piano oriented di Nick Cave, ed è anche il penultimo album con la presenza di Blixa Bargeld in formazione. Questo è un lavoro che, generalmente, ha sempre trovato i favori dei fan dell’australiano, anche grazie ad un pugno di brani davvero memorabili. L’iniziale As I Sat Sadly By Her Sidela titletrack, Fifteen Feet of Pure White Snow (dal titolo incredibilmente black metal), God is in the House Gates to the Garden sono, infatti, canzoni che strappano il cuore e rappresentano un’ulteriore tangibile prova dell’assoluta maestria di Cave nello scrivere ballate intense ed intime. Nel complesso, però, ho sempre ritenuto questo album il primo esempio di una certa stanchezza compositiva e di un certo mestiere che poi avrebbe trovato spazio ancora maggiore nel successivo Nocturama e che avrebbe portato Cave a rivoluzionare band e sound. No More Shall we Part resta, comunque, un buon disco e nonostante un’eccessiva lunghezza e monotonia (non voluta, a differenza di quella concettuale degli ultimi, splendidi, album), i suoi momenti migliori non lasciano indifferenti.

WELTMACHT - The Call to Battle

WELTMACHT – The Call to Battle

Griffar: Supergruppo black metal americano formato da Akhenaten (Judas Iscariot, più miriadi di altri), Lord Imperial (Krieg, più miriadi di altri) e Cryptic Winter (batterista della madonna negli stessi Judas Iscariot e Krieg più miriadi di altri specialmente in ambito death/brutal – tra cui Dying Fetus), i Weltmacht hanno inciso due cult album, dei quali The Call to Battle è il primo e il più riuscito, anche perché nelle intenzioni avrebbe dovuto restare un episodio a sé stante privo di seguito, solo che il responso dei fans fu tale che nel 2003 venne pubblicato un secondo disco molto simile ma con brani più lunghi ed elaborati che suonano giocoforza meno diretti. Intro e intermezzo a parte (inutili, come al solito) gli altri nove brani, tutti quanti assai brevi e semplici nella struttura, sono molto in stile Burzum/primi Carpathian Forest nell’impostazione, benché ovviamente la mano di Judas Iscariot e Krieg si senta nella stesura dei pezzi. Quindi velocità in prevalenza non eccessive, un feeling molto notturno, oscuro e maligno, spesso accentuato da arrangiamenti di tastiere in sottofondo appena accennati. Le partiture dei pezzi sono piuttosto regolari, asciutte e lineari, i riff sono quasi fischiettabili e, anche quando si lanciano a velocità sparatissime più canoniche per un album black metal che trasuda odio e malevolenza, non viene mai a perdersi l’idea di un black metal basato su riff che contengano una certa dose di melodia capace di tenere viva l’attenzione dell’ascoltatore, sebbene il disco duri solo 32 minuti e non ci sia questo gran rischio di perdere il filo del discorso. Nel suo genere fu un piccolo capolavoro, in grado di ribadire che, quando gli americani si mettevano a suonare traditional black metal, potevano senza fatica competere con i maestri nordeuropei. Viene allora ovvio il consiglio di procurarselo, se ve lo eravate perso in passato. Il CD originale sotto Elegy records si trova ancora a prezzi ragionevoli, la ristampa sotto Lower Silesian Stronghold che ha un brano in più (Funeral March, pezzo di solo “organo” di circa un minuto) è molto più rara, benché più recente di ben dieci anni, ma ne furono stampate solo duecento copie sparite in un amen.

ANVIL - Plenty of Power

ANVIL – Plenty of Power

Marco Belardi: Mi trovo qua sopra dall’estate del 2017 e avrò già recensito quattro o cinque album degli Anvil, a dimostrazione che oggi pubblicano dischi come fossero galline col culo rigonfio di uova, e che vent’anni fa, ed anche oltre, la sostanza era più o meno la stessa. A far combaciare i due periodi temporali abbiamo un antipatico trait d’union: non vendevano un cazzo prima, e dubito lo facciano adesso. Che dire di Plenty of Power, sul serio. Poi vi lamentate che il Messicano fa le recensioni paragonando dischi ed album a qualche pugile degli anni Cinquanta che ne ha battuto per KO tecnico un altro pugile quotato, finendo poi con l’essere morto ammazzato dalla malavita tarantina al rientro a casa. Io il Messicano certe volte lo capisco, che cazzo c’è da dire su Plenty of Power? Vogliamo parlare del Milan di Helveg e Guglielminpietro? Era il periodo meno prolifico di tutta la carriera degli Anvil, che, a partire da Worth The Weight,si baserà tutto su un banale calcolo matematico: ogni due o tre album completamente inutili, ma pur sempre coerenti, loro ne fanno uno che vale la pena ascoltarePlenty of Power non era l’album che vale la pena ascoltare, quello l’avevano appena fatto e si chiamava Speed of Sound,  il disco con l’astronave in copertina. Questo aveva invece la ruspa in copertina e, se seguiranno dischi peggiori, non sono convinto che seguiranno copertine peggiori. La sua unica peculiarità che ricordo erano delle ritmiche particolarmente incalzanti, oltre a una voce decisamente caustica; elementi, questi, che mi avrebbero ricordato da lontano i Megadeth della prima metà degli anni Novanta. Sommato a ciò, un vago retrogusto blues sempre gradevole e necessario a differenziare la proposta in un contesto così purista. Le uniche tracce interessanti di Plenty of Power sono le prime tre, oltre le quali ricordo solamente che Disgruntled faceva inverosimilmente cacare e che l’ultima, Real Metal, un titolo così poco plausibile che sembra scritto da Fenriz, era anche la più pesante dell’intera scaletta. Un dischetto insomma. Altri due dischetti, o forse tre, e sarebbe finalmente toccato a Juggernaut of Justice.

COUNTESS - The Revenge of the Horned One part I

COUNTESS – The Revenge of the Horned One part I

Griffar: Maro’, i Countess, uno dei gruppi preferiti da quell’icona del metal estremo di BlackGoat, mai sufficientemente rimpianto. Con la sua Barbarian Wrath ha pubblicato la maggior parte dei dischi di Orlok, trucido polistrumentista olandese che in quanto a metallaritudine ha poco da invidiare a chiunque. The Revenge of the Horned One part I è puro, semplice, scolastico black metal suonato da una persona convintissima in quello che stava facendo e che ha speso una vita nella sua devozione alla causa del black metal. Con testi che avrebbero fatto sembrare opere shakespeariane quelli dei Venom o dei Bathory, ed un’attitudine che riprende pari pari quella degli stessi Bathory, dei primi Mayhem, dei Sarcofago e di tutto il proto-black di fine ‘80/primi ’90. Si poteva intitolare una canzone Triumph of Metal ancora nel 2001? Ovviamente sì, e questo dovrebbe rendere abbastanza l’idea di che cosa potete ascoltare sui dischi dei Countess. Aspettatevi quindi black metal grezzo e semplice, dalla forza d’urto semplicemente unica, nonostante l’esperienza derivante dall’essere già giunto al sesto album lo abbia portato a cercare arrangiamenti diversi usando in modo maggiore le tastiere, arrivando a comporre il pezzo epic black Black Duncan Rides Again (The Horned One’s Revenge) di quasi sedici minuti, con una parte conclusiva caratterizzata da un lungo assolo di chitarra in wah-wah (davvero!). I pezzi sono un po’ più melodici, ma questo termine va preso con una certa cautela, ed anche gli arrangiamenti cercano di essere un po’ più curati. Ma questo disco puzza di zolfo da far svenire, di marcio da far vomitare, di Satana e di sabba di streghe, di Inferno, di demoni… è black metal, che cazzo. Così sia. Se non li avete mai ascoltati è ora di cominciare, prima lo fate meglio starete.

HATE FOREST - Ritual

HATE FOREST – Ritual

Griffar: A seguire di pochissimo il debutto, gli Hate Forest pubblicarono il sette pollici Ritual, vinile limitato a sole 222 copie e ristampato quasi immediatamente in CD accoppiato all’altro EP Blood & Fire. Ritual contiene due brani, il primo Burning Churches più canonicamente black metal, sullo stesso genere di quanto proposto nell’album d’esordio, anche se più breve e con tanto di effetti di un incendio; il secondo Black God più sperimentale, di soli sintetizzatori, senza strumenti classici, decisamente dark ambient nell’impostazione, che faceva intravedere quale sarebbe stata la futura direzione artistica della band, una commistione tra due generi musicali che, sebbene abbiano poco in comune, molto spesso si sono ritrovati a braccetto in tanti altri dischi di molte band che hanno utilizzato questi suoni per rendere la loro musica più cupa ed oscura. A meno che non vogliate avere tutto della band ucraina non ci perderei troppo tempo dietro, meno che mai per il vinile originale che costa uno sproposito sin da quando è uscito e che è sempre stato difficilissimo da reperire. Piuttosto prendete il CD.

MOGWAI - Rock Action

MOGWAI – Rock Action

Stefano Greco: In realtà basterebbero anche solo i nove minuti e mezzo di 2 Rights Make 1 Wrong a giustificare la presenza del terzo dei Mogwai in una qualsiasi collezione di dischi (e la versione dal vivo di qualche anno dopo forse è addirittura migliore). Ma non è che tutto si esaurisca lì: Rock Action non è solo uno dei millemila dischi incredibili dei Mogwai, ma è tra i più rilevanti, essendo il primo in cui il suono comincia a modificarsi: c’è qualche brano cantato in più del solito (magari nell’incomprensibile gaelico di Dial: Revenge), ma soprattutto si comincia ad andare oltre le chitarre, compaiono sintetizzatori e altri apparecchi elettronici che poi diverranno parte fissa della formula. Un altro elemento, solo in apparenza secondario, viene messo ulteriormente a fuoco: la ricerca dei titoli delle canzoni. Per molti un semplice dettaglio accessorio ma che nel loro caso (come nei quadri di Magritte – perdonatemi la citazione colta) conferisce sfumature emotive ulteriori e contribuisce alla creazione di significato. In compenso il nome dell’album è obbiettivamente brutto e ti dà un’idea sbagliata di quello che c’è dentro, o forse sono io che non ho capito. Resteremo col dubbio.

ARGENTUM - Stigma Mortuorum

ARGENTUM – Stigma Mortuorum

Griffar: Gli Argentum sono il prodotto della globalizzazione del black metal. A un certo punto sembrava che ci fosse la necessità di promuovere qualunque band che provenisse da zone del mondo nelle quali non solo il black, ma anche il metal in generale fosse poco diffuso. Così la Full Moon (cult label, per l’epoca: si deve ad essa la prima stampa assoluta di War Funeral March oppure gli esordi di Mysticum, Hades e miti di questo tipo) pubblicò nel 1996 Ad Interitum Funebrarum , esordio dei messicani Argentum, che per di più cantavano prevalentemente in latino. Una cosa simile avviene anche oggi, grazie a miriadi di label che cercano i gruppi più improbabili negli Stati meno metallari del pianeta, e quindi ti ritrovi ad ascoltare black metal iraniano, indonesiano, vietnamita, eritreo o roba simile. Sulla qualità del 99% della musica che poi viene riversata sul mercato potrei scriverci un libro, e non è detto che in futuro non metta in pratica l’idea. Ma torniamo ai nostri Argentum: fallito il tentativo di trasformarli in una cult band se ne persero un po’ le tracce, salvo ritrovarli nel 2001 con questo secondo disco Stigma Mortuorum. Se già il precedente con il black metal aveva abbastanza pochi punti di contatto, qui si perdono quasi del tutto fatto salvo per le vocals. Si accentuano le influenze death/doom dell’esordio, addentrandosi ancor di più nell’occult metal e prendendo parecchi spunti, per quanto riguarda le trame delle chitarre, dai brasiliani Mystifier e, a mio parere, pure dai polacchi Christ Agony post-Moonlight. Le composizioni sono impostate sulle tastiere che spargono massicce dosi di melodia, mentre le chitarre sono meno prevalenti ed oltretutto mixate più basse. I tempi di esecuzione sono medio/lenti e, per me, questo toglie parecchio mordente a tutto l’album, che si trascina avanti un po’ statico per 40 minuti. Non si possono ignorare passaggi che tendono persino al gothic metal, e, quantunque il chitarrista sia tutt’altro che scarso, relegarlo così in secondo piano rispetto alle tastiere toglie dinamismo alle composizioni, che saranno anche piacevoli da ascoltare un paio di volte, se vi piacciono melodie arpeggiate e classicheggianti, ma alla lunga fanno scemare molto l’interesse. Si potrebbe anche lodare questi volenterosi messicani per aver cercato di suonare qualcosa di diverso dal solito black metal, ma almeno un po’ di black avrebbero dovuto mettercelo, se volevano farsi strada nei meandri del genere, allora come oggi affollato e concorrenziale. Il risultato è che Stigma Mortuorum raggiunse appena la sufficienza, non fu considerato più di tanto e la band sparì nel nulla poco dopo. Pare che si siano riformati di recente, ma non ci sono notizie di nuovi dischi in cantiere, e non è che mi mancassero così tanto.

VINTERRIKET - Det Svake Lys

VINTERRIKET – Det Svake Lys

Michele Romani: Det Svake Lys è la prima release ufficiale di Vinterriket, one man tedesca attiva oramai da più di un quarto di secolo, che nel corso della sua produzione sterminata ha sempre alternato black e dark ambient, con risultati non sempre esaltanti ma in alcuni casi meritevoli d’attenzione. Personalmente li conobbi col full del 2004 Landschaften Ewiger Einsamkeit, uno dei migliori dischi di dark ambient atmosferico che abbia mai ascoltato, genere che è anche il protagonista incontrastato di questo Ep d’esordio di appena 13 minuti. Citare un brano piuttosto che un altro è opera abbastanza futile, la musica di Vinterriket va ascoltata e assorbita nel suo complesso, ma mi preme comunque menzionare la conclusiva Nattefrost, dove si sentono chiaramente le influenze dungeon synth di Vond e primi due Mortiis. Per il resto resta una proposta estremamente settoriale che mi sento di consigliare solo agi appassionati del genere, da ascoltare rigorosamente in solitudine, al buio e con un bel bicchiere di riesling in mano.

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AZAGHAL – Helwettiläinen

Griffar: Con Helwettiläinen (che è uscito in vinile 7” anche se contiene due pezzi di oltre otto minuti – cosa rara, ai limiti delle possibilità del supporto in quanto a spazio) colgo l’occasione per esprimere una mia opinione personale. Io non ho mai capito se i gruppi che nello stesso anno solare pubblica(va)no dischi a ripetizione si siano mai resi conto di quanto romp(eva)ono le palle queste politiche di inflazionare il mercato con nuove uscite a distanza di un paio di mesi l’una dall’altra. Quasi ci volesse un segretario per aiutarti a stare dietro a tutto quello che sfornano. Nel caso degli Azaghal, nel 2001 sono stati pubblicati: l’EP Black terror metal, tre brani inediti e tre cover; altri cinque brani inediti sotto il nome di Suicide Anthems incluse nello split con i Beheaded Lamb; la compilation di inediti raccattati in giro tra vecchi demo/rehearsal e cose quasi nuove dal titolo DeathKult MMDCLXVI; un’altra compilation di brani apparsi sul suddetto split con i Beheaded Lamb e su quello con i Mustan Kuun Lapset (altra band finnica con fuori un paio di CD niente male, i primi due) oltre al solito inedito messo lì per ingolosire i fans; infine questo sette pollici. Cinque titoli in un anno. Che due palle, appunto. Dal 2001 in poi, per parecchio tempo l’impostazione della band fu questa. Cosa che a una certa me li fece prendere in antipatia, tanto che dopo il 2004 non presi quasi più nulla marchiato Azaghal. In realtà all’epoca la band se la cavava in modo anche egregio, e questo EP ne è la conferma: due ottimi brani di classico finnish black metal cattivissimi, velocissimi, incazzati neri, satanici quanto basta (cioè tanto), che non inventano niente di particolare ma che sono un piacevole macello da scaraventarsi in cuffia a volume drammatico per sbriciolarsi i timpani. Più o meno la qualità della musica comparsa su tutti gli altri dischi è questa, per cui se vi piace il genere potete andarci su ad occhi chiusi. C’è chi ha fatto di molto peggio, obietterete voi, in quanto ad uscite multiple nello stesso anno, ed è vero. Ma nel 2001 quest’abitudine ancora non si era radicata e, se non fosse mai partita, avrebbe fatto un gran bene alla musica che amiamo.

IMPENDING DOOM - Apocalypse III

IMPENDING DOOM – Apocalypse III

Griffar: Furono sfortunati, i tedeschi Impending Doom. Nonostante scrivessero dell’ottimo metal aggressivo, un ibrido tra il thrash tedesco, il death metal olandese ed un pochettino di black metal giusto per incattivire ulteriormente la proposta, di fatto non se li è mai cagati nessuno tranne pochissimi fanatici come il sottoscritto. Non distanti dai Bluttaufe, ma più violenti, gli Impending Doom avevano una sezione ritmica di assoluto valore ed una notevole capacità dei due chitarristi di scrivere riff con le palle quadrate. Inoltre il cantante è molto impostato sul death metal e bello potente quando cambia soluzioni per cercare strade diverse: da ciò deriva che il prodotto finale è un album dall’impatto di un rinoceronte lanciato alla carica con il preciso intento di fare quante più vittime possibili. Apocalypse III – The Manifested Purgatorium, terzo ed ultimo lavoro dei tedeschi, contiene nove brani non lunghi che spaccano dal primo all’ultimo secondo, col pezzo finale lungo il doppio in quanto mixato con una riuscita cover di Raining Blood. Pur essendo un ottimo disco, Apocalypse III non cambiò le sorti della band, perché le vendite e le reazioni della critica furono davvero povere, causandone lo scioglimento poco tempo dopo, anche se pubblicarono il sette pollici The Great Pale hunter nel 2002 prima di abbandonare il progetto. Peccato, meritavano molto di più.

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