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Avere vent’anni: DAEMONARCH – Hermeticum

30 agosto 2018


Charles
: Se oggi uscisse un disco come Hermeticum staremmo tutti a strapparci quei pochi capelli che ci sono rimasti in testa, a fare a gara col dizionario alla mano a chi trova il superlativo più di impatto e, come minimo, a sbatterlo in top ten. L’unico reale difetto di questo album fu che uscì pochi mesi dopo Sin/Pecado, ché non avevamo ancora superato il trauma e al cui inevitabile confronto questo non poteva che sembrare una mezza schifezza o comunque qualcosa di trascurabile. A me piacque da subito perché ero ancora legatissimo al black metal degli esordi. Ora, non voglio dire che Hermeticum sia un disco perfetto, i suoi cali li ha, quella drum machine (che non ho mai potuto soffrire) se la potevano pure risparmiare, visto che la formazione dei Daemonarch è la stessa identica dei Moonspell di quell’anno (con l’esclusione del batterista), ma la prestazione vocale di Fernando spacca a certi livelli, Lex Talionis è un calcio sulle gengive potentissimo tanto che andava messa verso la fine del disco e non in apertura, perché ti aspetti che tutto l’album sia su quel livello e invece purtroppo no. Vabbè, esclusa The Seventh Daemonarch che rientra tra i 20 pezzi migliori in assoluto dei “Moonspell”. Il senso del progetto parallelo risiede in primis nel motivo che la via presa dai portoghesi era ormai irreversibile, deviata e proiettata talmente tanto in avanti che non avrebbe avuto alcun senso marchiare il black metal di Hermeticum del più noto moniker. Anzi, sarebbe stato un errore. Inoltre, il concept e i testi sono tutti frutto delle fatiche di gioventù di Fernandone che da ragazzino ci era rimasto parecchio sotto con l’occultismo. Riascoltato oggi, dopo averlo praticamente dimenticato, me lo sono gustato parecchio perché mi ha riportato indietro ai tempi di un Anno Satanae, ma meglio suonato.

Trainspotting: Ho sentito spesso parlare malissimo di quest’album, che è stato peraltro dimenticato molto velocemente, finendo in un oblio che non si meritava. A partire dai suoi stessi autori: non ho mai sentito nessun pezzo di Hermeticum suonato dai Moonspell in alcuna delle volte che li ho visti dal vivo, da più di quindici anni a questa parte. Come fosse un errore di cui vergognarsi, un incauto colpo di testa rapidamente infilato sotto al tappeto sperando che nessuno se ne ricordasse, contando sulla differenza del moniker rispetto alla band principale. 

Era l’epoca in cui i Moonspell erano uno dei gruppi europei più promettenti e influenti d’Europa, ed Hermeticum venne fuori così di colpo, tirato fuori dalle composizioni giovanili di Fernando Ribeiro, quando ancora la fiamma nera bruciava nel brumoso studiolo d’alchimista così eccellentemente messo in musica da Irreligious. Questo è Hermeticum: una versione black di Irreligious. Non ha nulla a che vedere con Wolfheart, così silvano e barocco, di cui non riprende alcuna delle influenze folk mediterranee; né tantomeno ha a che fare con l’arioso Sin/Pecado, all’epoca appena uscito. Riprende, al contrario, lo spirito di Irreligious, il cupo immaginario occultista, da dottor Faust con la mente ottenebrata da lucida follia immerso in biblioteche polverose che parlano di dimensioni oltre la comprensione umana. Ed è straniante anzitutto nella realizzazione, con quegli arrangiamenti sovraccarichi, quelle composizioni che mutano pelle in continuazione, quella batteria elettronica alienante e martellante, e su tutto la voce di Ribeiro che urla forsennatamente senza dare respiro. In pezzi come le iniziali Lex Talionis ed Of a Thousand Young sono compresse così tante idee da lasciare interdetti ad un primo ascolto, eppure ogni tassello sembra essere esattamente al proprio posto. E lo stesso si può dire per pezzi più lineari come la violenta Samyaza o le epiche Corpus Hermeticum eThe Seventh Daemonarch. Io di Hermeticum mi innamorai follemente sin da subito, nonostante il disco in sé abbia alcuni cali di tensione; eppure raggiunge picchi di bellezza assoluta e sconvolgente, come mai più sarebbero usciti dalla penna dei portoghesi. Dei Moonspell ho apprezzato moltissimo anche i tre dischi successivi, fino a The Antidote, ma il periodo davvero fulgido della loro discografia si chiude proprio con questo a nome Daemonarch; che quindi in un certo senso rimane, quanto mai poeticamente, il loro vero canto del cigno. Per me questo è uno dei dischi più sottovalutati degli ultimi vent’anni, e chi non lo conosce farebbe bene a recuperarlo.

2 commenti leave one →
  1. El Baluba permalink
    30 agosto 2018 16:28

    minchia che avete tirato fuori…non lo sento da millenni, ma ricordo che all’epoca lo prese un mio compare e ce lo ascoltavamo spesso. Non credo sia un capolavoro, perchè comunque se non l’ho più risentito nel corso del tempo qualche motivo ci sarà, ma è giusto ricordarsi di questo breve excursus dei portoghesi

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  2. saturnalialuna permalink
    7 settembre 2018 15:35

    “Per me questo è uno dei dischi più sottovalutati degli ultimi vent’anni, e chi non lo conosce farebbe bene a recuperarlo.”
    Concordo in pieno.
    Ci sono andata in fissa da subito, lo ascolto ancora con piacere!

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