Non si riesce mai a parlare male dei FATES WARNING

Tanto mi piacquero gli Arch/Matheos lo scorso anno quanto ammirai l’ultimo Fates Warning, di qualche tempo più vecchio, con certezza la loro migliore uscita dai tempi di Disconnected. E a quel punto, mi direte voi, non è che da allora ne avessero registrati troppi.

Questo Long Day Good Night arriva un po’ in sordina: un giorno Spotify me lo segnala, controllo, e davvero è uscito un nuovo Fates Warning, lontano da torrenziali pubblicità e magari sorretto da singoli d’anticipazione che pure m’ero perduto. È BandCamp a conciarmi così? Gira e rigira non è la prima volta che mi passa sotto gli occhi qualcosa di grosso e rischio di perdermelo, disorientato dal mare d’uscite a cui siamo settimanalmente sottoposti su più livelli. Ho ancora in testa il ritornello di Seven Stars dal precedente album, che era zeppo di canzoni perfettamente in grado di funzionare nonostante l’elevato grado tecnico del gruppo di Jim Matheos. Leggo quindi la durata del nuovo album e mi rattristo: un’ora e dodici minuti di musica, lungo i quali sarà certamente difficile mantenere alta la soglia dell’attenzione. Theories of Flight era uscito pure come doppio, ma, nella sua edizione originaria, vantava otto tracce e ben venti minuti in meno: fin dal primo ascolto del nuovo Fates Warning, quei venti minuti in più si sentiranno tutti.

Long Day Good Night è ineccepibile dal punto di vista musicale, compositivo, formale: i suoni sono meravigliosi, con John Vera in assoluto primo piano e la sensazione di maggior contatto con lo strumento rispetto al moderno, eppure ben concepito, Theories of Flight. Si compensa purtroppo con le canzoni, perché, nonostante la loro spudorata varietà, di veramente valide ne conto tre e altrettanti mi sembrano essere i filler. Che poi, definirli a tutti gli effetti “filler” è un insulto. Il resto è d’un livello buono, quel genere di livello su cui magari non ritorni perché non hai quell’eclatante motivo per farlo. La mia particolare predilezione va a Alone We Walk e The Way Home, seguite dalla suite The Longest Shadow of the Day in cui Ray Alder se ne resta in disparte per circa metà dello scorrimento strumentale, per poi fare capolino e rimanerci incollato. I Fates Warning si giocano benino pure la carta del radiofonico, con Now Comes the Rain e Under the Sun in cui manca proprio un pizzico di mordente sul piano vocale. Non è per menarla un’altra volta con John Arch: generalmente mi sento un sostenitore d’entrambi, e ognuno dei due ha assunto alla perfezione al compito impostogli dalle varie fasi della carriera dei Fates Warning. Però l’inarrestabile piglio interpretativo di John Arch era ed è una cosa, mentre Ray Alder mi pare si sia un attimino messo a sedere.

Come un attimo fa dicevo, abbiamo assistito a più fasi della carriera dei Fates Warning: chi ancora piange il suddetto John Arch, chi Mark Zonder, chi li preferiva dritti come un mulo e chi negli album maturi come Perfect Symmetry e Parallels. Chi infine ritiene A Pleasant Shade of Grey sia la loro migliore espressione, e chi va matto per la pesantezza e la modernità delle uscite seguenti. Oggi penso che i Fates Warning abbiano aggiunto giusto qualche ingrediente appena percettibile, ad esempio piccole influenze dalla ciclicità e dall’ossessività di certa musica contemporanea, e mi riferisco ad esempio ai Tool, che non stanno mai sopra le righe ma negli ultimi tre album li senti un po’ sempre. La cosa bella degli attuali Fates Warning è che non hanno la pretesa di aprire una nuova fase, evolvendo ulteriormente il discorso. Fanno musica variopinta, dinamica, e generalmente non riconducibile a nessun loro album già ascoltato e metabolizzato. Ma sono semplicemente i Fates Warning, con un Joey Vera in bellissima vista e una sezione strumentale probabilmente all’apice dell’intesa nonostante i metodi compositivi degli ultimi tempi non possano esser considerati “tradizionali”. Con questo, Long Day Good Night non raggiungerà Theories of Flight, ma, se di sconfitta ai punti si potrà parlare, ben vengano titoli minori come questo. Mai riuscito nell’impresa di dir male di questo gruppo. (Marco Belardi)

7 commenti

  • Ennesima prova di classe superiore. Non ce n’è per nessuno nel loro “campo da gioco”.

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  • A me invece per la prima volta un loro disco non sta piacendo. Non mi riesce proprio a entrare in testa. La tecnica e la classe sono sempre di un altro pianeta, chiaro, ma questa volta hanno virato su uno stile ottantiano troppo troppo esplicito. Alcuni ritornelli, e soprattutto alcune melodie delle ballate suonano troppo come le rock ballad strappamutande anni 80 alla Bon Jovi, e in mano a una band come loro mi sembrano un po’ uno spreco. E anche i pezzi più tecnici, come in The Longest Shadow, mi sembrano un po’ appiccicati.

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    • Lungi da me cercare di convincere qualcuno. Figurati cosa me ne possa fregare. Ho comunque avuto a tratti la tua stessa sensazione ai primi ascolti. Poi ho cambiato prospettiva: perché scrivere ritornelli che ti rimangono in testa è molto più difficile di quel che sembri. Carrozzi una volta scrisse un articolo in proposito. E, mi duole dirlo (perché è un pelato di merda che deve morire gonfio), aveva ragione.
      Aggiungo solo una considerazione: in questo disco convivono perfettamente due anime: quella più prog e quella più rock. Vuoi un accostamento azzardato nel modus operandi (non nello stile, chiaramente)? Gli Hypocrisy di “The final chapter”.

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  • Al primo ascolto ho fatto anch io l errore di paragonarlo al loro ultimo theories ed a “canzoni easy” tipo la fantastica Seven Stars. Per cui quasi quasi avevo rimpianto d averlo pre acquistato a scatola chiusa. Poi però, come spesso accade, al quinto, sesto ascolto (al buio, sparato in cuffia nel tentativo d addormentarmi) arriva la folgorazione. Sbaaam. Non posso far a meno di canticchiare “now comes the rain” e riascoltare per la trentesima volta la Suite strumentale di “longest shadow” e godere della loro maturità compositiva. Niente è uguale a niente. Per cui non fate l errore di darci qualche ascolto in maniera distaccata. Qui c e da impegnarsi. E purtroppo sembra sia il loro ultimo lavoro. Jim apprenderà la chitarra al chiodo? Ray andrà a leggere le notizie del meteo in qualche Tv spagnola? (i testi nn parlano d altro!) quel giorno piangerò. Altro che maradona…

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  • Come ho detto in precedenza per gli Armored Saint (con cui, guarda caso, condividono Joey Vera) Fates Warning bravissimi, tecnicamente ineccepibili, grandissimi dischi (almeno da ”No Exit” in poi) pero’ son sempre mancate le copertine dei magazine per spingerli al successo che avrebbero meritato. Per quel che riguarda l’ultimo disco, mi e’ piaciuto un filino meno di ”Theories Of Flight” (magari un po’ troppo lungo) ma rimangono sempre e comunque una grande band.

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