Buona la diciottesima: ANVIL – Legal at Last

Sembra facile ma non lo è affatto. Diciotto album in studio, al termine dei quali una sequela di titoli talmente ordinari da togliere speranza a noi e voglia a loro. Come se niente fosse, ecco che gli Anvil ne fanno un altro. La spinta di Juggernaut of Justice risale a una decina d’anni fa e quella spinta si è certamente esaurita, ma c’è un dettaglio.

Ogni tre o quattro album loro ne fanno uscire uno davvero dignitoso, ed è un fatto talmente ciclico da potersi chiamare “statistica”. A quel punto agli Anvil sale un entusiasmo che neanche con Forged in Fire, e, in seguito a un rapido briefing, si stabilirà di continuare a pubblicarne uno in media ogni due, massimo tre anni. La regola ferrea è che la copertina dovrà fare schifo. Non è uno schifo inteso come sinonimo di ripugnante, è uno schifo che fa trademark e che alla fine te lo vai pure a ricercare. L’altra regola è risaputa: tre parole nel titolo, non mezza di più.

Quale sconosciuto si soffermerebbe sul nome degli Anvil nel bel mezzo del 2020? Loro ci mettono la solita incudine – in passato già aeroplano – stavolta tramutata in strumento per fumare tenuto in mano da un angelo, e tu, sconosciuto, ti ci soffermerai davvero. Il problema è cosa cazzo mettere in copertina al prossimo giro, e non ho dubbi che avranno già ideato qualcosa con mascherine o oggetti simili.

Fra le tante, odio un paio di cose: l’abitudine delle band di dare un nome ai propri fan (immagino genitori disperati nello scoprire che la loro figlia è una coiler) e le mascotte da ripresentare a ogni copertina. Loro quest’ultima casistica l’hanno risolta così: con l’incudine.

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Il giorno in cui un ex Celtic Frost sdoganò il copricapo ai suoi coetanei

L’altro aspetto di routine riguarda la ciclicità delle scalette: il pezzo veloce alla Freewheel Burning con chitarre per giunta un po’ priestiane, quello zuppo di cori suggeriti al telefono da Boltendahl, e quindi la sortita alla Motorhead in due possibili opzioni: dritti come un mulo con la batteria in up-tempo dall’inizio alla fine, o con un hard rock cadenzato alla Born to Raise Hell. Poi c’è il pezzo da motociclisti, anch’esso decisamente scanzonato e seguito a ruota dal mid-tempo, roccioso, oscuro e con su scritto Accept da tutte le parti. Ritornello semplice, una sola parola, palm muting a pioggia ma attenzione a non darci troppo dentro che altrimenti si rifà di nuovo Worth the Weight.

Cosa significa comporre un album del genere nel 2020? Non solo per quanto riguarda gli Anvil, ma in generale nell’heavy metal?

Significa solo che devi avere le canzoni dalla tua parte. Nessuno può reinventare l’heavy metal oggi, anche se un solo Firepower potrà rimetterti addosso una voglia tale da non necessitare affatto di transitare per l’innovazione. Passa tutto attraverso le canzoni, ecco da dove passa. Ozzy Osbourne ci ha appena dato in pasto qualcosa da cui fanno capolino Elton John, un rapper, il batterista di una band che non mi è mai piaciuta e l’appeal più radiofonico e cacacazzo dai tempi di The Ultimate Sin: e quel qualcosa lo rimetterò su fra dieci minuti, perché Ordinary Man ha le canzoni.

Agli Anvil, però, vengo a conclusione che di tutto questo far calcoli non freghi un beneamato cazzo.

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La cuffia per la piscina comunale rappresenta una valida alternativa al banale cappellino

Loro vogliono solo divertirsi, e se non avranno sufficienti canzoni per rifare Juggernaut of Justice VII, beh, vorrà dire che quel giorno ve li sorbirete lo stesso. Se gli Anvil azzeccano finalmente un titolo, dopo tre o quattro che rasentano la mediocrità, e se questo Legal at Last è buono nella prima parte e nella seconda cala a picco, occorre coraggio per scriverne negativamente. Le prime due canzoni sono una goduria totale, e sono giunto alla quinta o sesta che stavo gridando al miracolo. Passi il resto, stavolta hanno vinto loro e mi auguro che in futuro sia ancora così.

Agli Anvil faccio un applauso, ma non perché Legal at Last sia il miglior disco dai tempi di Juggernaut of Justice (e in ogni caso lo è). Glielo faccio perché non riesco a percepire, in loro, la struggente sensazione di pilota automatico e di mestiere che tanti gruppi, reduci delle medesime annate di gloria ed oggi sotto contratto con etichette un tempo rispettabili, mi fanno percepire ad ogni uscita. Osservando certa gente riesco solo a pensare che stanno andando al lavoro. Gli Anvil non li conosco certo di persona, ma sono convinto che vivano questa cosa chiamata carriera come un vero e proprio spasso, il che li riporta, ogni dannata volta, a fare quello che fanno senza la minima pressione mediatica, o discografica, e senza seghe mentali di mezzo. Ecco l’heavy metal.

E allora fateli divertire, fategli sfornare quintali di heavy metal, che già ne producevano quando io non ero ancora nato. Non si possono rompere i coglioni agli Anvil, specialmente stavolta. È opportuno, semmai, procurarsi una cotta di maglia poiché la statistica non sbaglia mai: i prossimi tre album degli Anvil saranno un’onda d’urto, e certamente non in senso buono. (Marco Belardi)

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