Recuperone con l’acqua alla gola: EREBOS, CAN BARDD, GRIMA, GAAHLS WYRD

Se Peter Jackson decidesse di fare un film sul Silmarillion (al momento sappiamo solo che se ne farà una serie tv, ma targata Amazon Prime Video), oltre al disco a cui stiamo pensando tutti, gli consiglierei di non sottovalutare questi EREBOS. Che poi trattasi di un uomo solo al comando, un polacco, che fa dischi ispirati all’epos tolkieniano e ai Summoning dal 2017 e io li scopro solo adesso dopo aver spulciato l’anteprima dei dischi preferiti dal crudelissimo Michele Romani, il quale tira sempre fuori delle cosine all’ultimo momento che ci fanno tremare la terra sotto ai piedi. Dunque, A Flame That Pierces with a Deadly Cold è un disco bellissimo, carico di poesia ed immagini evocative. È addirittura il quinto album di questo signore, Dariusz Łukasik, ma il primo non totalmente strumentale e ora mi tocca andare a recuperare tutto il resto. Non so cosa altro dire: è tutto molto bello, davvero. Lo so che il disco è uscito ad aprile, ma che ci posso fare. È in questi momenti che vorrei avere almeno una settimana in più per chiudere la playlist di fine anno. A Flame That Pierces with a Deadly Cold sarebbe perfetto per raccontare di epiche battaglie e altre vicende accadute tra elfi e umani nelle due ere di Arda, ma la vita è infame e probabilmente Jeff Bezos si affiderà a qualche compositore equo e solidale per la colonna sonora della serie tv.

Il disco dei CAN BARDD, invece, è uscito addirittura a febbraio e io mi sento ancora di più uno stronzo ad averlo scoperto ora. Un altro uomo solo al comando, Malo Civelli, supportato alla batteria da Dylan Watson, che non ho capito se sia il suo vero nome o uno d’arte, nel dubbio hail. Detto ciò, gli svizzeri Cân Bardd, mostrano di avere una concezione ancora più naturalistica e bucolica del loro collega polacco, inserendo nell’impianto black metal atmosferico, anch’esso di palese risonanza summoningiana, elementi folk e medievali che arricchiscono di dettagli un dipinto realista della natura già magistralmente rappresentato. The Last Rain è un album molto intenso, da brividi, un altro di quelli che ti senti di consigliare dal primo ascolto anche se hai la certezza che un unico ascolto non sarà lontanamente sufficiente a coglierne le diverse sfaccettature. Da approfondire, da sedimentare e, probabilmente, da trattare con maggiore attenzione.

Dalla Russia con livore, ancora atmospheric black metal (del resto, questo è proprio il periodo giusto) con i fratelli Sysoev, Maxim e Gleb, provenienti da altre band russe orbitanti nel post-black metal, tipo Second to Sun, Ultar e altre che non avevo mai sentito nominare, i quali si pregiano di offrirci un disco interessante che attinge a piene mani dall’esperienza agallochiana, sebbene le due band siano geograficamente agli antipodi, separate da svariate migliaia di chilometri al punto che Google Maps non riesce a calcolare la distanza tra Portland e Krasnoyarsk, città dei GRIMA, situata nel bel mezzo del vastissimo nulla russo. Non gli oscuri e freddi boschi dell’Oregon, ma la gelida taiga siberiana, con le sue tradizioni, mitologie e demonologie a far da cornice alle note di Will of the Primordial. Non ha molto senso sprecare altre parole, lo avrete capito di cosa stiamo parlando, quindi aggiungerei solo una considerazione personale circa l’evoluzione che sta avendo il filone del black metal atmosferico: se ben ricorderete (i più attenti ricorderanno), negli ultimi, boh, cinque anni, abbiamo assistito al proliferare assurdo di one man band e gruppi ultra underground provenienti da paesi lontani, cioè musicalmente lontani dalle coordinate tipiche del genere (parliamo, appunto, di Est Europa, Russia, Ucraina o Australia), la cui scarsa qualità da prodotto “garage made” era palese, ma che già covava il fuoco delle idee; ora assistiamo al fatto che, pur parlando di idee già abbondantemente sviluppate dai gruppi europei vent’anni fa, una volta atterrate anche in questi paesi musicalmente arrivati dopo, ora che hanno pure imparato a fare dischi, iniziano ad uscire cose di qualità indubbia, da tenere quantomeno d’occhio.

Ciò che si sapeva di questi GAAHLS WYRD, il nuovo progetto black metal di Gaahl, come si sarà intuito o come forse vi è già noto, riguardava solo alcune apparizioni live nelle quali venivano riproposte delle cover dei Trelldom, dei Gorgoroth e dei God Seed cioè, nell’ordine di tempo, la prima, la seconda e la terza band del cantante di Sunnfjord. Dalla prima di queste apparizioni, al BlekkMetal di Bergen del 2015, se ne fece anche un live album. Una setlist similare è stata poi riproposta in mezza Europa (Italia compresa) fino alla pubblicazione di GastiR – Ghosts Invited, i cui pezzi nei concerti odierni si alternano ancora a quelle cover (sulle quali si presume Gaahl detenga i diritti, a seguito delle note vicende giudiziarie). Ma perché tutti questi dettagli? Perché, a mio parere, una formazione che ha avuto modo di ben rodarsi sui palchi, soprattutto riproponendo brani risalenti ai gloriosi anni, si troverà più affiatata e a suo agio sia nello sviluppo della fase compositiva in senso stretto, sia nell’ispirazione e nei riferimenti ai quali gli viene più spontaneo dar voce e seguito in un disco nuovo. È questa la spiegazione che mi sono dato ascoltando un album come GastiR – Ghosts Invited, che ho trovato pienamente maturo, moderno sebbene per nulla immediato, e frutto di una solida consapevolezza dei propri mezzi da parte dei suoi creatori. Indubbiamente non siamo di fronte a un qualcosa che segue una moda, un indirizzo comune o la tendenza del momento, e questo vale sia nel merito degli aspetti più strettamente legati al songwriting, sia nella produzione. Ecco, soprattutto rispetto a quest’ultima, sebbene ovattata e poco limpida (tutte caratteristiche che in questo caso specifico ho apprezzato), ho trovato da subito vi siano molte similitudini con le ultime produzioni di un’altra band di Bergen, per poi verificare che chi ne ha curato gli aspetti di engineering e missaggio è lo stesso Iver Sandøy che presta la sua opera agli Enslaved. Un altro mattone che va ad aggiungere forma e definizione all’edificio del black metal norvegese attuale. Bravò Gaahl. (Charles)

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