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Frattaglie in saldo #40

11 marzo 2019

Ovviamente pensavo di iniziare l’anno con il consueto recuperone pletorico di tutta la roba uscita nel 2018 di cui, per un motivo o per un altro, non ero riuscito a scrivere. Ma anche per le recensioni vale l’adagio “ogni lasciata è persa” e non vorrei arrivare a settembre a trattare ancora di uscite dell’anno scorso. Avrei voluto parlarvi, che so, dei tre dischi techno-death che più mi hanno incuriosito quest’anno: i nuovi di GorodHorrendous e Slugdge (questi ultimi ancora devo capire se mi piacciono o mi fanno schifo). Avrei voluto parlarvi dei cruenti Of Feather And Bone, ennesimo colpaccio targato Profound Lore, dei sempre interessanti Obliteration, del brutal tecnico niente male degli Skeletal Remains, di un paio di robe più canoniche ma godibili come gli Outer Heaven e i Genocide Pact. Se avete una mezza giornata libera, magari segnatevi questi nomi e fatevi un giretto su Spotify.

E, soprattutto, avrei voluto parlarvi di quello che è stato il miglior disco revivalista svedese del 2018 dopo Mark of the Necrogram dei Necrophobic: Chaos Manifesto dei Demonical, ennesima conferma dell’estro inesauribile di Martin Schulman dei Centinex. A furia di recensire album dove è coinvolto a qualsiasi titolo Martin Schulman, diventa però difficilissimo tirare fuori qualcosa che non sia l’articolo già vergato per l’Lp precedente con i titoli cambiati. Siate comprensivi.

Se i Demonical, nel settore, restano una spanna sopra tutti, va detto che il revival del sound di Stoccolma, pur non essendo più il filone affollatissimo che era qualche anno fa, continua a regalare qualche discreta sorpresa. Come, ad esempio, i FERAL, in giro da una dozzina d’anni e giunti al terzo album con questo Flesh For Funerals Eternal. Dal precedente Where Dead Dreams Dwell, citazionista fin dal titolo, la musica non è cambiata affatto, come è giusto che sia. Il dischetto pesta e scorre bene ma il livello di gradimento sarà direttamente proporzionale al grado di saturazione che avrete raggiunto a forza di ascoltare gente che suona come i Grave nel 1992. Anche il citazionismo di cui sopra a volte è davvero eccessivo. Avete presente quelle vecchie storie di Dylan Dog che erano in sostanza remake di film celebri con Dylan Dog dentro? Ecco, i pezzi di Flesh For Funerals Eternal sono per lo più remake di brani già scritti da band celebri con i Feral dentro. I più saccheggiati sono i Dismember, con diversi riff presi pari pari da Massive Killing Capacity e la cosa, dopo un po’, inizia a diventare fastidiosa, almeno per chi, come il sottoscritto, su Massive Killing Capacity ha speso una buona porzione della propria adolescenza capellona. Nulla di male, per carità, ma adesso che gli originali si sono pure riformati… Chi viene allo Scandinavia Deathfest a ottobre?

Se anche voi avete finito per non sopportare più Municipal Waste e accoliti vari ma volete ascoltare del metallo battente vecchia scuola non necessariamente declinato nella maniera trucida cara alle band il cui moniker termina in “ator” (Vindicator, Dekapitator e così via), fermi tutti che ho il gruppo che fa per voi. Che il logo puntuto e la provenienza latinoamericana (Costa Rica) non vi ingannino: gli HERESY suonano un ottimo thrash metal in stile Bay Area che riesce a ispirarsi ai mostri sacri (Death Angel in primis) senza suonare passatista o stantio. Sette brani, due dei quali strumentali, per trentacinque minuti. Praticamente un Ep ma va benissimo così. Blasphemia è il secondo lavoro in studio dopo Worldwide Inquisition del 2012, che non ho avuto il piacere di sentire, e mostra una formazione derivativa ma già solida e competitiva. Tecnica individuale non trascurabile, bel gioco di sponda tra le chitarre, il giusto bilanciamento tra sfuriate e mid-tempo. Basterà l’iniziale Downpour per dipingere sul volto degli appassionati un ghigno di soddisfazione. Il dischetto è autoprodotto ma gli Heresy meriterebbero un contratto con un’etichetta di peso molto più delle legioni di peracottari che hanno cercato di spacciarci per anni come nuovi alfieri del genere. Recuperateli, non ve ne pentirete.

Restiamo in campo thrash con i CREATE A KILL, progettino che vede unire le forze due ex batteristi dei Malevolent Creation: Gus Rios, licenziato in malo modo da Fasciana cinque anni or sono, e Alex Marquez, quello di Retribution e Stillborn, che negli ultimi anni è tornato a darsi da fare (con tanto di reunion dei Solstice) e deve aver quindi presumibilmente risolto i problemi di droga che lo avevano emarginato dalla scena (un altro ex Malevolent, Jason Blachowicz, raccontò che il suddetto, dopo aver inciso insieme a lui il secondo album dei Divine Empire, sparì nel nulla dopo aver rubato tutta la strumentazione dallo studio). Dietro le pelli c’è Rios, che si è occupato anche di basso e chitarre nonché della produzione e del missaggio, Marquez strepita stridulo dietro il microfono e all’altra chitarra c’è Daniel Gonzalez, già al fianco di Gus nei Gruesome. Siamo dalle parti di quel tardo thrash ipervitaminizzato che non era ancora death ma ci si avvicinava. Si avverte qua e là l’influenza dei tedeschi, primi Destruction in testa, ma il riffing – come peraltro nella band madre – è di matrice prevalentemente slayeriana (un esempio su tutti Decimate). Summoned To Rise, se preso per quello che è, un cazzeggio alcolico tra vecchi amici, funziona pure, a patto che non abbiate troppe pretese. Chissà se nel frattempo Alex Marquez ha svuotato anche lo studio di Gus Rios per rivendersi tutto e comprarsi la droga.

Concludiamo con quello straordinario esempio di affidabilità teutonica che sono gli OBSCENITY, forse una delle formazioni death metal più sottovalutate d’Europa. Summoning The Circle è ormai il loro decimo full ed esce a due anni da quel Retaliation che ce li aveva restituiti in ottima forma ma, al solito, ci eravamo filati in quattro. Si spera che a ‘sto giro arrida loro un po’ di fortuna in più perché i cinque di Oldenburg hanno tutto: sanno suonare, sanno scrivere pezzi scapocciosi e coinvolgenti in un ambito inflazionato dagli sterili epigoni dello slam e, cosa più importante, hanno una formula personalissima e, almeno in patria, spesso copiata senza mai esiti alla stessa altezza. Il bello stilo che ha fatto loro onore è quello che mi sono permesso di battezzare brutal death melodico alla tedesca. Ovvero un growl grasso e dolente che costruisce linee vocali sensate, ritmiche trascinanti e dalle strutture non sempre lineari (Feasting from the dead), assoli curati e ispirati e aperture melodiche cupe e ariose che poco o nulla hanno a che fare con la scuola svedese (sentitevi gli attacchi di Scourge of humanity e Torment for the living), ciò senza nulla togliere all’aggressività di mid-tempo schiacciasassi e accelerazioni con un lavoro di batteria che sa andare ben oltre i soliti blast beat a profusione. Eccellenti, come sempre. Se non li avete mai ascoltati, è decisamente il momento di rimediare. (Ciccio Russo)

One Comment leave one →
  1. 11 marzo 2019 20:09

    Niente male gli Heresy. Grazie Ciccio!

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