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Frattaglie in saldo #6

4 gennaio 2011

I GOD DETHRONED sono sempre una garanzia. La band di Henri Sattler è riuscita ad elaborare una formula allo stesso tempo classica e riconoscibilissima che non smette mai di piacere e far alzare le cornine in aria. Il motivo è semplice: grattando sotto la superficie di un suono che i giovani d’oggi chiamerebbero blackened death metal, escono fuori tra i riferimenti principali gli Slayer per la soverchiante ferocia e i lancinanti assoli e, beh, gli Iron Maiden per il modo di costruire le melodie. E’ per questo che l’ensemble olandese piace anche a un raffinato cultore del bello come il nostro Charles, che è solito trascorrere i weekend nella sua tenuta delle Langhe sorseggiando Lagavulin mentre ascolta i Sol Invictus sulla sua poltrona in pelle umana. Sentitevi, per credere, la title-track di Under The Sign Of The Iron Cross (Metal Blade), loro nono platter, che esce ad appena un anno di distanza dal precedente Passiondale. In mezzo ci sono stati i soliti cambi di line-up, con un batterista e un chitarrista nuovi di zecca prelevati dai Prostitute Disfigurement. Sarà forse per questo che l’album, rispetto al suo predecessore, privilegia la velocità e gli assalti all’arma bianca alle atmosfere tetre e desolate che pure fanno parte integrante del Dna dell’act di Beilen. Ma rasoiate come Storm Of Steel e The Red Baron conservano il feeling apocalittico e lacerante dei migliori God Dethroned, e se li avete apprezzati in passato Under The Sign Of The Iron Cross non vi deluderà di certo. Restiamo nei Peasi Bassi con gli amabili HOUWITSER, ragazzi che della vita apprezzano le cose semplici e genuine, come la pornografia e lo sterminio di massa. Un tempo dediti a un brutal di stretta osservanza Usa, sebbene corretto da quel mood tetro e claustrofobico tipico dei gruppi del Benelux, questi trucidoni si sono diretti verso territori più vicini al goregrind. Un ritrovato minimalismo che però non funziona del tutto, soprattutto se poi tenti di scrivere brani di otto minuti come la romantica Demolish The Deformed. I dischi passati mi erano piaciuti ma questo Bestial Atrocity (Sevared Records) mi ha francamente annoiato, e la mediocre produzione non aiuta di certo. La cattiveria c’è, è la pompa che manca. No, Aldo, non in quel senso lì. Su versanti consimili un album onesto e tutt’altro che disprezzabile è Anthems Of An Empyreal Dominion (Comatose) dei turchi DECIMATION, che ci sollazzano con un cruento brutal death che guarda sia all’Europa (Vader) che all’America (Suffocation). I brani, pur diretti e violentissimi, sono abbastanza impegnativi dal punto di vista esecutivo (i ragazzi ci tengono a far vedere che sanno suonare) e lasciano trasparire qua e là una sorta di flavour epico che li rende un minimo peculiari. Non male, gli aficionados ci facciano un pensierino.

Omega Wave (Nuclear Blast), primo  full-lenght dei FORBIDDEN dopo tredici anni, all’inizio mi era sembrato una schifezza. Con qualche altro ascolto è cresciuto, ma non è che mi abbia fatto ‘sta grande impressione. Dopo aver partorito due classici del Bay Area thrash come Forbidden Evil e Twisted Into Form, la band di Craig Locicero tentò, come tanti altri, di uscire viva dagli anni ’90 aggiornando la propria musica alla luce del Pantera sound allora imperante, con risultati poco felici in termini sia commerciali che artistici. Oggi, perlomeno, tentano di fare qualcosa di personale laddove avrebbero potuto tranquillamente dedicarsi a un comodo revivalismo. La base è sempre un thrash ipertecnico zeppo di variazioni e stop’n’go ma il tiro e l’aggressività di cavalcate come le iniziali Forsaken At The Gates e Overthrow non sono la regola. I Forbidden del 2010 prediligono la melodia e i tempi rallentati, la cura del dettaglio e le strutture complesse  e sfaccettate (nei limiti del genere, ovvio). Gli esiti, però, convincono solo a tratti (come nel caso della coinvolgente semi-ballad Dragging My Casket) e il disco finisce spesso per risultare noioso e stucchevole, anche a causa delle linee vocali eccessivamente enfatiche di Russ Anderson. Ai californiani va sicuramente il merito di aver tentato di tirar fuori un lavoro non scontato ma la carne al fuoco è un po’ troppa e Omega Wave non regge il confronto con le nuove prove dei vecchi compagni d’arme Exodus e Death Angel. A questo punto quasi quasi mi diverto di più ad ascoltare roba tipo i VINDICATOR, che arrivano tutti giulivi dall’Ohio (luogo che ha sempre suscitato una profonda quanto misteriosa fascinazione in Trainspotting; io ho sempre provato a spiegargli che il posto più fico degli Usa è l’Oregon ma non mi dà retta) con il loro thrashettone antiquato e buzzurro, dall’elettroencefalogramma più piatto di una tavola da surf. In The Antique Witcheries (Heavy Artillery) non c’è un riff che non sia preso pari pari da Kill’em All e il cantante è sicuramente un compagno di sbronze del liceo messo dietro al microfono perché non era in grado di suonare manco il campanello ma pareva brutto lasciarlo fuori dal gruppo. Però il dischettino, per quanto banale e naif, diverte e fa il suo mestiere, a patto di essere nostalgici terminali come il sottoscritto. E in generale, a prescindere dalla qualità, è bello che escano ancora album così, dai. E anche per questa volta è tutto, Frattaglie in saldo vi dà appuntamento a dopo le feste con una puntata muy underground dedicata alle band più putrescenti rigurgitate dal sottobosco estremo americano negli ultimi mesi. Stay gore & tuned, che ne vedremo delle belle… (Ciccio Russo)

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