Quel pomeriggio passato a sfogliare un merchandising da cani

Se oggi una band si arricchisce, campa di rendita o nella più papabile delle ipotesi galleggia a fatica, lo deve in buona parte al merchandising.

L’alta marea originata dal progredire delle cose spinse in alto un po’ tutte le barche, questo, fino all’esplosione commerciale del nostro genere musicale prediletto. Napster consegnò poi il conto a chi navigava su uno yacht e pure a chi si trovava su una bagnarola piena di falle: riempì noi di musica gratis, ricacciando tutti loro così in basso che capirono quanto distante fosse il fondo. Il digitale, l’mp3, la lenta cancellazione del fisico non hanno eroso soltanto i sentimenti, ma hanno mandato a gambe all’aria l’economia dei gruppi musicali, e, con ciò, spostato i guadagni verso le piattaforme che ne giovarono, gravando sulle spalle dell’arte e aggiungendo uno zero, e poi un altro ancora, infine chissà quanti al proprio straripante bilancio. Mostri del genere, una volta che avranno annusato che non tira più l’aria giusta, si sposteranno su un altro settore e ne risucchieranno le energie rimanenti: negli ultimi vent’anni è toccato alla musica, e quando non ci saranno più gruppi intenzionati a sbattersi pur di registrare un disco, allora cadrà a pezzi pure il muro della comodità d’avere un account Spotify, o YouTube, al patto di poter fruire di qualsiasi cosa, e subito!, come milanesi che s’ingozzano di tramezzini prima di correre alla riunione con lo stomaco che ancora gli scoppia d’acido. Ma chi suonerà per voi il giorno in cui non converrà più suonare?

Ecco che i gruppi si vedono costretti a reinventarsi, letteralmente. Rivenditori di bagnoschiuma, infradito, occhiali da sole, rosari e mille altre cose che un tempo ci procacciavamo al mercato, al centro commerciale, da Zara o chissà dove.

Quando si tratta di tappare i buchi pur di continuare a praticare la propria passione, non è detto che si riesca a preservare del tutto la dignità. Questo fattore d’importanza vitale viene ancora meno nel caso del merchandising, che oggi analizzeremo dopo esser transitati per altri aspetti paralleli alla musica e per tutto ciò che non le permette d’ingranare.

In ordine di prezzo crescente:

Metallica – i calzini di Master of Puppets per le peggiori occasioni: 17.99 euro

60646_metallica_master_of_puppets_socks_napalm_recordsTrovo, sul sito della Napalm, i calzini media lunghezza di Master of Puppets raffiguranti le mani che reggono i fili, il cimitero dei soldati americani e l’immancabile logo puntato. E rifletto su quando avevo sedici anni, sentendomi Harrison Ford con in mano il calice giusto perché avevo trovato la maglietta dei Bathory. Che problema hanno i ragazzini di oggi? La verità è che il mondo è un luogo ancora più oscuro di quanto crediamo, popolato da qualche quarantenne che segue i Metallica dal 1991 e che circola per casa con in mano una Ceres e, ai piedi, quella roba lì, magari in attesa che giochi l’Inter. Ogni uomo, nella sua vita, si è lamentato almeno una volta del pigiama di merda con gli orsetti acquistato dalla fidanzata al mercato delle Cascine: vediamo di non peggiorare la situazione.

Meshuggah – L’asciugamano da bagno con l’octopocefalo: 24.38 euro

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Il momento del bagno o più generalmente della doccia è uno dei più rilassanti dell’intera giornata, e, come tutte le cose, porta alcune persone a interpretare istanti del genere come una sorta di rituale: si acquistano dei sali o altri prodotti con determinate caratteristiche e ci si gusta ancor più l’attimo. Personalmente vado avanti da un decennio col solito Bionsen senza rompere le palle se mi hanno comprato un bagnoschiuma di un’altra marca, e, in merito, ho ricordo di storie fiorentine a dir poco oscure. A lavorare con mio zio c’era questa tizia che, quotidianamente, si imboscava nel locale docce. Attratti da alcuni rumori sospetti, i colleghi la trovarono con il soffione della doccia che le sparava acqua pressurizzata sotto la cicala. Insomma, da sempre c’è chi si arrangia anche senza l’ausilio dell’octopocefalo.

Abbath – La sciarpa non ancora in dotazione presso l’esercito norvegese: 24.99 euro

La sciarpa di Abbath, con dimensioni indicate in pollici così non vi renderete conto di quanto è piccola, stando agli autorevoli dettagli in calce è tuttavia di ottima qualità e vi proteggerà dai gelidi venti settembrini che presto sferzeranno la Piana di Sesto. Presente una gigantesca scritta “TO WAR!”, tutta maiuscola, motivo per il quale vi suggerirei di indossarla al prossimo comizio elettorale in modo che possiate essere abbattuti dai cecchini dislocati sui tetti. Inizio ad essere particolarmente preoccupato: l’ultima t-shirt che ho acquistato era dei Voivod, dopodiché mi sono limitato a piazzare in cucina una tazza dei Black Sabbath. A quest’ultima non seppi proprio resistere, nonostante essa non mi servisse affatto. Saper resistere a un oggetto del genere è un problema che non dovreste assolutamente porvi, eppure sta lì, in attesa che qualcuno passi e clicchi.

Fascia medio/alta, la più temuta del catalogo:

Arch Enemy – La coperta in pile di Alissa White-Gluz: 69.99 euro

0-alissa-white-gluz-fleece-decke-1545221774Il pile, o polar fleece, è noto per le seguenti caratteristiche: tiene particolarmente caldo, non è impermeabile e non costa praticamente niente, essendo prevalentemente ricavato dalle bottiglie di plastica che ricicliamo. Ora, però, dovrò fare alcune distinzioni: la band svedese, non più in grado di mettere a vostra disposizione un album decente al netto di una così talentuosa formazione, produce questo gadget dalle dimensioni generose, 125X150cm, e ci stampa sopra un’immagine che dubito scontenterà il segaiolo che non deve chiedere mai, in una delle più bieche evoluzioni di quello che una volta fu Postal Market. Inoltre è specificata una nota subdola, ovvero che il retro è bianco: appendete questo oggetto nella cameretta del quindicenne giusto e in una settimana lo sarà anche il davanti.

Satyricon – I calici da vino con il logo della band: 79.90 euro

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Un’ottantina d’euro per tre bicchieri di qualità indefinita: direi che se il tuo cristallo è dei migliori, tu lo specificherai con orgoglio nelle note; e loro figuriamoci se l’hanno potuto specificare. Ma c’è la valigetta, a sua volta riempita da quell’ovatta di merda che ti tirano dietro in una qualsiasi pelletteria. Per una quindicina di euro mi sono comprato su Amazon una coppia di Glencairn da whisky, versione non intagliata, e posso solo dedurre che ne ritroverete una qualità simile qui. Inoltre il set da tre è da scambisti, o, meglio ancora, da filmino porno dove il marito si sega sul vicino di casa che si è preso sua moglie da tutte le direzioni. E poi, se il vetro fosse un buon vetro, noi ci ubriacheremmo, e il vetro tenderebbe a cadere di mano assai facilmente, con l’obbligo di correre ai ripari e comperarne ancora. Ikea?

Timo Tolkki’s Avalon – materiale vario in vendita su base d’asta

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Affiancandolo a un coupon realizzato con zelante professionalità nordeuropea, l’ex chitarrista degli Stratovarius Timo Tolkki ci offre, da Monterrey, Messico, corde e plettro utilizzati per comporre l’intero quarto album del progetto Avalon. Il cui foglietto illustrativo ne certifica l’autenticità, autografato, com’è, sulla prima pagina di blocco notes che deve essergli capitata a tiro in quell’infame pomeriggio. L’asta scatenata su Facebook era priva di una base di partenza, e l’unico follower che si è azzardato a ipotizzare un prezzo, stabilendolo in cinque dollari, non ha ricevuto alcuna risposta dal finlandese trapiantato nella terra dei Chihuahua e successivamente transitato per Finlandia e Repubblica Ceca nella speranza che il Covid-19 non dilaghi anche lì, e, allo stesso tempo, che un qualsiasi conoscente di qualsiasi grado lo finanzi al più presto.

Fine del catalogo

Fortunatamente, quanta di questa roba vedo in giro? Nessuna, precisando che poche persone girano per strada con un calice da vino o un asciugamano, ma che, nel caso dei Metallica, i risvoltini potrebbero tradirvi.

Firenze tra il 1995 e il 2000 era invasa dai metallari, come se la zona stazione fosse una spiaggia della Normandia, e i fan di Megadeth e Slayer le ultime truppe intente a bonificarla dagli ordigni inesplosi. Ovunque volgessi lo sguardo intercettavo una maglietta e quello era il gadget, il cosiddetto macguffin, l’oggetto che ti avrebbe identificato. Aldilà di quelle pezze di cotone possedevo soltanto un ciondolo di …and Justice for All, e poster, tantissimi poster da non sapere dove attaccarne la metà.

Allora per quale misterioso motivo dovreste comprarvi una cripta segreta come Batman all’unico fine di dare alloggio a tutte queste minchiate, con cui, onestamente, in giro per le città non vi si vedrà mai?

Su quelle pagine ho intercettato la busta per la spesa dei Tool, accidenti a loro e a chi gli dà retta. E se l’ho intercettata è perché qualcuno, un pensierino sopra, ce l’avrà pure fatto. Quella roba adatta a contenere burro e ortaggi costa ben nove dollari. Nove.

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La boccettina di sudore di Dino Cazares per i venticinque anni di Demanufacture: ognuno celebra come peggio può

Timo Tolkki a parte, che presumo stesse tentando di mantenere un ritmo di vita alla Jerry Calà in un Messico che si era accorto della mucca da mungere, i gadget che ho elencato sopra non sono usciti ieri. Da anni, ogni manager, chitarrista con le idee o discografico che non si rispetti è alla ricerca del guizzo che renderà il tuo gruppo l’unico con a disposizione l’elmetto simil-tedesco con il logo e la croce rovesciata. Ne bastano dieci, di cui nove finiranno piazzati nel personalissimo museo degli orrori di altrettanti fan in debito di fidanzamenti; e il decimo, beh, quello se lo terranno loro, invenduto e inutilmente custodito in uno scatolone per decenni. E una volta che riapriranno quello scatolone, l’elmetto e la croce rovesciata stampati su materiali cinesi per la gloria di nessuno gli rinfacceranno di quando entravano in studio per registrare album pregevoli, accompagnati da foto e interviste in cui si inneggiava a Satana e da altre cose destinate a rimanere un male minore e giustificabile. Un male necessario, anzi, in quel magnifico teatro degli orrori che da sempre l’heavy metal è, a prescindere da credenti o recitanti, dagli autoconvinti o dai plagiati.

Il male maggiore l’avrebbero commesso da grandi, quando chi non è più capace si ritira e chi ha il terrore di iniziare una nuova vita scenderà a qualunque compromesso, pur di restare quel che ritiene ancora d’essere. Diamo la colpa a Napster e Spotify e diamogliela a ragione, se per mezzo di essi abbiamo svenduto un intero settore in cambio di comodità e fruibilità. Pretendiamo di assimilare cento dischi al mese anziché dieci, di correre come pazzi e di non comprendere, o anche solo notare, che il mondo della musica, così facendo, assomiglia a una clessidra con un po’ troppa sabbia sedimentata nella parte bassa. La colpa è anche degli artisti, purtroppo, o almeno lo è laddove la reazione alla spietatezza firmata cambiamento rasenterà l’indecenza e lo sciacallaggio.

Non c’è scritto da nessuna parte che l’artista dovrà vivere eternamente da artista: anzi, chi ha perduto un qualunque lavoro riciclandosi come manager, maestro di musica o anche pizzaiolo, a mio parere ha soltanto fatto il necessario al momento delle scelte obbligate. Un attimo, questo, al sopraggiungere del quale non occorrono sciarpe per andare alla guerra: quella non è più arte, ma il perfido sostentamento di quel qualcosa che non ti riesce più come un tempo. E non c’è un Napster, o uno Spotify, che sia capace di gravare su questo aspetto qua.

La celebre giapponesina che utilizzò il merchandising metal per la giusta causa

E mentre i Black Sabbath sobriamente mi vendono la loro tazza per il latte e nesquik, tu, artista che si è affidato al suo manager, crederai ciecamente nelle sue idee pur di sentirti vivo in questo Circo Togni revivalista che è l’heavy metal di oggi e di domani. E se tu, consumatore, vorrai realmente mantenere in piedi una scena, allora fallo a testa alta e acquista una valanga di dischi, ma non permettere mai ai tuoi idoli di fare sempre più pietà. (Marco Belardi)

16 commenti

  • Secondo me dovrebbero essere resi publici i nomi di chiunque compri la coperta in pile di Alissa White-Gluz a 70€, in modo da bullizzarli, ghettizzarli ed infine portarli al gesto estremo del suicidio: perchè il mondo non ha bisogno di queste persone qui.

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  • Il problema è che se produci musica di merda fai danni relativi, ma sta roba andrà riciclata e avendo lavorato nel settore vi garantisco che la stoffa è molto impattante e difficile da trattare.

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  • Ma la coperta di alessa spruzz sarà l’equivalente dei famigerati calzini dei nostri tempi? E poi, io sarò un vecchio stronzo ormai, ma se la gente si comprasse dei dischi, invece di queste stronzate? Cioè, hai 70 euro per la coperta pulciosa ma 15 per un cd del cazzo no?

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  • Che noia le analisi ridicole e polverose su quanto è cattivo Spotify. Per fortuna che c’è.

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    • Un po’ come l’Oasis di “Ready Player One”.
      In realtà l’articolo non dice che Spotify è cattivo; solo che per supportare un musicista per consentirgli di fare il suo mestiere fa molto di più l’acquisto dei dischi che quello di merchandising spesso improbabile e/o dozzinale.

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    • Metà della roba che ascolto su Spotify non c’è

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    • Marco Belardi

      esatto Orgio, lo scrissi qua (https://metalskunk.com/2020/04/11/dalle-fiere-del-disco-a-bandcamp-storia-di-una-dipendenza/) io adesso uso soltanto Spotify, e le mp3 che ho. lo faccio perché altrimenti compro troppa roba, è patologico. trovo molto comodo (ma sterile) Spotify, mi fa incazzare casomai quando in una discografia di dieci album casualmente mancano giusto gli 1-2 che vorresti riascoltare. Non sono contrario a Spotify né al progresso, ma penso debba essere regolamentato. Spotify è come Amazon, mi si rompe una cosa in casa, la ordino, il giorno dopo c’è: chi offre un servizio del genere, apparte loro? Ho Amazon, ordino da Amazon, eppure se posso eticamente cerco di comprare altrove perché piattaforme come quella hanno un peso su tutto, mondo del lavoro innanzitutto. Spotify non può essere l’unico baricentro dei guadagni del mercato discografico, ma tutto va in quella direzione. Per cui non è che puoi riprendertela con un ottimo servizio, ma casomai puoi sperare che gli vengano imposti dei limiti che alla lunga garantiscono proprio la sopravvivenza di Spotify, se fra vent’anni ci sarà ancora gente intenzionata a campare di musica, possibilmente non vendendo accappatoi per finanziarsi l’album

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      • Eh però no, Marco. Mentre il tenore complessivo del pezzo è chiarissimo e condivisibile, su Spèotify hai scritto: “e quando non ci saranno più gruppi intenzionati a sbattersi pur di registrare un disco, allora cadrà a pezzi pure il muro della comodità d’avere un account Spotify, o YouTube, al patto di poter fruire di qualsiasi cosa, e subito!, come milanesi che s’ingozzano di tramezzini prima di correre alla riunione con lo stomaco che ancora gli scoppia d’acido. Ma chi suonerà per voi il giorno in cui non converrà più suonare?”
        Quindi, me lo paragoni ai milanesi ingozzati di cattivo cibo, cioè gli utenti di Spotify sono consumatori veloci di tanta musica ma pessimi buongustai, basta che sia tanta. Ed è una prima sciocchezza. E la seconda è che consideri un danno diretto Spotify, con band che non si sbatteranno più a fare dischi e la comodità di Spotify – per quegli ingordi che lo usano – è illusoria e infine nessuno suonerà più. E non è un discorso da vecchi luddisti rompipalle? E non è pure pesantemente smentito dal numero esorbitante di uscite, con livelli qualitativi medi di suono e registrazione che fanno le scarpe ai momenti d’oro (ovviamente non sulla originalità, ma dopo 50 anni di metal grazie al cazzo)?
        Regolamentare: una sintesi terribile. Cosa regolamenti, di grazia? Sono rapporti commerciali, tu musicista vuoi sfruttare Spotify, bene, vuol dire che contratterai un accordo. Se no, liberissimo di non farlo. Ci sono altre piattaforme, o nessuna piattaforma, anche.
        Spotify e i suoi concorrenti non sono l’unica fonte di reddito, anzi sono minoritari. E allora questa crociata è ridicola. Non parlo di te, che hai espresso una opinione moderatamente contraria e contestualizzata.
        Hai un lampredotto pagato, fratello.

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  • Non sentivo il termine “cicala” da almeno 20 anni.
    I dischi non si vendono quasi più, se però le band almeno ai concerti mettessero ai banchetti vari qualche disco, oltre che le maglie e le altre cacate, magari qualcuno se li compra…

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  • Il massino cui sono arrivato è il grambiule da barbacue degli High on fire con sopra Richard Prior… nemmeno mi serviva più di tanto ma dai, come faccio a non supportare gli High On Fire?!

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  • Pero’ l aciugamano dei Meshuggah m’ aschuggah bene…

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  • L’asciugamano dei Meshuggah è una delle cose più dignitose che abbia visto. Un classico per ogni occasione: la fiaschetta dei Motorhead o degli Iron Maiden.
    Belardi, tanto per conoscerci: io ho più di 40 anni e ho SMESSO di ascoltare i Metallica nel ’91. Era un’annata in cui uscirono tante altre cose interessanti.

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  • Non è una prima sciocchezza Antonio, se oggi ascolti un album con un approccio diverso da tot anni fa, anzi, se ascolti il quintuplo della musica, ti ingozzi. Quante persone pensi siano a conoscenza dei testi dei Mastodon, o dei Lamb of God? è un modo di vivere la musica più distaccato da allora, più “marginale”. Livelli qualitativi di suono e registrazione che fanno le scarpe ai momenti d’oro proprio no. Mi vorresti paragonare qualsiasi prodotto standardizzato di oggi con la batteria programmata e le chitarre che hanno il suono d’un altra chitarra che il chitarrista non ha, a quello che usciva dai Morrisound studios? Oggi paradossalmente escono più album perché anche se vendono meno, costa pochissimo farne uno. Motivo per cui le demo suonano così dannatamente bene: è alla portata di tutti, l’album. Che siano tutti un po’ uguali e poco originali non è solo una caduta della creatività, è proprio la negazione del concetto che hai detto riguardo il livello qualitativo di suono e registrazione. E’ tutto appiattito perché nessuno si sbatterà più per ottenere la batteria come vuole, col batterista che sbaglia e la becca al venticinquesimo take come all’epoca dell’analogico. Copia e incolla, e non romperti i coglioni, poi se vuoi il rullante della Tama che ha Lars si becca pure quello campionato, e ci si incolla. Regolamentaree, sì. Non si contratta con Spotify, era possibile all’inizio non ora che è un impero economico. Se vuoi contrattare un minimo con Spotify allora devi portargli centocinquanta milioni di click all’anno, e magari ti stanno a ascoltare, poi fanno come vogliono lo stesso. Non solo il rock ha esaurito buona parte della sua vena, anzi, nel mondo di oggi è finito proprio fuori tempo massimo… il rock ha perso il supporto mediatico quando i media hanno capito che non potevano farci più i soldi, di quando Headbangers Ball organizzava i contest con i vincitori che avevano l’onore di farsi sfasciare la cameretta dai membri del gruppo preferito. Gli artisti hanno cominciato a sentirsi meno artisti, a sbroccare sui social in preda a una vanità che prima avevano giusto gli artisti sui giornali, ora quella vanità sui social ce l’ha pure la chiatta di trecento chili del sesto piano quando si effetta la faccia su Instagram. Il rock ha perso la sua unicità, è diventato una roba standard. Aggiungici che Napster e Spotify gli hanno tolto il cash, perchè creatività non creatività, i dati di vendita questo dicono, non lo dico io. Nessuno regolamenterà mai Spotify. Si regolamenterà da solo quando perderà vigore, se lo perderà, perchè per portare comodità (in cambio di spostare enormi capitali, come al solito) avrà combinato danni ingenti. E allora forse qualcuno si metterà a discutere di come tenere in vita carrozzoni come la musica, il cinema se andrà in vacca pure quello (cose come Netflix e le diecimila produzioni mensili del cazzo che fanno uscire sono una coltellata al cinema, è lo stesso concetto applicato altrove), eccetera eccetera. L’unica fonte di reddito reale e capace di portare al rock/metal della grana sono i concerti: argomento ampio pure quello, le cifre che circolano hanno reso i concerti medio/grossi una cosa per borghesi, chi arriva preciso a fine mese non te li caccia 70 euro per andare a vedere i suoi cinquantenni preferiti, già visti quattro volte a una cifra dimezzata nel 1999. I concerti, le magliette, le spilline del cazzo, non dovrebbero diventare l’alternativa al DISCO che mantiene un gruppo. Prima erano un’aggiunta alla principale fonte di guadagno, ora è innegabile, che con Spotify e tutto il resto, decadenza inclusa, da soli i concerti e le magliette non potranno bastare. Il lampredotto, ci sto

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    • Una volta avete pubblicato dei pezzi black metal fatti non con un computer ma da un computer ! Il bello è che non facevano neanche tanto schifo

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