Avere vent’anni: gennaio 2001

THE VISION BLEAK – Songs of Good Taste

Barg: Con questo demo iniziò la fortunata carriera dei Vision Bleak, gruppo che all’epoca era considerato poco più che il side project del tizio degli Empyrium ma che, col tempo, avrebbe assunto dignità autonoma. Songs of Good Taste lascia intravedere molto poco dello stile futuro, e nessuno dei tre pezzi presenti sarebbe potuto stare sul debutto The Deathship has a New Captain del 2004, né musicalmente che concettualmente, visto che qui non c’è traccia delle loro classiche tematiche horror. Io però ho sempre avuto un debole per questa loro primordiale uscita, specie per la splendida apertura To the Silent Waters, classico pezzo gothic metal acchiappone come si usava fare a fine anni Novanta; ma anche per The World Today, che suona come i Paradise Lost attuali che cercano di rifare il periodo Draconian Times; e infine per The Sleepy Song, posta in chiusura, delicata e romantica. Niente da fare invece per la cover dei Moody Blues Nights in White Satin, aggiunta giusto per fare un po’ di minutaggio. Provate ad ascoltarlo, potrebbe essere una sorpresa.

Griffar: Non nascondo di aver comprato quest’album solo ed unicamente perché dentro ci suona Schwadorf (mentore di Empyrium e Sun of the Sleepless tra gli altri, gruppi che a-d-o-r-o) senza aver mai sentito nominare i Vision Bleak prima d’allora. Un quarto d’ora di musica suppergiù, di gothic metal con tematiche dark/fantasy; non black, non death, neanche doom, ma un punto d’incontro tra tutte queste cose e l’heavy metal classico, molto orecchiabile ed orchestrale ma che non ha mai fatto breccia nel mio nero cuore. Gli ho dato la classica seconda chance comperando l’album di debutto (che sarebbe arrivato solo tre anni più tardi) e niente, non è il mio genere. Schwadorf è un genio ma evidentemente almeno nel mio caso non è sufficiente. Non credo che si rammaricheranno al sapere che non ho mai più comprato un loro disco.

VADER – Reign Forever World

Marco Belardi: Due cose riuscivano benissimo ai Vader, oltre a spaccare tutto: le cover e gli EP. Le prime presero forma in un buon dischetto di transizione, Future of the Past, grazie a cui era possibile comprendere come i Vader potessero riuscire a calarsi in qualunque ala del metal estremo, reinterpretandola e coverizzandola: sarebbe stato un gioco da ragazzi per loro, che quei brani li avevano vissuti sulla pelle. Al cospetto dei Mayhem, dei Destruction, del metal classico dei Judas Priest avrebbero dimostrato padronanza pur non disponendo degli interpreti necessari a caratterizzare gente del genere: chiunque è fritto in partenza se intende ridisegnare Freezing Moon. Loro ne presero le distanze, ma si sentiva che era qualcosa che albergava all’interno del loro cuore. E gli venne per quel motivo. Diversa, sfigurata, personale, efficace in un certo senso. Più efficace della banale cover dei Destruction. Gli EP erano l’aspetto preoccupante di quegli anni. Kingdom uscì fuori bellissimo, aperto da una delle loro migliori canzoni a titolo Creatures of Light and Darkness. Era uno di quei brani tutti giocati sul groove e sugli stop & go, un po’ alla Carnal, per capirci. Poi cominciarono a fare un EP dietro l’altro, incapaci di starsene fermi. Reign Forever World lo considero l’ultimo “timbro” dei Vader prima di venirmi a noia. Lo paragono sempre a Bitter Suites to Succubi perché è stato l’ultimo momento in cui ho seguito con ardore le rispettive band, e fu anche in quel caso un EP dalla durata spropositata e dalla qualità compositiva non facilmente individuabile nei seguenti album. I Vader di Reign Forever World li preferisco a quelli di Revelations e dei successivi mini, per intenderci, sebbene il materiale inedito non proliferasse affatto. Pure a quelli di The Beast. In fin dei conti era cambiato solamente il bassista, dato che a seguito della sua pubblicazione si ritrovarono a sostituire Shambo. Questione di dettagli, di alchimia, di non so cosa. Fatto sta che la leggenda accusò un bel colpo, e la macchina, da impeccabile esecutrice di un death metal per tutti, ma decisamente sopra le righe per il tiro e la qualità media dei brani, non mi fece più il medesimo effetto.

VESPERIAN SORROW – Psychotic Sculpture

Griffar: Psychotic Sculpture, secondo album dei texani Vesperian Sorrow, è un azzeccatissimo incrocio tra il melodic death svedese dei migliori Dark Tranquillity e certo epic black metal norvegese rivisto secondo lo stile americano. I suoni ricordano molto i Night Conquers Day, progetto ignorato dai più (a torto) ma, se questi riff li avessero suonati in questo modo i Borknagar, non credo ci sarebbero state recensioni differenti dal puro entusiasmo. Già l’album precedente Beyond the Cursed Eclipse aveva fatto intendere di trovarsi al cospetto di una band che conosce il fatto suo, ma in questo episodio si complicano molto sia le partiture che gli arrangiamenti, ci sono più tastiere ed anche piacevoli inserti di archi e voce femminile (preciso che non è che io per le voci femminili ci vada matto), gli intrecci delle chitarre sono curatissimi, gli assoli di chitarra memorabili. Insomma, un gran bel disco in ambito black/death metal sinfonico, sovente schifato dai blackster più convinti e non eccessivamente gradito dagli ascoltatori di death melodico ma che, a distanza di tanto tempo, sicuramente potrà soddisfare chi gradisce musica estrema e veloce suonata senza l’intento di fare bordello punto e basta. Sono molto belli anche i testi e tutto il packaging del CD è di alto livello, dopotutto uscì per l’olandese Displeased recs che a quei tempi se non era una major poco ci mancava.

PARADISE LOST – Believe in Nothing

Michele Romani: Believe in Nothing è un lavoro che ha sempre spaccato in due l’audience dei Paradise Lost, tra chi non l’ha mai sopportato e chi lo considera forse il disco più sottovalutato della band di Halifax. Non per fare 0 a 0, ma per quanto mi riguarda lo reputo un lavoro appena sufficiente, di certo non un capolavoro ma neanche quella porcheria che molti hanno voluto far passare. La cosa certa è che parliamo di un disco di passaggio, talmente di passaggio che forse neanche i Paradise Lost all’epoca avevano bene idea di dove andare a parare. Sono infatti ancora presenti le contaminazioni elettroniche/synth pop alla Depeche Mode del precedente e criticatissimo Host (che a me tra l’altro neanche dispiaceva così tanto), ma torna comunque protagonista quello strumento di cui alla fine una band che si definisce metal non può fare a meno, vale a dire la chitarra. In realtà di metal nel vero senso della parola continua ad essercene poco o nulla, parliamo più di un gothic rock piuttosto leggerino che fa da base a composizioni sempre molto immediate ed easy listening che non superano mai i quattro minuti di durata. Sotto questo aspetto a salvare il disco in questione sono solamente la traccia d’apertura I am Nothing, Illumination e Divided, l’ennesima conferma che, quando vogliono, Holmes e Mackintosh sanno scrivere pezzi notevolissimi, che in questo caso però si perdono un po’ in una marea di filler (tutti posizionati nella seconda parte del disco), inclusa la tanto decantata e ruffianissima Mouth che personalmente ho sempre fatto una fatica immane a sopportare. Come dicevo, Believe in Nothing è un lavoro appena passibile, che può essere visto in qualche modo come la base di partenza del lento ma inesorabile ritorno alle sonorità degli esordi.

NOCTURNAL BREED – The Tools of the Trade

Marco Belardi: Che delusione cocente. Non saprei, forse ancora oggi lo considero il loro peggiore album o quasi. All’epoca fu una scelta netta, obbligata dal pietoso confronto con i due titoli che lo precedettero e in particolar modo con No Retreat… No Surrender, e cioè con il secondo album di una band probabilmente nata per cazzeggio e che quasi anticipò il tormentone del retro-thrash di qualche anno. Anche se, a dirla tutta, giocavano su un terreno di confine, in principio scimmiottando il black metal e subito dopo tuffandosi nell’heavy metal classico – e non solo a suon di cover. E che cover, poi. Qui venne a mancare Silenoz, e voglio ben ricordarvi che i Dimmu Borgir si apprestavano a diventare quelli di Puritanical Euphoric Misanthropia. Una cosa parecchio grossa, troppo, per permettersi di mantenere il giochino del weekend. E quel giochino erano i Nocturnal Breed, per l’appunto. Ma non credo che la dipartita di Silenoz, o quella dei suoi capelli corvini, abbiano causato il corto circuito all’interno del macchinario. Forse era destino che nel 2000 tirassero fuori una roba senz’anima come questa, formalmente impeccabile quanto moscia. The Tools of the Trade non ha mordente, non ha pezzi, solo delle fotografie tali da rendere il libretto dell’album il migliore della storia. E vediamo chi se ne ricorda: nel frattempo, un indizio in questo mio articolo del settembre scorso, e per tutto il resto c’è PornHub.

PSYCROPTIC – The Isle of Disenchantment

Griffar: Nel gennaio di vent’anni fa gli australiani (tasmaniani per essere precisi) Psycroptic pubblicarono il loro disco d’esordio The Isle of Disenchantment. La versione che ho io è quella autoprodotta, ma l’album è stato ristampato anche da Thanatopsis recs. e, non molto tempo fa, anche in vinile, quindi la copia fisica si trova facilmente a prezzi abbastanza normali. Questo è il loro debutto nel vero senso della parola, perché non si hanno notizie di demo, promo e cose simili. Qui gli Psycroptic fanno intravedere il loro talento, talento che li ha portati lontano visto che nel giro del brutal death tecnico è molto difficile che si senta parlare di loro come di degli scarsoni. Anche se hanno veramente fatto il botto con l’album successivo, in The Isle of Disenchantment di roba buona ce n’è eccome: ci sono un miliardo e mezzo di riff, cambi di tempo, trick di batteria, ritmiche stoppate e ripartenze (e certo, anche contropiedi), il tutto suonato con il chiodo fisso dei Suffocation di Effigy of the Forgotten. Avranno imparato a suonare con quel disco in testa, ci si saranno consumati le dita e fatti i muscoli e, com’è ovvio, il risultato finale non può nasconderlo. Non è un male, tanto che successivamente hanno fatto di molto meglio fino a diventare loro stessi un gruppo al quale ispirarsi. I suoni qui sono quelli che sono, se nel 2001 ci si autoproduceva un disco non si poteva certo pretendere sonorità alla Scott Burns, ciononostante il CD è un piacevole esempio di come, partendo quasi da zero, si può arrivare a risultati inaspettati. Praticamente senza distribuzione, in un’epoca nella quale internet non era ancora così diffuso come oggi, The Isle of Disenchantment arrivò in ogni angolo del pianeta solo grazie al passaparola. Manca di varietà compositiva (i pezzi valgono l’un l’altro, non ci sono picchi) e a tratti incasinano un po’ troppo i brani per smania di dimostrare di essere molto bravi a suonare e di avere idee da vendere, ma, tirate le somme, è un disco che consiglio vivamente sia che già conosciate i loro album successivi (molto più elaborati ed imponenti) sia che non li abbiate mai sentiti nominare e vogliate iniziare un percorso nel brutal death tecnico, estremo sì, il giusto, quanto basta, ma distante da parossismi noise come i Disgorge, ad esempio.

ABORYM – Fire Walk with Us!

Michele Romani: Ricordo che ai tempi per questo secondo lavoro del demone Aborym c’era un’attesa veramente spasmodica mista a curiosità, vuoi per vedere se la band romana sarebbe riuscita a riconfermare l’ottimo esordio Kali Yuga Bizarre (pezzi come Roma Divina Urbs o Darka Mysteria erano veramente tanta roba), vuoi soprattutto per le interviste di presentazione di Fabban e soci, che tra minacce varie sui forum dell’epoca, l’augurio di nuovi ordini mondiali, l’Uomo-Sole, deliri tipo “Pinochet grande statista” e l’immancabile “88” come chiosa finale nelle interviste sembravano veramente fossero in procinto di pubblicare qualcosa da tramandare ai posteri. Il risultato finale, almeno per quanto mi riguarda, fu una notevole delusione: Fire Walk with Us! infatti è quello che si può dire il classico “passo più lungo della gamba”, un disco sicuramente coraggioso ma anche parecchio forzato e confusionario, colpa anche di una delle produzioni più oscene che abbia mai sentito (spesso si fa veramente fatica distinguere i singoli strumenti). Nonostante pezzi comunque validissimi come la title track, Our Sentence, e la superlativa cover del Conte, il disco nel suo insieme si è perso troppo in sperimentazioni inutili e campionamenti vari messi un po’ a casaccio quasi più per scioccare che per essere funzionali. Un esempio perfetto è il pubblicizzatissimo esperimento delle onde theta denominato per l’appunto Theta Paranoia, che secondo Fabban, cito testualmente da un’intervista dell’epoca, doveva essere “una sonorità attiva in grado di generare conseguenze esoterico-tangibili sull’ascoltatore”. Con me non ha funzionato.

VUKODLAK – Blackest Autumn

Griffar: Dopo due demo, i Vukodlak americani pubblicano questo EP di debutto di una ventina di minuti abbondanti che è anche l’unico loro lavoro che si possa trovare più o meno facilmente (uscì in 1000 copie per Realms of Darkness Productions), giacché il secondo EP di otto anni fa non credo che abbia mai oltrepassato i confini della loro provincia di residenza, in giro non ce n’è traccia ed io ho smesso di cercarlo. Oltretutto è ad oggi la loro ultima fatica e non è detto che ce ne saranno altre. One man band di tale John Beers (è vero, non scherzo), più necroticamente ribattezzato Lord Akhakharu per l’occasione, a parte una intro pianistica che poi evolve in qualche urlaccio che avrebbe l’intento di terrorizzare l’ascoltatore ma fatalmente non ci riesce, il CD vale quantomeno un ascolto perché è raw black metal bello marcio, disgustoso quanto basta per distanziarsi da tutte le produzioni super deluxe dei grandi gruppi black europei e sputarti in faccia un buon caro vecchio demo sound, che non sarà il massimo quando te lo butti nello stereo, ma vuoi mettere il feeling “black legions” che riesce a tirar fuori in soli venti minuti? Riff scarni e senza fronzoli in puro stile statunitense, vocals straziate come da copione, brani brevi e diretti pescando anche qua e là dal proto-black/death sudamericano tipo Parabellum e compagnia blasfemeggiante. Ammetto che non lo ascoltavo da un po’ di anni ma rimetterlo nello stereo è stato piacevole… sembra quasi uscito ieri. Sul serio. Ci sono cose che il tempo non cambia.

MOURNING BELOVETH – Dust

Edoardo Giardina: È percezione comune – quantomeno all’interno della redazione, ma suppongo anche tra di voi che ci leggete – che dopo il 2000 sia uscito un quantitativo infinitesimale di album veramente significativi in ambito metal. Personalmente non mi trovo totalmente d’accordo con i fondamentalisti che asseriscono che con l’avvento del nuovo millennio non valga più la pena di ascoltare nulla. Tuttavia, rimane comunque vero e inoppugnabile il fatto che il metal, a partire da quegli anni, si sia ripiegato su se stesso per almeno uno o due lustri. In questo senso Dust, debutto dei Mourning Beloveth, è sia una conferma che una smentita del senso comune. Essendo un ottimo album, smentisce la tesi che non sia uscito nulla di notevole; ma, allo stesso tempo, conferma anche che il metal era effettivamente ripiegato su se stesso. Perché, se per poter ascoltare un disco death doom di tale fattura (sicuramente migliore, per esempio, dei primi album dei ben più famosi Novembers Doom) bisogna andare a pescare il debutto di un gruppo irlandese che si ispira a piene mani dai mostri sacri del genere, quantomeno eguagliandoli, allora forse un problemino c’è.

GONKULATOR – Second War in Heaven

Griffar: Per esperienza personale so che le stroncature sono un’arma a doppio taglio, perché, anziché dissuadere il lettore dal perdere tempo su cotanta latrina di disco, li invoglia a domandarsi cos’ha di così atrocemente schifoso il CD in questione, e se lo vanno a procurare. Non cadete in questo errore, perché delle migliaia di dischi che ho in casa questo è uno dei tre-quattro che mi vergogno di possedere, e lo conservo come monito per evitare di comprare di nuovo simili minchiate. Che Second War in Heaven sia roba da dilettanti lo si intuisce sin dalla copertina, che probabilmente troverete citata in ogni forum metal nel thread “worst cover album ever” che assai fantasiosamente si rintraccia su ogni board esistente su questo martoriato pianeta. È proprio la musica che è pessima, suonata da dilettanti che non hanno la benché minima idea di come si scrive un brano, di come si arrangia, di come lo si registra e produce. Nulla di nulla, un manipolo di mentecatti rintanati in una sala prove con l’unico intento di fare quanto più casino possibile, magari per entrare ai concerti a scrocco vantandosi di avere essi stessi una band che incide dischi. I quali stranamente sono pure numerosi: siamo intorno alla ventina di titoli tra demo, split, EP, e due full lenght. Questo dovrebbe essere un EP ma per esempio su discogs viene considerato come un full. Non ha importanza, circa 25 minuti di musica che potrebbe essere apprezzata solo dal più sfegatato ascoltatore di war black metal dopo essersi scolato due bottiglie di whisky una dietro l’altra. Urla sguaiate, riff inintelligibili, batteria sparatissima sovraesposta a casaccio… il bello è che io lo comprai (convinto – cioè preso per il culo dai miei amici) perché mi avevano assicurato che Gonkulator fosse una joke band, e che fossero divertenti… Divertenti? Ma per favore! Non ripetete il mio errore, se volete ascoltarvelo fatelo gratis e dopo trenta-quaranta secondi potrete passare ad altro. Ci sono milioni di dischi (letteralmente!) migliori di questa roba. Almeno l’ho pagato poco, 5000 lire (eh già, c’erano ancora loro).

THE DONNAS – Turn 21

Stefano Greco: Le Donnas stanno al variegato mondo del rock and roll come Paperetta Ye-Ye sta all’universo dei paperi: sono personaggi minori ma, se avete bazzicato i rispettivi ambienti con una certa assiduità, sicuramente vi ci sarete imbattuti e in qualche misura ne avrete un buon ricordo. Entrambe le creature hanno molteplici similarità e rappresentano un mondo femminile fatto di lipgloss, vestiti aderenti e sacrosanti puttaneggiamenti (vedi 40 Boys In 40 Nights) derivanti da una maturità mentale concettualmente irraggiungibile. Non vivendo in un universo senza tempo come quello di Paperopoli però, le Donnas nel 2001 (essendo tutte del ’79) alla maturità anagrafica ci arrivano davvero e il titolo del loro terzo album (Turn 21, appunto) sta lì a provarlo. Il raggiungimento della maggiore età in questo caso non si traduce in alcun modo in una qualche forma di serietà o equilibrio ma, al contrario, rappresenta in primo luogo l’opportunità di amplificare lo spettro delle possibilità dei divertimenti senza ricorrere all’aiuto di un fantomatico McLovin. Quattordici brani che sono una celebrazione della spensieratezza in una festa perenne e che le rendono il gruppo perfetto per un party in giardino. Da notare verso la fine anche una strepitosa versione di Livin’ After Midnight (ma con le cover ci hanno sempre saputo fare). Anche questo è girl power.

ANCIENT – God Loves the Dead

Griffar: Lo storico gruppo black metal norvegese nel gennaio 2001 il viale del tramonto non lo aveva solo imboccato, lo percorreva a grandi falcate. L’EP God Loves the Dead è un dischetto abbastanza inutile, pensato come apripista per il successivo Proxima Centauri, che non ho mai avuto il piacere di ascoltare perché fu proprio questo EP a farmi dire: “Basta, gli Ancient non esistono più”. Almeno per me. Un inedito (la title track), la vecchia Trolltaar riregistrata in una versione che non vale mezza ceppa dell’originale, la cover di Powerslave (senza infamia e senza lode), due remix di brani apparsi sul disco più pietoso che hanno pubblicato (Mad Grandiose Bloodfiend) rivisti senza che ci fosse alcun apprezzabile miglioramento, e nella versione enhanced ci sono anche due video (God Loves the Dead e il remix di Um Sonho Psichedelico) che credo si trovino su internet abbastanza facilmente. Ne parlo appunto perché, dopo questo CD, degli Ancient non ho mai più ascoltato nulla e mi ricordo dei tempi più addietro, quando per me la band era un punto di riferimento nella scena black norvegese. Questi qui hanno inciso Det Glemte Riket, Svartalvheim, The Cainian Chronicle. Dischi storici. Poi hanno virato verso il gothic black e non ne hanno più imbroccata una. Però se volete farvi un favore recuperate i dischi vecchi, e allora sì che queste righe avranno avuto un senso.

One comment

  • Dei gruppi citati mi piacciono i Vision Bleak, anche se devo recuperare questa prima uscita, il cd del 2004 suona orecchiabile e non mi dispiace anche se la produzione è abbastanza laccata. Sui Vader c’ è poco da sindacare, i Paradise Lost prendono polvere e peli di gatto sullo scaffale di casa; gli altri non li ho mai sentiti, ma ci siete voi apposta, o pensavate che vi leggevo perché siete belli ! Suvvia.

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