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Avere vent’anni: maggio 1999

31 maggio 2019

EMPYRIUM – Where at Night the Wood Grouse Plays

Michele Romani: Quando gli Empyrium se ne uscirono nel 1999 con questo Where at Night the Wood Grouse Plays colsero molti di sorpresa: dopo il capolavoro di folk doom metal Songs of Moors and Misty Fields (un disco che per la sua bellezza consiglio anche a chi non è appassionato di queste sonorità) Markus “Schwadorf” Stock se ne uscì con un disco interamente acustico di poco più di mezz’ora di durata. Il riferimento a Kveldssanger è piuttosto banale ma altresì inevitabile: l’ossatura delle composizioni e la loro semplicità sono talmente simili che spesso viene il dubbio che Schwadorf abbia volutamente tributato il meraviglioso disco degli Ulver. In realtà ad un ascolto attento qualche differenza c’è: spicca infatti in queste nove composizioni un gusto più neoclassico che prettamente folk, con la voce di Schwadorf che risulta molto più intima e teatrale rispetto a quella più possente di Garm. Pezzi come la titletrack o Many Moons Ago sono veramente notevoli, anche se continuo a ritenere gli Empyrium di gran lunga meglio in versione elettrica, anzi arrivo a dire che sul piano “Kveldssanger oriented” realtà minori come October Falls o Vàli hanno fatto pure meglio.

W.A.S.P. – Helldorado

Trainspotting: Non sono mai stato un fan dello street metal, o in qualunque modo vogliate chiamare ‘sta roba – non vado pazzo neanche per i Motley Crue, per dire – però gli WASP, per qualche motivo, mi prendono benissimo. Di contro ho sempre sentito la gente parlare male di questo Helldorado, e non ho mai capito perché. Sì, sembra registrato in cantina, è rozzo, brutto, scemo e scostumato, ma questi sono esattamente i motivi per cui io ascolto gli WASP. Le canzoni sono tutte uguali – e sono uguali alle loro canzoni precedenti – ma, anche qui, è esattamente il motivo per cui io ascolto gli WASP. Poi molti all’epoca accusarono Blackie Lawless di voler fare il verso agli AC/DC, come se fosse una colpa, peraltro; e, pure in questo caso, esistono forse gruppi stradaioli che, gratta gratta, non finiscono per essere cloni degli AC/DC con qualche ricamino qui e lì per fare finta di essere originali? Io in Helldorado non ci trovo niente che non vada: la voce sguaiata di Lawless che declama testi da far morire d’infarto le femministe; assoloni che prima che partano devi sbrigarti a chiudere a chiave in cantina mogli, figlie e sorelle; riffoni che sembrano rivolgersi esattamente a te per mandarti affanculo; cori da stadio inneggianti a nichilismo, malattie veneree e risse per futili motivi. Sbaglio? Sparatevi l’eponima al massimo volume (mi raccomando: al massimo volume) e ditemi se sbaglio.

ABIGOR – Channeling the Quintessence of Satan

Gabriele Traversa: Dopo un poker di album feroci ma anche con tanta voglia di essere melodici e ricercati (menzione speciale per il primo, Verwustung, e il secondo, Nachthymnen, entrambi veramente belli), gli Abigor, cugini dispettosi dei Summoning, arrivarono alla quinta fatica coi coglioni girati: “Mo’ basta, anche se veniamo dalla terra dello speck e delle palle di Mozart siamo comunque una black metal band; siamo satanici, siamo puzzoni, ci piace il capro e facciamo casino”. Detto, fatto: copertina satanista che più satanista non si può e un ottetto di brani d’assalto, cafoni e cacofonici come non mai. Channeling the Quintessence of Satan dura quaranta minuti circa, ma sembra ne duri venticinque, talmente sono folli le velocità a cui viaggia spedito. Se il Reign in Blood del black metal è, storicamente, Panzer Division Marduk, questo qui perlomeno è il Kill’em All. Disco da ascoltare mentre solcate le autostrade italiane a cavallo del vostro demon-drago (?) sputafuoco, bruciando vivi i casellanti nei loro angusti gabbiotti. So che lo fate…

NEUROSIS – Times of Grace

Ciccio Russo: Forti di un contratto con quella che diventerà la label estrema più importante degli anni duemila, con Through Silver In Blood i Neurosis fanno il botto vero e si imbarcano in un tour lunghissimo. Sia i metallari che il salotto buono dell’indie (allora si diceva alternative) si accorgono di loro. Per produrre il successore arriva nientemeno che Steve Albini e il risultato è un relativo addomesticamento del suono. Il pilota automatico (sia pur di stralusso) innescato dopo A Sun that Never Sets è ancora lontano; Times of Grace resta un disco splendido ma, in qualche modo, meno emozionante. La virulenza hardcore che ancora resisteva nei solchi dell’album precedente si affievolisce, i tempi sono più dilatati, le atmosfere più rarefatte, e gli elementi post rock e psichedelici sono ormai parte dominante di uno standard sonoro che verrà poi replicato infinite volte, dalla sterminata messe di epigoni che verranno quanto dalla band stessa negli anni a venire. Uscì in contemporanea a Grace degli alter ego Tribes of Neurot. I due album avrebbero dovuto essere ascoltati contemporaneamente. Io non ci ho mai provato.

NOVEMBERS DOOM – Of Sculptured Ivy and Stone Flowers

Edoardo Giardina: Il death doom metal è fondamentalmente un genere europeo nato sotto una cattiva stella, poiché destinato ad esaurire il suo momento migliore dopo i primi due album dei gruppi che l’avevano creato e ne avevano fatto la fortuna. Gli unici a perseverare sono stati i My Dying Bride, con alterne fortune che nel 1998 li avevano portati a pubblicare il famigerato 34,788%… Complete prima di rientrare nell’ovile. In questo clima i Novembers Doom rappresentarono una sorta di via americana al death doom metal. Il loro secondo album Of Sculptured Ivy and Stone Flowers era già di per sé un’evoluzione rispetto al debutto Amid its Hallowed Mirth. La proposta era diventata ancora più melodica, se possibile, e si sentiva un’onnipresente influenza progressive. Nel suo complesso il disco può risultare abbastanza pedante, ma la voce dell’ottimo Paul Kuhr riesce a colorare il tutto. Non il loro migliore album, ma da recuperare in questo maggio uggioso.

LUNAR AURORA – Of Stargates and Bloodstained Celestial Spheres

Gabriele Traversa: Conobbi questa meravigliosa band con questo disco, quando un mio amico me lo scaricò per sbaglio. Colpo di fulmine. Black metal ragionato, con inserti sinfonici e acustici, atmosferico ma che, quando vuole, mostra i denti aguzzi. Se vi ho incuriosito in qualche modo, mettete in pausa la recensione, aprite Youtube, cercate l’album e cliccate senza remore sulla terza traccia, Die Quelle im Wald, perché è tutta lì l’essenza dei Lunar Aurora: un pathos straordinario, un tiro pazzesco, una tempesta sonora emozionante. Un brano che se l’avessero sentito, che ne so, gli Anorexia Nervosa, si sarebbero guardati per un secondo e poi, carichi di sconforto, avrebbero cominciato a cercare tra gli annunci di lavoro un posto da panettieri nella panetteria di Notre Dame, col gobbo Quasimodo che fa i conti in cassa e porta le buste alle signore anziane. “Au revoir, madame, au revoir!”.

KARMA TO BURN – Wild, Wonderful Purgatory

Stefano Greco: Wild, Wonderful Purgatory è il primo disco dei Karma To Burn. Sì, è vero, ne avevano fatto anche un altro (pure bello in realtà), ma dato che siamo gente seria noi diciamo che è il primo. Perché prima avevano pure un cantante, ma ad un certo punto questo li ha mollati e da lì sono diventati quello che dovevano essere: un gruppo esclusivamente strumentale, un gruppo che non ha bisogno del cantante perché ha già i riff che urlano. E che non ha neanche bisogno di titoli da dare alle canzoni perché gli basta utilizzare dei numeri. Wild, Wonderful Purgatory è uno dei più grandi classici minori che io possa ricordare, per un periodo ci sono stato talmente in fissa che quei numeri me li giocavo pure all’enalotto. Ovviamente non ho mai vinto nulla.

VILE – Stench of the Deceased

Ciccio Russo: Quanto spaccavano i Vile. Il loro disco migliore è il successivo Depopulate ma già questo loro esordio mostrava una band cazzutissima in grado di spiccare per dinamismo e cattiveria in una scena sempre troppo affollata. Il moniker richiama i Cannibal Corpse, che sono sicuramente l’influenza principale, e Stench of the Deceased, rispetto ai lavori successivi, suona ancora molto derivativo ma, se siete fan del genere, non è per questo meno godibile. Se riuscite a tenere la testa ferma durante randellate come Alive to Suffer forse siete morti come la pettoruta salma in copertina. Faranno una fine pessima. Dopo un disco più tecnico e sperimentale (il terzo The New Age of Chaos, 2005) rimarranno fermi per sei anni per poi uscirsene, dimenticati da tutti, con il proverbiale passo più lungo della gamba. Metamorphosis non piacerà nemmeno ai parenti stretti e sui californiani, pur mai ufficialmente sciolti, calerà un silenzio, ehm, tombale.

SUNDOWN – Glimmer

Trainspotting: Questo è il secondo e ultimo capitolo della brevissima vita degli svedesi Sundown, nati dalle ceneri dei Cemetary e autori, oltre al presente, del debutto Design 19. Rispetto a quest’ultimo Glimmer spinge ancora di più sul lato industriale ed elettronico, creando un’atmosfera cupa e glaciale e risultando molto più anni Novanta, laddove l’opera prima era più legata al goth rock ottantiano. Qui invece si sentono addirittura molti echi in stile Marilyn Manson, il cui stile all’epoca molti vendevano, giuro, come il futuro del metal. L’album è comunque abbastanza gradevole, con alcuni pezzi particolarmente riusciti (soprattutto Lifetime, Glimmer e Halo). Da registrare la defezione di Johnny Hagel, ex Tiamat, coinvolto solo nel debutto, che qui lascia il timone completamente nelle mani di Matias Lodmalm, il quale a sua volta scioglierà la band subito dopo l’uscita del presente Glimmer per riformare i Cemetary.

HADES ALMIGHTY  – Millenium Nocturne

Michele Romani: Gli Hades, pur facendo parte di diritto della seconda ondata black metal (il chitarrista Jorn Tursberg ha pure partecipato al rogo di un paio di chiese), hanno sempre portato avanti un percorso musicale diverso dai loro compagni di merende, che si può riassumere in un pagan black metal la cui principale ispirazione sono sempre stati i Bathory più cadenzati ed epici. Dopo i primi due lavori, imprescindibili per chi ama questo tipo di sonorità, la band ha dovuto a cambiare nome causa omonimia con gli Hades americani, il che li ha costretti ad aggiungere la parola Almighty e a ritardare l’uscita del terzo album dal titolo Millennium Nocturne. Parliamo sicuramente di un disco ostico, molto meno immediato e anche stilisticamente lontano rispetto ai due precedenti, per via di arrangiamenti più complessi ed una certa vena progressive che risente piuttosto marcatamente dell’influenza degli Enslaved. Il risultato finale non è neanche malaccio, anche se il disco a tratti risulta dispersivo e si fa un po’ fatica a memorizzare questo o quel brano. Se volete scoprire gli Hades andate senza dubbio sui primi due, specie The Dawn of the Dying Sun.

SUMMONING – Stronghold

Gabriele Traversa: Stronghold è il disco più “chitarristico” dei due blackster austriaci, ed è anche il più bello, almeno secondo me. La maturità artistica, la quadratura del cerchio. Le tracce di Stronghold partono pian piano, ti cuociono lentamente… prima uno strumento, poi un altro, poi un altro ancora, e poi… l’esplosione, l’orgia demoniaca. Ma non fraintendetemi (parlo a quei pochi disgraziati che ancora non conoscono la meravigliosa creatura di Silenius e Protector) qui è la solennità a far da padrona; sentitevi la seconda parte di Like Some Snow-White Marbles Eyes… madonnina, uno dei momenti più umanamente emozionanti della storia della musica, credo abbiano pianto pure i Summoning dopo averla composta. Quindi, sì, immaginate un’orgia di demoni, ma in cui i demoni sono belli come il peccato, e non si accoppiano in una caverna o in uno squallido sotterraneo, ma sulla torre più alta di un sontuoso castello, versandosi vino rosso addosso, col tramonto color porpora che li guarda durante l’amplesso e una piccola orchestra di raffinati musicisti che fa da accompagnamento musicale. Poi il flautista sbaglia un attacco, perché magari stava a guardà il culo ad una demonessa, e il direttore d’orchestra lo ammonisce severamente, urlando tipo: “Non ti distrarre, cazzarola, questa è un’orgia di demoni di classe, non accetto errori! Mica stamo a fa i Thornspawn, e che cazzo!”.
Ps. Non conoscete i Thornspawn? Sono una ficata, però, ecco… diciamo che sono quelli che si accoppiano negli squallidi sotterranei.

Maurizio Diaz: Adoro i Summoning, sono uno di quei pochi gruppi in cui riesco veramente a scollegare il cervello per ritrovarmi proiettato in una dimensione altra. Il fatto che un loro disco compia 20 anni in realtà non vuol dire niente, per il semplice motivo che la loro musica è, come concezione, ancorata a luoghi e tempi che non esistono e che come riferimento ha le colonne sonore dei film fantastici anni ‘80 o dei videogames di avventura degli stessi anni, quindi discorsi come “ha resistito negli anni” o “se fosse uscito adesso” sono totalmente inutili. Possiamo però glorificarne l’esistenza, bearcene e godere nel parlarne. Stronghold è un punto di rottura nella discografia e cambia un po’ le carte in tavola rispetto ai precedenti, aggiorna i suoni, il cantato in scream viene affiancato da una voce più “pulita” e le strutture sono in generale più semplici. Addirittura una voce femminile. In generale è, forse, il loro disco più semplice da ascoltare, da quanto è pervaso da melodie semplici e bellissime. Forse non sarà il loro apice più alto, però ad avercene. Il retroterra però è sempre quello, quei film e quelle colonne sonore con cui sono cresciuto e che in certo qual modo hanno formato il mio immaginario e quello di molti altri. Tipo questo. Lascio a voi il giochino di ritrovare le citazioni, presenti sia su Stronghold che su Minas Morgul, così che possiate pure voi entrare nel tunnel e mettervi ad ascoltare i Summoning a rotazione per almeno una settimana intera.

MONSTROSITY – In Dark Purity

Ciccio Russo: Salvo Corpsegrinder, passato ai Cannibal Corpse e sostituito da Jason Avery degli Eulogy, la formazione è la stessa di Millennium. E il principale difetto di In Dark Purity è proprio venire dopo uno dei dischi definitivi del death metal americano. Non importa quanto possa essere – e lo è – un buon disco, al netto di un paio di episodi meno ispirati: il confronto rimane improponibile. Erano passati appena tre anni ma, sotto molti punti di vista, erano già altri tempi: i Dying Fetus da una parte e Disgorge e affini dall’altra avevano iniziato a scrivere le regole del brutal death degli anni duemila. In una scena in cui lo standard iniziava a consolidarsi su sfoggi di tecnica a volte gratuiti e esplosioni di violenza fini a loro stesse, i Monstrosity se ne uscirono con un album che, in tale contesto, suonava già splendidamente reazionario nel suo non rinunciare mai a una logica melodica anche nei frangenti più intricati e feroci. Destroying Divinity e The Angels Venom conservano lo status di piccoli classici, ancora immancabili nelle scalette dei concerti.

THE HELLACOPTERS – Grande Rock

Il Messicano: In pratica Niklas Andersson o come cazzo si chiama si alza una mattina, decide che il death metal fa cacare e manda a fare in culo gli Entombed. O forse non aveva i soldi per le bollette o per le puttane o per la cocaina o per tutte queste cose insieme. Non lo so, ma fonda questo gruppo. Punk’n’roll, garage, eccetera. Per un periodo questa roba è andata anche un po’ di moda e credo che siano pure riusciti a tirare su qualche spicciolo e delle scopate. Grande Rock è il terzo album degli Hellacopters. È un po’ più moscio dei due precedenti. Tipo meno punk’n’roll e più garage. Capito come? Cazzo ne so, dai. Insomma: a me piace abbastanza. Lo sto riascoltando proprio ora dopo un sacco di tempo ed è simpatico. Nel senso che è piacevole, a tratti anche divertente. Mi sono spiegato, no? E niente: è uscito esattamente vent’anni fa. Il tempo è una carogna.

ATARI TEENAGE RIOT – 60 seconds wipe out

Il Messicano: Vi rivelo un segreto: io a ‘sto giro avrei voluto parlare solo dell’album degli Spirit Caravan, ma poi Roberto mi ha detto tipo “ma perché non parli anche di questi dischi qui, visto che non se li è inculati nessuno?” ed io ho detto di sì. Uno dei dischi di cui sopra è questo qui. Il fatto è questo: a me piacciono gli Atari Teenage Riot. Mi piacciono anche un paio di album di Alec Empire solista. Ok? Questo 60 Seconds Wipe Out però onestamente non me lo ricordo. Qualcuno di voi potrebbe pensare che sarebbe opportuno ridargli un ascolto, giusto? È logico, ma c’è un problema: non mi va manco per il cazzo. Sto riascoltando Grande Rock di cui ho già parlato qui sopra e devo dire che me lo ricordavo meno fico e invece è proprio bellino. Tant’è.

INSANE CLOWN POSSE – Amazing Jeckel Brothers

Il Messicano: Come avrete letto nella recensione degli Atari Teenage Riot, avrei voluto parlare solo di un album, ma Roberto mi ha chiesto anche di trattare dei dischi che non aveva scelto nessuno e come posso dire di no ad una persona che ha l’handicap di ascoltare il recchia finto power europeo anni Novanta senza chitarre? E quindi eccomi qui. Questi tizi erano proprio degli inetti handicappati truccati da mentecatti e facevano una cosa rappata malissimo mista ad altro piscio suino. Facevano vomitare carcasse di scimmie morte di ebola, insomma. Non ricordo questo disco nello specifico, ma sarà uguale a tutti gli altri: farà cacare. Via col prossimo.

SPIRIT CARAVAN Jug Fulla Sun

Il Messicano: Nessuno ha scelto di parlare di questo e allora ci penso io. Album di debutto di uno dei tanti gruppi di Wino (spero sappiate tutti chi sia). Doom/stoner con fortissimi rimandi settantiani, insomma, e spacca davvero. Devo aggiungere altro? Sparatevelo prima di subito oppure andate a fare in culo. Avrei voluto scrivere “oppure morite sotto un tir”, ma ho preferito evitare.

SUICIDAL TENDENCIES – Freedumb

Il Messicano: Matteo Cortesi ha smerdato questo disco, ma a me invece non dispiace. Certo, va contestualizzato: i Suicidal Tendencies vent’anni fa avevano già dato ed i primi quattro album sono inarrivabili. Per l’epoca non era affatto male. Certo, non va oltre il carino, ma alla fine cazzo volete? Dovrei rompere il naso a Cortesi, ma è un bravo ragazzo e mi dispiacerebbe farlo. Freedumb è un disco immediato ed è proprio questa la sua forza: in un periodo in cui il degrado pseudo-intellettuale stava per distruggere il nostro castello di brutalità ed ignoranza birraiola/rissosa fieramente ostentata fu davvero una boccata d’ossigeno. Arrivederci.

3 commenti leave one →
  1. Fredrik DZ0 permalink
    1 giugno 2019 00:27

    passo al prossimo mese. all’epoca ero un po’ in fissa con gli hades almighty, ma mi ruppi le palle abbastanza presto.

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  2. Arkady permalink
    1 giugno 2019 10:36

    Il filotto del Messicano è arte pura. E la cosa bella sta nel fatto che dove ha scritto meno è proprio riguardo all’unico album che aveva intenzione di recensire. Che stupidino

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  3. sergente kabukiman permalink
    3 giugno 2019 14:43

    che cazzo di discone quello degli spirit caravan

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