Recuperone doom di inizio anno

L’anno Doomini 2020 è già riuscito a dimostrarsi impressionante per la quantità di album che sono usciti anche solo in ambito doom metal – e non siamo neanche arrivati a metà anno. È uscito persino un album dei My Dying Bride di cui non potrò parlare qua perché i capiredazione hanno deciso di dare un’ultima possibilità a Charles prima di stracciargli il contratto e vedere se è ancora capace di scrivere recensioni serie ed oggettive degne della stampa di settore. Ad ogni modo, la qualità degli album usciti in questo periodo sarà altrettanto impressionante?

candlemass_the_pendulum

Se prendiamo come esempio l’EP The Pendulum dei maestri Candlemass diciamo subito che la risposta è no. L’ultimo lustro di carriera li ha visti pubblicare due EP, Death Thy Lover e House of Doom, i quali sembravano dare al gruppo una nuova identità da centometrista, ovvero quella delle vecchie glorie non più a proprio agio sulla lunga distanza (a me Psalms for the Dead non era piaciuto molto, per non parlare di quello che era uscito subito dopo Dactylis glomerata), ma ancora capace di dire la sua in uno scatto. Poi The Door to Doom e il loro ultimo concerto mi hanno fatto ricredere. Ora, c’era davvero bisogno di questo EP di scarti di The Door to Doom? Dovevate per forza farmi perdere la poca fiducia che mi era rimasta nelle vecchie glorie del metal? La traccia omonima è di per sé una canzoncina carina, ma non potevate almeno fare la fatica di registrare decentemente le altre tracce al posto di lasciare la versione demo e pubblicare tutto così ad minchiam? Pigro.

833598Ho sentito per la prima volta gli italiani Crimson Dawn al suddetto fantastico concerto di Candlemass e Novembre, dove tutto sommato rappresentavano il gruppo che, all’interno dell’eterogenea scaletta della serata, stilisticamente si avvicinava di più ai due headliner. L’impressione era stata discretamente positiva e mi ero ripromesso di recuperare i loro album. È così che scoprii dell’uscita imminente di Inverno, loro terzo LP, dove il doom metal classico che ha contraddistinto le loro sonorità sin dagli inizi assume un sapore settantiano. Questa vena retrò lo-fi però, devo essere totalmente sincero, non funziona sempre. La prima traccia, The House on the Lake, è ottima e dà un assaggio di ciò che quest’album potrebbe potenzialmente essere, ma per tutto il resto della sua durata sembra mancare qualcosa e le parti di doom metal classico, heavy metal classico e qualche sprazzo di prog rock non riescono mai a legarsi in maniera coerente, dando per la maggior parte la strana sensazione di stare ascoltando un medley. Ed è davvero paradossale, perché tutti i riferimenti culturali e musicali cari a Inverno sono a cavallo tra anni Settanta e Ottanta. Cioè, qui non si sta parlando di kebabbari che provano a fare il ragù alla napoletana mettendoci il burro al posto dell’olio… Peccato.

DOOMRAISER-The-Dark-Side-of-Old-Europa-2019Continuiamo con le mezze delusioni perché non voglio finire la recensione multipla col fegato amaro. Facciamo anche solo un quarto di delusione, visto che alla fine The Dark Side of Old Europa dei Doomraiser non è per niente un brutto album; forse semplicemente mi aspettavo qualcosa di diverso. Il precedente Reverse (Passaggio inverso) è probabilmente il mio preferito del gruppo romano, che ho imparato ad apprezzare col tempo, vedendoli praticamente ad OGNI concerto della Capitale, tra il pubblico se non sul palco. Mi sembrava che riuscisse a dare finalmente quell’afflato epico che mancava a tutti i primi album della band, i quali, pur rimanendo molto doom nello stile, restituivano un’attitudine più simile a quella da vecchio motociclista dei Black Label Society. Invece The Dark Side of Old Europa esplora, a dispetto del titolo che a me fa molto neofolk nichilistico-nostalgico, territori più lisergici e legati allo stoner. La formula è rimasta quasi inesplorata durante la discografia precedente dei Doomraiser e forse il gruppo deve ancora prenderci un po’ la mano per dare il meglio di sé. Sebbene l’impatto iniziale sia poco impressionante, l’album sale con gli ascolti. Bravi lo stesso.

mourning-beloveth-the-ruins-of-beverast-dont-walk-on-the-mass-graves-digimcd_1È più o meno dalla fine del 2019 che sono tornato in fissa con il doom e tutti i suoi derivati come non lo ero da tempo. Ciononostante se non fosse stato per questo EP split dal titolo Don’t Walk on the Mass Graves mi sarei quasi dimenticato dell’esistenza sia dei Mourning Beloveth che dei The Ruins of Beverast. Due gruppi che qua su Skunk Metal sono effettivamente stati calcolati troppo poco – ma cosa pretendete da una redazione di boomers facilmente triggerabili che dalla sua uscita ancora non ha smesso di ascoltare l’ultimo album dei Rotting Christ? Ad ogni modo, i due gruppi uniscono le loro forze con una traccia ciascuno per una durata che stranamente non supera i venti minuti totali. E i generi degli irlandesi e dei tedeschi funzionano davvero bene insieme: i Mourning Beloveth cambiano un po’ le carte in tavola e si allontanano leggermente dalle atmosfere sorprendentemente simili (al netto degli stili abbastanza diversi) ai connazionali Primordial, contribuendo in questa sede con una sorta di funeral doom misto a post-rock, il quale, ormai dovreste averlo capito, è entrato di prepotenza in tutti i sottogeneri metal; i tedeschi rimangono invece sulla loro specie di death doom misto a folk dalle ambientazioni dark ed esoteriche che nel loro precedente Exuvia si poteva ascoltare in tutta la sua magnificenza. Visto l’ottimo risultato, mi sarebbe piaciuto ascoltare di più.

void-of-sleep-metaphora-album-artwork-2019-scaledChiudo la carrellata di musica per gente a cui la vita riserva solo schiaffi in faccia coi romagnoli – mi raccomando, NON emiliani – Void of Sleep. Ne avevo già parlato brevemente in occasione della recensione dell’ultimo album dei Nero di Marte, poiché li conobbi in occasione del loro concerto in comune al Sinister Noise di Roma, che purtroppo ha ormai chiuso i battenti. Anche loro dopo i tragici eventi di quella sera hanno comprensibilmente rallentato la cadenza delle pubblicazioni e hanno dato alle stampe “solo” uno split coi bolognesi allo scopo di finanziare il riacquisto della strumentazione e il loro secondo album, New World Order. Il 2020 è l’anno anche del loro nuovo album Metaphora, che non si discosta troppo dal loro solito stile e si dimostra essere un ottimo disco di sludge misto a doom molto vivace per gli standard del genere. Ogni volta che lo ascolto mi rimane però l’amaro in bocca per la chiusura dell’ultima traccia, Tides of the Mourning, che mi lascia sempre un’impressione di incompiutezza, come se dovesse arrivare un’altra canzone che in realtà non esiste a completare finalmente l’album. Altrimenti ottimo. (Edoardo Giardina)

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