Neofolk poco neo: CORDE OBLIQUE – The Moon is a Dry Bone

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Ho sempre avuto un rapporto un po’ difficile col neofolk: ne apprezzo le atmosfere epiche e sognanti, ma lo trovo immensamente noioso. Sono le stesse sensazioni che ho provato, per esempio, quando ho ascoltato i Camerata mediolanense su consiglio di Charles, o quando mi sono approcciato ai Rome sulla scia dell’entusiasmo redazionale e generale. Forse il motivo è che, non condividendone nella maggior parte dei casi i riferimenti culturali, è come se mi mancasse sempre un pezzo per comprenderlo e apprezzarlo fino in fondo. La stessa cosa non è successa coi Wardruna, invece, anche se probabilmente non si possono considerare propriamente neofolk; ma mi è capitata, per uscire un po’ dal seminato, col Movimento d’avanguardia ermetico.

Coi Corde Oblique è sempre stato diverso però. O meglio, quasi sempre, perché il loro debutto Respiri aveva avuto su di me gli stessi effetti di tutto il resto del neofolk che ho sparutamente ascoltato nel corso degli anni e mi veniva da dire: “Bravi eh, continuate così ma vi lascio ascoltare da qualcun altro”.

Già a partire dal secondo disco Volontà d’arte, però, la solfa era cambiata e il gruppo di Riccardo Prencipe aveva cominciato a proporre una musica maggiormente dinamica che era più nelle mie… corde. E credo che ciò sia dovuto al fatto che alla loro ispirazione neofolk hanno presto cominciato ad aggiungere influenze che si potrebbero definire progressive folk. Le tendenze più rock sono rappresentate bene dalle cover di gruppi quali Radiohead, Anathema e persino Sepultura che bene o male compaiono almeno una per album. In The Moon is a Dry Bone è il secondo turno della band dei fratelli Cavanagh con una bellissima rivisitazione di Temporary Peace. Il loro A Hail of Bitter Almonds aveva anche visto la comparsata di Duncan Patterson, secondo me l’artista che stava dietro alla brillantezza dei primi album degli Anathema.

In generale l’album è comunque ottimo, con atmosfere soavi e sognanti, ma molto ritmate e rappresenta l’ennesima solida prova dei Corde Oblique. A questo punto, dopo tutta questa costanza qualitativa e tutto sommato anche quantitativa, rimane solo da chiedersi come mai i napoletani non siano riusciti a raccogliere più successo di quello che hanno ottenuto. (Edoardo Giardina)

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