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Musica da camera ardente #19

10 luglio 2019

Per il mondo della musica marziale per animi inquieti, quest’anno è iniziato nel migliore dei modi possibili con la pubblicazione dell’ennesimo album dei ROME di Jerome Reuter, un signore che di prepotenza si è sostituito ai nomi grossi della scena e si è affermato, nel corso degli anni, come vero punto di riferimento a livello mondiale nella scena neofolk. Con Le Ceneri di Heliodoro il lussemburghese alza ulteriormente l’asticella e ci porta all’ultimo livello del gioco, di fronte al mostro finale: il destino della civiltà europea.

Dal punto di vista strettamente musicale l’album si discosta efficacemente dalle sperimentazioni di un tempo, a volte un po’ troppo ardite, e si attesta su un neofolk essenziale e primigenio (senza rinnegare il suo riconoscibilissimo marchio di fabbrica), che è la cosa che gli riesce meglio ma che è anche quella più difficile da replicare, come sono a testimoniare le scarse idee residue dei colossi a nome Death in June (nei confronti di Essence! fui anche troppo buono) e Sol Invictus (il cui ultimo Necropolis non li sposta di un centimetro dalla china sulla quale scivolano ormai da anni).

Tornando rapidamente al concept, l’intero album è finalizzato a porre al centro il testo e il suo messaggio, sui quali non si dirà nulla per una serie di motivi. Prima di tutto perché andrei a infilarmi in terreni politici spinosi e controversi dai quali non saprei come uscire; secondo, dovrei scriverci un saggio breve e non ne sono in grado; terzo, purtroppo i nostri più dotti scrittori e Besserwisser del blog, e mi riferisco all’esimio professore di letteratura D’Amico e all’ancor più sapiente Ciccio Russo, non ci vengono in aiuto. Il primo non si degna di condividere con noi il suo sapere, mentre il secondo, sei mesi fa, disse che ne avrebbe parlato approfonditamente dopo uno studio dei testi, ma non credo che darà mai seguito alle intenzioni. Dunque, cari amici, vi dovete far bastare il parere del vostro illetterato ma pur sempre affezionato che vi potrà solo dire se il disco è bello o brutto. Bello, molto bello, forse il più bello di Reuter di sempre. Le Ceneri non poteva passare inosservato, quindi ci ho dovuto mettere una pezza. Cosa fatta capo ha.

Restando sempre in ambito neofolk, questa volta musicalmente parecchio più evoluto di quello succitato, passiamo a Totentanz degli HEKATE. Sembra passato un secolo dall’album precedente del duo tedesco, tanto che avevo dimenticato quanto fosse bella la voce di Susanne Grosche, protagonista assoluta di questo nuovo lavoro, che già da subito posso dirvi essere, se non il migliore, sicuramente il mio preferito, compresi quelli datati anni ’90. Più evoluto, dicevo, in quanto non statico sul registro marziale, che è pur sempre presente e spesso addirittura predominante, bensì capace di passare fluidamente sia verso sonorità ambient, ben ritmate e sostenute da onnipresenti tamburi, sia medievaleggianti, con l’uso di strumenti dimenticati o frutto della tipica ricerca musicale portata avanti costantemente da band come questa o come i Dead Can Dance (per citarne una ancor più nota), sia romantiche, per poi tornare al più classico dei neofolk alla Blood Axis. La danza della Morte è un lavoro pregevolissimo, che pone anche questi signori qui una spanna al di sopra dei già citati nomi grossi. Efficacissime le bonus track, nonché l’uso frequente del tedesco che conferisce una dimensione ancor più decadente e apocalittica ad un disco di per sé già sostanzialmente perfetto.

Se, dunque, Jerome Reuter riesce a non far rimpiangere l’assenza artistica di Tony Wakeford e Douglas Pearce, e se Axel Menzer degli Hekate non fa rimpiangere quella di Brendan Perry e Sam Rosenthal (purtroppo sia Dionysus, dei Dead Can Dance, che To Touch The Milky Way, dei Black Tape For a Blue Girl, sono due lavori pressoché effimeri), da parte loro Mike VanPortfleet, David Galas e Tara Vanflower non fanno rimpiangere il proprio storico passato firmando un altro capitolo nobile nella discografia dei LYCIA. Non molto da dire se non che In Flickers ricalca in modo fedele, ma ancora ispiratissimo, gli stilemi che hanno reso la band di Tempe unica nel suo genere, che, è sempre utile ricordarlo, orbita intorno alla darkwave più oscura e glaciale.

Infine, due righe anche per gli APOPTYGMA BERZERK. Non posso esimermi dal segnalare che i maestri norvegesi dell’elettronica ignorante ci tengono a celebrare i 25 anni della pubblicazione del loro album di esordio, Soli Deo Gloria, prima con una ristampa dello stesso e poi con questo SDGXXV, che dovrebbe essere tipo l’ottavo studio album ma che di fatto è una versione completamente remixata e cazzutissima di quel già potente disco ad opera di una pletora di band. Vale la pena di dargli un ascolto perché, oltre a versioni più “classicamente” EBM, vi ritroviamo forti echi kraftwerkiani e parecchie reminiscenze synthwave. Impossibile restare fermi. (Charles)

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  1. Fredrik DZ0 permalink
    11 luglio 2019 18:49

    Per la spiaggia proverò senz’altro il remix degli ottimi apoptygma

    Mi piace

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