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Musica da camera ardente #16

9 luglio 2018

Oggi puntata breve ma intensa perché trattiamo solo nomi grossi. Due gruppi dei quali mi sento in dovere di parlare sempre, qui accomunati dal fatto di essere tornati ai fasti del loro recente passato prendendo scientemente le mosse da esso: KIRLIAN CAMERA e ROME.

Cominciamo dai compatrioti emiliani e proviamo a trovare un’unica parola per definire questo nuovo Hologram Moon: spettacolo. Proprio così. Era dai tempi dell’ormai lontano Invisible Front che non andavo in fissa così netta per un disco dei Kirlian Camera. La peculiarità principale di quell’album, diventato pietra miliare nella carriera dei Camera, risiedeva, a mio modesto parere, nel doppio risultato di riuscire a soddisfare la quota dancefloor e quella dark, fondendo i due elementi alla perfezione. 

L’idea, la prima impressione che ho avuto e che non va via dopo aver ascoltato questo disco altre quindici volte, è tutta qui: Angelo e Elena sembra vogliano ripartire proprio da quella fusione perfetta di elementi e provare a ricreare quelle stesse oscure magie elettro-industrial e synth-pop. E io dico che qui ci sono riusciti perfettamente. Hologram Moon è un pelo meno cupo e apocalittico del succitato lavoro del 2005 (e questo non è né un bene, né un male), più sbilanciato verso velleità danzerecce e più accostabile a sonorità alla Daft Punk e alla Covenant. Band citate non a caso, soprattutto l’ultima il cui DNA è impresso fortemente in due brani, tra i migliori di un lotto già notevolissimo, nei quali al microfono vi è lo stesso Eskil Simonsson dei Covenant. Segnalo ai camerati anche il bonus cd di remix, versioni in lingua italica e altre chicche di spessore. Un viaggio spaziale che mi ha creato vera dipendenza. 

Andiamo oltre cambiando totalmente registro. La semplicità è dei grandi, diceva qualcuno, e Jerome Reuter è indubbiamente un grande. C’è anche da dire che nel recentissimo passato era riuscito pure a fare le cose in un modo parecchio complicato, e mi riferisco al disco col titolo in tedesco impronunciabile. Ok, intellettualmente molto attraente ma ammetto di non aver più avuto voglia di ascoltarlo. Con Hall of Thatch, il lussemburghese torna a fare ciò in cui meglio riesce, cioè il neo-folk basilare, quello semplice, appunto, che nessuno (a parte due o tre nomi ancora) in questo presente riesce più a replicare. I testi sono ovviamente parte integrante e imprescindibili del tutto e qui non più riferibili ai temi della guerra, bensì a una certa spiritualità orientale, incrociata dall’autore a seguito di un viaggio vietnamita, riscontrabile anche musicalmente nello scorrere dei brani. Il tutto inizia con Blighter che non faccio fatica a definire una delle migliori cinque canzoni dei Rome in assoluto. Il resto, dopo un inizio di tale intenso impatto, ne soffre un po’ ma prova, sicuramente nella prima metà del disco, a tenere il livello sempre alto con la notevolissima combo Nurser/Hunter/Slaver. La seconda parte dell’album, quella in cui più ricorrono certe sonorità alla Swans o alla Nick Cave, non trova il mio incondizionato favore perché mi è sembrata, per quanto in massima parte apprezzabile, distante dallo stile tradizionale dei Rome. (Charles)

3 commenti leave one →
  1. ignis permalink
    10 luglio 2018 06:22

    Sempre grandi i KC! Anche se io preferisco decisamente il periodo con Emilia Lo Jacono.
    Vale la pena il cd bonus? Vedo che i prezzi dell’edizione limitata ora sono alti…

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    • Charles permalink
      10 luglio 2018 09:22

      dipende, se sei un collezionista sì, altrimenti li trovi anche in rete.

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  2. Roberto Mariani permalink
    14 luglio 2018 19:21

    Quindicenne, ho ascoltato per la prima volta i Kirlian di Schmerz e me ne sono innamorato! Ma questo nuovo album sta su di un altro pianeta in tutti i sensi! Se c’è un gruppo che onora l’Italia all’estero quello è Kirlian Camera. Sarà che amo le voci che sanno come cantare ed incantare come la splendida e talentuosa Elena Alice Fossi, così come amo la gente che in silenzio si fa rispettare come Bergamini, invisibile e geniale. Due leggende in una, senza contare la collaborazione di John Fryer, produttore dei NIN e Dep. Mode! “Pop” fuori da qualsiasi schema (incredibile la versione italiana di Sky Collapse, con una Fossi da brivido!): non è poco, oggi! Per il sottoscritto è album-capolavoro assoluto, imperdibile per qualità, ispirazione e bellezza.

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