Avere vent’anni: maggio 2000

INCANTATION – The Infernal Storm

Luca Bonetta: Il quinto album degli Incantation (quarto, se si considera che Upon the Throne of Apocalypse è sostanzialmente lo stesso Mortal Throne Of Nazarene con tracklist invertita) è l’album della definitiva maturazione della band capitanata da John McEntee (che il Demonio l’abbia in gloria). Non fraintendiamoci; amo i dischi precedenti, soprattutto il debutto Onward to Golgotha che, al netto di una registrazione grezzissima e di qualche ingenuità fisiologica in una band ad inizio carriera possiede un’alone di oscurità che è difficile rintracciare in una qualsiasi delle release successive. The Infernal Storm ha però sublimato tutti gli elementi del marchio di fabbrica Incantation: sfuriate alternate a rallentamenti devastanti che nulla hanno da invidiare al miglior doom, il tutto adornato da un growl che nonostante i numerosi cambi di vocalist risulta tra i migliori in circolazione (nel mio cuoricino al primo posto c’è il buon Pillard che aveva contribuito in misura notevole a rendere Onward to Golgotha quello che è). Vent’anni fa The Infernal Storm chiudeva la prima fase della storia di uno dei migliori gruppi death metal che questo cesso di mondo abbia mai visto. Meno male che ci sono gli Incantation.

A PERFECT CIRCLE – Mer de Noms

Marco Belardi: Nella mia personale classifica riguardante gli album degli A Perfect Circle metto questo al primo posto, seguito dall’ultimo Eat The Elephant e dalla loro seconda pubblicazione. Thirteenth Step lo lascio laggiù, nonostante Blue sia, con tutta probabilità, la loro canzone che in assoluto preferisco. In realtà, però, Mer de noms è l’unico album degli A Perfect Circle che mi abbia coinvolto emotivamente per un periodo relativamente prolungato: trasuda tutta la disperazione degli anni Novanta, nonostante certe assonanze con i Tool si manifestassero in esso come un’alternativa valida, e in particolar modo utile, ad esaltare le potenzialità di questi ultimi nell’ambito della forma canzone. Quello che i Tool tentarono in ogni modo di non essere da Aenima in poi, finì per travasarsi qua dentro. La curiosità nei loro confronti me la mise il videoclip di Judith: rimarranno un side project di Maynard Keenan o prenderanno il sopravvento sui Tool? La domanda che mi rivolsi quel giorno ci spezza in due da dieci, forse anche quindici anni, e non so perché, ma me la sono rivolta proprio guardando il videoclip di Judith, e probabilmente rimarrà eternamente senza una risposta vera e propria.

PRIMORDIAL – Spirit The Earth Aflame

Maurizio Diaz: Semplicemente un discone: cupo, doom, black, epico come gran parte dei lavori dei Primordial, che qua assumono però la loro forma definitiva. E poi tanti, tanti Bathory. I primi due dischi degli irlandesi sono ancora un mischione di influenze: grezzi e mal prodotti, per quanto validi e suggestivi, lasciavano solo intendere ciò che sarebbe diventato il loro suono. Qui tutto inizia ad essere più nitido, la teatralità di Alan Averill non ha più incertezze e le influenze folk sono inserite più fluidamente nelle strutture dei pezzi, non relegate, come in passato, ai soliti intermezzi acustici con strumenti tradizionali. La sola Gods to the Godless vale il prezzo del biglietto: un inno, fortunatamente riproposto spesso dal vivo, che ti rapisce totalmente, portandoti quasi in uno stato di trance in cui non sembra poi così una cattiva idea andare a imporre il culto degli dei Celti a tutti e con la forza. I toni drammatici dell’intero album restituiscono un senso di ineluttabilità tale che alla fine di tutto si ha la sensazione aver assistito alla resistenza finale e disperata di un guerriero nel suo ultimo slancio prima della rovina. Per carità, anche loro sono umani e hanno preso i loro scivoloni lungo la carriera, ma questo è l’inizio di un percorso in ascesa che continuerà per almeno altri quattro dischi e che, quando fletterà, rimarrà comunque su livelli più che buoni. Avercene di gente così.

TANKARD – Kings of Beer

Marco Belardi: Stesso discorso del precedente Disco Destroyer: era il periodo sbagliato di una carriera grossomodo giusta dall’inizio alla fine. I Tankard non hanno mai scritto un classico immortale, sono stati “solamente” capaci di scrivere una miriade di buoni dischi. Perfino a metà anni Novanta, quando ormai si erano sputtanati tutti o quasi, i tedeschi ebbero il coraggio e la creatività di levar di mezzo pure l’umorismo e produrre il loro album serioso, oscuro, diverso: The Tankard (per me uno dei più belli di tutta la loro carriera, ci tengo a sottolinearlo). E allora? E allora inciamparono in questi due titoli poco riusciti. Kings of Beer non aveva niente che formalmente non andasse: ben prodotto, aggressivo, aperto da un classicone come Flirtin with Desaster, apparentemente proseguito con criterio da una buona canzone come Dark Exile. Niente da fare, era un lavoro noioso, non era il loro periodo, non lo era per niente. Non funzionavano i pezzi da osteria, come Hot Dog Inferno, quegli stessi pezzi che i Sodom avevano smesso di rifilarci con Code Red. E non funzionava benissimo nemmeno il resto. Ma aspettate un paio d’anni e vedrete…

DARKSEED – Diving into Darkness

Michele Romani: Diving Into Darkness rimane ancora oggi il mio disco preferito per distacco dei bavaresi Darkseed, senza dubbio tra le migliori uscite gothic degli anni 2000 per una band che ha raccolto molto meno di quanto abbia effettivamente meritato. La loro carriera, per certi aspetti, può essere assimilata a quella dei conterranei Lacrimas Profundere: tutti e due partiti con un classico goth doom di chiara ispirazione primi My Dying Bride e Anathema, col tempo hanno molto snellito la propria proposta mutandola in un gothic metal molto più catchy, e, se prima i brani si aggiravano intorno ai 10 minuti, successivamente si sono attestati sulla media dei 3-4 minuti. Solo che se i Lacrimas Profundere ancora oggi, bene o male, sono in giro e mantengono un discreto seguito, dei Darkseed invece si sono perse le tracce. Diving into Darkness si pone in un’ideale fase di mezzo della carriera dei Darkseed, diviso tra vecchie reminiscenze ed influenze elettroniche mai così presenti, con quel tipico suono di chitarra stoppato che andava di moda ai tempi. I brani sono uno meglio dell’altro, a partire dalla meravigliosa Forever Darkness, I Deny You, la simil-ballad Autumns e Downwards, altro pezzo da novanta di un disco e di una band veramente sottovalutati.

BRITNEY SPEARS – Oops… I Did it Again

Gabriele Traversa: Tralasciamo la titletrack (che immagino vi abbia tormentato un po’ tutti all’epoca) qui il problema è un altro: ricordo esattamente il momento in cui vidi per la prima volta il video di Lucky; secondo singolone estratto da questa seconda fatica della reginetta del Mississippi. Ero a casa del mio vicino di casa dell’epoca, stavamo scorrendo i canali quando a un certo punto, ovviamente su Mtv, passa st’ennesima burinata yankee ad opera di colei che, in quel preciso momento storico, incarnava la burinaggine yankee meglio di chiunque altro. Ma nonostante tutto, nonostante la burinaggine yankee, il titolo scemo, i vestiti rossi, il chilo e mezzo di trucco, gli sbriluccichii, il commento fu all’unanimità: “Sempre bella però, eh”.  Purtroppo è andata così. Britney Spears incarnava tutti i peggiori e fumettistici stereotipi della cheerleader americana post-moderna; fosse stato un cibo sarebbe stato uno di quei vasi da 2kg di pop corn salatissimi che ti danno al cinema e quando vai al cesso partono i fuochi d’artificio. Quasi ci vergognavamo a dire che fosse bella, però oh, forse era così.

ORANGE GOBLIN – The Big Black

Stefano Greco: Con i dischi degli Orange Goblin faccio sempre confusione, e quando si è detto che era il turno di The Big Black (titolo che non fa riferimento a Lexington Steele) sapevo che era uno di quelli fichi ma non esattamente quale. Con maggiore precisione si può dire che è l’ultimo di quelli fichi, dove per “quelli fichi” intendo legati allo stonerone prima maniera (decennio che va dal 91 al 2000 o giù di lì), che poi per me è anche l’unico che sia davvero classificabile come tale. Il passaggio del millennio vede infatti la sparizione delle etichette discografiche di riferimento e la transizione del genere verso un rock’n’roll bello rozzo e basilare in cui però la componente sballona è via via sempre meno presente. Gli Orange Goblin in questo senso sono l’esempio perfetto di questa traiettoria, la discografia successiva contiene tanta elettricità e una certa ortodossia ma un pezzo come Cozmo Bozo non lo faranno più. Vista in quest’ottica, qui siamo agli sgoccioli: The Big Black è un grandissimo come eravamo, e non credo ci sia bisogno di specificare che eravamo bellissimi.

THOR’S HAMMER – May the Hammer Smash the Cross

Michele Romani: I Thor’s Hammer sono sempre stati la creatura personale di Maciej “Capricornus Dabrowsky, noto nella scena black metal per aver militato negli Infernum e soprattutto nelle prime uscite dei Graveland. May the Hammer Smash the Cross è il secondo lavoro dopo l’esordio del ’97. Diciamo che non sono mai stato esattamente un fan di questo progetto: la musica proposta è un classico raw black metal con quel suono ultrascarno tipico delle band polacche dell’epoca, con sporadici inserti di sintetizzatore a dare un po’ di atmosfera al tutto. Se nei Graveland le connotazioni politiche venivano in qualche maniera mascherate da tematiche mitologico-pagane, qui non ci sono freni inibitori ed è tutta un’esaltazione nazionalsocialista e della supremazia bianca, tanto che la band viene annoverata a tutti gli effetti come NSBM. Il disco di per sé ha pure qualche spunto interessante qua e là, ma la Polonia sotto questo aspetto ha prodotto cose infinitamente migliori.

WHITE SKULL – Public Glory, Secret Agony

Maurizio Diaz: In un certo senso questo disco è un patrimonio. Non perché abbia segnato qualcosa di unico che ha ispirato milioni di metallari, ma al contrario perché incarna la quintessenza della passione genuina per il metallo, in un modo talmente devoto che alla fine ne esce bene, senza troppi fronzoli e anche senza troppo pudore. Voglio dire, le influenze di Running Wild e Grave Digger sono scopertissime e di difetti ne troverete di sicuro, ma nonostante tutto i pezzi funzionano ancora dopo anni. Sono pacchianissimi, è vero, ma li avete mai sentiti dal vivo? Presumibilmente sì e, se non lo avete ancora fatto, penso che dovreste proprio fare quest’esperienza almeno una volta, qualora vi dovesse capitare. Il ricordo più recente che ho è stato a un festival di un paio di anni fa e vi assicuro che è stato bellissimo: Roman Empire e High Treason dal vivo durano sempre troppo poco e ad un certo punto vi rendete conto di stare nella ressa, felici, ad inneggiare a Cesare e alla Repubblica con il De Bello Gallico in una mano e un bicchiere di birra nell’altra. Siccome per queste cose però dovrete aspettare ancora un po’, almeno riscopritevi questo disco che comunque è pieno zeppo di motivetti, cori e schitarrate che danno il loro meglio alle sagre con le salamelle alla brace e le caraffone di birra. Attrezzatevi se avete un giardino per grigliare e aggiungeteli assolutamente alla vostra playlist. A me mettono sempre di buon umore, e questo disco è uno di quelli che ogni tanto metto su per ripigliarmi. Public Glory, Secret Agony è l’ultimo disco della loro prima fase, quella con Federica DeBoni, che rientrerà in formazione molti anni dopo per riprendere quella passione che non aveva mai mollato, la stessa che tanti anni fa, assieme a Tony, Alex e compagnia, aveva permesso tutto questo.

EMINEM – The Marshall Mathers LP

Stefano Greco: Il successo può essere una delle cose peggiori che possa capitare ad un artista, soprattutto se a questa fama ha contribuito un’immagine da loser o in qualche maniera lontana dalle pose o aspirazioni da rockstar. Si diviene controsensi viventi sotto la perenne lente di ingrandimento di critici e folle giudicanti. Tutta la credibilità precedentemente acquisita svanisce in un attimo. Per essere capaci di sfruttare questo cambiamento a proprio favore e renderlo un nuovo punto di forza serve essere onesti in maniera sfrontata. All’indomani del successo planetario di Nevermind, Kurt Cobain decideva di aprire il disco successivo con l’arcinota riga “teenage angst paid off well”, in maniera del tutto simile Marshall Mathers diviene cosciente di dover dismettere gli abiti trailer trash del bianco povero e alla prima occasione utile cala le carte e recita “they said I can’t rap about being broke no more”. Chi pensava questa mutazione di ruolo potesse rappresentare un blocco alla lirica del finto biondo di Detroit però si sbagliava di grosso. Il talento cristallino resta intatto e trova sfogo in una maggiore introspezione accompagnata da una scorrettezza e violenza verbale ancora più intensa. The Marshall Mathers LP è il disco in cui Eminem ammazza e poi fa a pezzi sia la madre che l’ex moglie. Il rapper si confronta con il lato oscuro della fama, ridicolizza e sputa veleno sulla gente che lo imita, sui paparazzi, sui critici e i politici inetti che utilizzano le star della musica come capro espiatorio dei loro fallimenti. Tutta l’amarezza e il rancore che il comfort e il benessere avrebbero dovuto spazzare via ne escono addirittura rafforzati ed hanno come esito quello che, a prescindere dai gusti personali, è il suo album migliore e un vero classico del genere.

NIGHTWISH – Wishmaster

Gabriele Traversa: Che nostalgia! Questo disco mi ricorda un momento molto preciso della mia vita: l’estate tra il IV e il V ginnasio. La comitiva, la casa al mare, i giri in bicicletta, le ricariche spese in messaggini, il debito in matematica da recuperare, con calma, nell’autunno a seguire (l’inquietante RIMANDATO A SETTEMBRE era ancora lontano). L’estate prima era uscito il pomposissimo e stucchevole Once, ma io preferivo decisamente la vecchia roba, e mi ero fatto fare, da un mio amico smanettone, un cd mp3 con tutta la loro discografia dentro. Il cd di mp3, Cristo santissimo, sembra un’era geologica fa. Ecco, i Nightwish a conduzione Tarja per me sono qualcosa di non molto dissimile da un cd di mp3: un’importante innovazione, che ti fa sentire figo lì per lì, ma breve, fugace, destinata a non durare nel tempo, se non nei ricordi di gioventù. E a cui oggi ripenso con un gran senso di tenerezza e affetto, nulla di più. Detto questo, Wishmaster non ha i pezzi né la brillantezza di Oceanborn, ma si pone come un giusto compromesso tra l’eclettismo e la ricercatezza di prima e le cafonate che verranno. Un pezzo come Wanderlust mette d’accordo tutti, tipo un giretto in bicicletta nel tardo pomeriggio, con le ciabattine incrostate di sabbia e il mare che si agita, sorridente, all’orizzonte.

MAYHEM – Grand Declaration of War

Marco Belardi: La folle corsa all’acquisto del disco appena uscito nei negozi non l’ho fatta all’uscita dei Death o dei Blind Guardian, autentici dominatori dell’annata 1998, per quel che mi riguarda la più appassionante che abbia vissuto in termini di uscite discografiche. L’ho fatta con i Mayhem, e fu una corsa priva di senso. Un minuto di ritardo non avrebbe comportato la sparizione dell’ultima copia disponibile: era lì e Nicola me la teneva da parte come già aveva fatto con altri album attesi con ansia. Eppure raggiunsi la stazione di Firenze e mi fiondai nel sottopasso quasi correndo, perché Wolf’s Lair Abyss era già di per sé un ottimo motivo per correre. Il secondo album dei Mayhem, il successore del classico pazzesco con la copertina nera e viola, ma soprattutto la prova e riprova che con Blasphemer le cose sarebbero state pazzesche: non desideravo altro. La copertina mi folgorò, le parole di Nicola un po’ meno. Cercò di farmi capire che qualcosa proprio non andava senza smontarmi troppo Grand Declaration of War, ma io non gli diedi ascolto perché del black metal non gli era mai fregato un cazzo. Ma tanto aveva sempre ragione lui. Vent’anni dopo continuo a preferire quest’album a ogni altra loro pubblicazione successiva. È voluto, è colmo di sentimento, è un album dei Mayhem. Non è Chimera, contentino che non potrà affatto non piacervi perché, esattamente come l’ultimo, nasce unicamente per piacere. Non è nemmeno quella paraculata di Ordo ad Chao con tutte le dissonanze e l’appeal sick più artificiale che mi sovvenga in mente. Grand Declaration of War è così, punto. È un album che purtroppo sembra interamente costituito da introduzioni: ogni sua parte pare intenzionata ad anticipare un qualcosa che non accadrà mai, dando quindi luogo a un’altra introduzione. A un certo punto, nel lontano 2000, arrivai alla fine domandandomi se davvero valesse la pena ricominciare: tutto molto affascinante, musica coraggiosa a opera di musicisti ispirati. Ma dove cazzo volevano andare a parare di preciso? Era tutto così incasinato, a partire dai nomi delle canzoni con tutti quei numeri da farle sembrare l’indice di un libro. Probabilmente copertina e titolo furono le uniche due cose in grado di parlar chiaro. Peccato, veramente.

IRON MAIDEN – Brave New World

Maurizio Diaz: Non ricordo esattamente come questo disco fu accolto dai sapientoni del metal e della musica in generale. Per me la scintilla nei confronti dell’heavy metal si era appena accesa, i miei riferimenti erano inesistenti e il senso di scoperta era a mille. Ciò che mi ricordo però è che è stato il primo disco che ho atteso con trepidazione e che quando partì per la prima volta quel riff di chitarra  nel lettore mi si gonfiò il cuore in petto e persi totalmente la brocca. Pace se alcuni pezzi lasciano già intendere la prolissità che verrà dopo e la falsa elaboratezza dei pezzi più costruiti e lunghi: io qui dentro ci sentivo dei gran pezzi e basta, e giù ad ascoltarlo due o tre volte di fila, perché non solo per me era il meglio che si potesse ottenere dopo anni di separazione tra Bruce Bruce e il gruppo che già avevo iniziato ad idolatrare, ma anche era la conferma che avevo scelto giusto e che da lì in avanti questa musica mi avrebbe accompagnato negli anni, perché non avrebbe potuto essere altrimenti. The Wicker Man era la miglior opener possibile, e, anche se Brave New World forse sarebbe stata anche migliore togliendo qualche iterazione dal ritornello, poi ti arriva una ancora più lunga e lenta Blood Brothers che però si sviluppa meglio dando respiro all’epica del pezzo che culmina nella classica alternanza di assoli, e via che si riparte. In effetti a essere sinceri il sali-scendi prosegue un po’ per tutto il disco, ma  i Maiden sono stati bravi a far digerire un album che come difetto principale ha l’eccessiva lunghezza dei pezzi a ragazzi che, come me, iniziavano ad affacciarsi al genere, facendolo comunque diventare un disco importante per quella che allora era la nuova generazione, assicurandosi amore incondizionato per i due decenni successivi. Del resto, nonostante tutto, ancora oggi non riesco proprio a resistere a quei riff.

2 commenti

  • Incantation, Britney Spears, Thor’s Hammer, Eminem, tutto in un’ unico articolo ! È per questo che vi voglio bene.

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  • Il buon Belardi ha tradotto perfettamente in parole, quanto provai a scrivere a commento della precedente recensione di Grand Declaration Of War. GDOW è un disco che non parte mai, sembrano tante into messe una sull’altra. Concordo anche sulla bellezza di Infernal Storm, che comprai l’anno successivo al Wacken su forte spinta di alcuni italiani che conobbi al concerto. L’altro acquisto fu Lukan Antikrist dei Maniac Butcher…beata gioventù :)

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