Avere vent’anni: NIGHTWISH – Wishmaster

Con Wishmaster i Nightwish chiudono la prima fase della loro discografia, perché già dal seguente Century Child l’approccio si farà più sinfonico e i ritmi più rallentati, preparando il terreno a quel disco spaccaclassifica di Once. Qui invece siamo pienamente nell’ambito power metal, anzi: Wishmaster è il disco più classicamente power metal dei Nightwish, quello che più risente delle influenze Stratovarius nonostante dette influenze vengano rimasticate e ricomposte in uno stile assolutamente personale. I Nightwish sono sempre stati un gruppo unico e difficilmente accostabile ad altri, in tutte le loro incarnazioni; ma qui la cosa fa ancora più specie, perché è proprio con Wishmaster che, forse per l’unica volta, sono facilmente incasellabili in un genere ben preciso.

Non che Oceanborn fosse così diverso da questo, ma aveva delle caratteristiche che lo rendevano più ambiguo, mentre qui i pezzi sono per la maggior parte estremamente lineari e strutturalmente fedeli alla forma-canzone. A farmi preferire Wishmaster agli altri episodi della loro discografia sono proprio i pezzi, e qua dentro ce ne sono di clamorosi. Non tutti, ovviamente, perché il concetto stesso su cui si fondano i Nightwish (anche quelli migliori, cioè questi) cammina costantemente su un sottilissimo filo teso sull’abisso del grottesco, aspetto che tende a prendere il sopravvento soprattutto quando i ritmi si abbassano. Nelle ballate, ad esempio, le cose si fanno puntualmente terrificanti: qui ce ne sono due, Dead Boy’s Poem e Two for Tragedy, il cui titolo pare riferirsi al fatto che devi ascoltarne al massimo una nota prima di skippare avanti, perché se ne ascolti anche solo due è una tragedia.

Al contrario le cose migliori sono quelle coi loro tipici ritmi zumpappà, e Wishmaster fortunatamente ne è pieno. Le prime due, She is my Sin e The Kinslayer, anticipano la svolta che avverrà coi dischi successivi: operatiche, narrative, da stadio, eppure suonate con molta più leggerezza rispetto a quanto accadrà in futuro. Come Cover Me e Wanderlust sono pezzoni power metal da manuale, coi riffoni, i ritmi sostenuti e i cori da cantare a pugno al cielo, così come, in un certo senso, anche Bare Grace Misery e Crownless, le due in cui le influenze Stratovarius si fanno più sentire. Wishmaster e Deep Silent Complete sarebbero potute stare sul precedente Oceanborn, per motivi diversi: la prima perché tende a seguire meno la forma-canzone; la seconda perché è eterea, sognante, e ha quel ritornello in cui Tarja gorgheggia senza vergogna.

Già, Tarja: questo è l’ultimo album in cui le viene permesso di cantare come le viene più naturale, e cioè con l’impostazione da soprano. Dal disco successivo, Tuomas le imporrà un approccio più pop, diciamo, snaturandola e svuotando i Nightwish di una delle loro caratteristiche migliori. Questo disco, per l’ultima volta nella loro storia, è tutto cantato con una cazzo di voce da soprano, dall’inizio alla fine, che non fa finta di essere una cantante normale perché cantante normale non è. I Nightwish per me hanno perso interesse quando hanno smesso di essere così esagerati, pacchiani e fuori da ogni norma; rimangono in un certo senso uno dei miei guilty pleasure più imbarazzanti in assoluto, ma il valore di Wishmaster lo difendo a spada tratta al di là di ogni perversione personale. È vero che ho bei ricordi legati a questo disco, è vero che ogni volta che lo ascolto mi ricordo della prima volta in cui ci entrai in fissa, ma qui si va oltre il sentimento e la contingenza: se si dovesse fare uno speciale sul power metal europeo, Wishmaster avrebbe un capitolo dedicato. Ho sempre avuto un debole per quei musicisti che cercano di creare qualcosa di personale con assoluto sprezzo della propria dignità, e quindi non rivestendo il tutto con una patina intellettualistica o con chissà quale velleità: è una circostanza che per ovvi motivi accade soprattutto nel power metal, ed è il motivo per cui amo i Rhapsody, in blocco, ed è lo stesso motivo per cui mi prende così bene ascoltare una cosa come Deep Silent Complete, che ad analizzarla freddamente ci sarebbe da vergognarsi. I Nightwish dell’anno 2000 erano come quei volti femminili che, analizzati in ogni sua singola componente, dovrebbero essere orribili; ma che poi, con uno sguardo d’insieme, sembrano bellissimi e particolari. Poi è chiaro che, come nel caso di quei volti, ognuno ha i suoi gusti. (barg)

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