Avere vent’anni: dicembre 2002

STORMWARRIOR – st

Barg: Debutto clamoroso di un gruppone clamoroso che per una manciata di dischi aveva seriamente tutte le carte in regola per stare sulla vetta del mondo, sempre ovviamente parlando del mondo ideale che tutti noi desidereremmo e non di questo letamaio che siamo condannati a sopportare. Power speed tedesco alla vecchissima, una versione leggermente più cattiva di Walls of Jericho con un po’ di Running Wild e Blind Guardian di fine anni 80, immaginario vichingo, batteria con un doppio pedale suonato come se dalla frequenza di quest’ultimo dipendesse la quantità di morti tra i nemici del vero metal, inni al metallo, palm muting a martello pneumatico che si apre in melodie di chitarre gemelle, assoloni AL FULMICOTONE e tantissimi cori spaccatutto da cantare con la birra in mano. E i dischi immediatamente successivi sono anche meglio. Ma pure questo Stormwarrior spacca, amici e fratelli, fidatevi di me e sparatevelo a cannone non appena ne avrete l’occasione. I punti di contatto con gli Helloween degli esordi non si limitano allo stile musicale: dietro la consolle ci sono qui Dirk Schlachter e Kai Hansen, con quest’ultimo che canta e suona in un paio di episodi; a un altro pezzo collabora pure Markus Grosskopf e, come ciliegina, il copertinista è Uwe Karczewski, lo stesso dei primi album delle zucchette. Anche i nomignoli dei membri fanno assai anni Ottanta: Scythewielder, Hell Saviour, Evil Steel e Thunder Axe, giusto per dire. Ma tanto impegno filologico passatista non deve però trarre troppo in inganno, perché gli Stormwarrior mantengono sempre una loro identità. Ripeto, non gli mancava niente: è veramente incredibile che non siano diventati uno dei nomi di punta del metallo tedesco. Se anche voi in casa avete un altarino dedicato al primo EP degli Helloween e volete approcciarvi per la prima volta alla discografia degli Stormwarrior, allora vi consiglio il live in Giappone At Foreign Shores del 2006; vedrete che dopo non potrete farne più a meno.

ENSHADOWED – Messengers of the Darkest Dawn

Griffar: Nati come Eternity Enshadowed a fine anni ’90, gli Enshadowed sono uno dei gruppi ellenici più immeritamente sottovalutati di sempre. Messengers of the Darkest Dawn è un eccellente disco fast black metal che unisce il gusto tragico tipico del black greco con quello proveniente da latitudini più settentrionali. Poco importa, si potrà disquisire sull’originalità o meno della proposta ma i pezzi sono una favola, con melodie dei riff mutuate dal black classico della loro madrepatria che si tramutano in assalti frontali tipicamente scandinavi quando accelerano facendo saltare tutto per aria. Un altro di quei progetti che io adoro da sempre. Quando mi chiedono: “Ma tu che gruppi greci consiglieresti?”, anziché citare i soliti noti porto all’attenzione formazioni meno conosciute come Sad, Winter Eternal o per l’appunto gli Enshadowed. Resta da dire che il disco consta di sette brani effettivi per circa 47 minuti di musica, che registrazione e produzione ritagliano a ogni strumento il proprio spazio, che i due pezzi conclusivi da soli durano poco meno la metà del lavoro. Dopo questo album gli Enshadowed hanno pubblicato solo  altri tre full, l’ultimo dei quali è Stare into the Abyss del 2020, e sono tutti quanti delle bombe; a questi si aggiungono 6 split con vari gruppi sparsi per il mondo. Loro sono una di quelle band che mi dispiace non aver mai visto dal vivo, non ce n’è mai stata l’occasione e per mia scelta personale ritengo mai più ce ne sarà una. Un vero rammarico. Fosse successo sarebbe stato un massacro: impossibile non pogare allo sfinimento con pezzi del genere… Cose da Pronto Soccorso, ve lo posso assicurare.

YNGWIE MALMSTEEN – The Genesis

Cesare Carrozzi: Questa non è una recensione lunga perché come la penso su Malmsteen l’ho scritto diverse volte e non me ne tiene di tornare sul punto. Però su The Genesis vale la pena di spendere due righe, visto che è una raccolta di vecchi pezzi demo e rarità del nostro, dove i più attenti di voi (o i più affezionati ad Yngwie) potranno sicuramente imbattersi in idee che poi si sarebbero concretizzate negli album successivi, anche a distanza di più di dieci anni. E mentre lo sto ascoltando e scrivo queste quattro cazzate, mi rendo conto che alla fine tra genio e sregolatezza vince sempre quest’ultima alla lunga, il genio brucia via in fretta. Però almeno c’è stato, e lo si può dire davvero di pochi.

DEATHSPELL OMEGA/MÜTIILATION – split

Griffar: La collaborazione tra due dei gruppi più di spicco del profondo underground si concretizzò con la pubblicazione da parte dell’intransigente End All Life records di questo vinile, uno dei classici dischi per collezionisti sbandierati con orgoglio da chi ha la fortuna di possederne uno originale. In effetti è proprio un pezzo da collezione importante, uno di quelli che da soli tramutano una bella discoteca in una da sogno. Uscito in 400 copie appena (occhio ai numerosi bootleg, anche la versione CD non è ufficiale), il disco andò sold-out pressoché subito; io fui fortunato perché, essendo in rapporti di amicizia con Hasjarl, me ne feci tenere da parte tre copie. La minchiata fu non tenermele tutte, visti i prezzi che hanno acquisito nel tempo… Ma chi avrebbe mai detto che uno split 10 pollici con due tra le band più estreme dell’epoca avrebbe avuto un mercato così vasto? I Mütiilation occupano il lato A con Beyond the Decay of Time and Flies, pezzo malatissimo con le chitarre putride tipiche del loro stile, la voce di Meyna’ch sofferente e straziante, melodie sepolte sotto strati di fango maleodorante e solforoso. Un pezzo eccellente, ai vertici della sua proposta creativa che rimane tra le più ostiche mai concepite da mente umana, e la sua in quanto a disagio ha poco da invidiare a nessuno. Poi ci sono i Deathspell Omega che si prendono il lato B con due brani. Siamo ancora nell’era Shaxul alla voce, quindi in quella pre-Si Monumentum Requires Circumspice, nella quale il suono della band – a quei tempi solo francese – pagava un certo pegno ai DarkThrone e ai Mayhem degli anni d’oro, con una cattiveria così diabolica da lasciare senza parole e senza fiato. Pur non essendo due brani velocissimi, la sensazione che si ha al termine dell’ascolto è quella di una cupa, ossessiva perfidia. Per gli amanti del black metal più intransigente lo split è autentica manna dal cielo ma io stesso ci penserei duemila volte prima di spendere 3-400 euro per una copia; io le mie le pagai 40mila lire l’una, erano care per l’epoca ma io sono un caso a parte, in quel periodo se uscivano dischi del genere io mi ci buttavo a capofitto e prima o poi qualche copia la reperivo… oppure intrecciavo rapporti tali da permettermi di procurarmene almeno una a prezzo di fabbrica, e se poi riuscivo anche a far felice qualche amico tanto meglio. Ma i tempi cambiano e le priorità pure. Ora in rete la si trova facilmente, ed è decisamente più saggio comprare venti dischi a 20 euro piuttosto che uno solo a 400. A meno che non siate fanatici collezionisti.

BEATRIK – Journey through the End of Life

Michele Romani: I Beatrik sono stati un progetto dell’altoatesino Frozen Glare Smara, attivo come Atratus anche nella sua band principale, gli ottimi Tenebrae In Perpetuum. Se questi ultimi sono ancora attivi, l’avventura dei Beatrik è durata solo un paio di lavori, cioè il presente debutto Journey through the End of Life e il successivo Requiem of December. Parliamo di due lavori che ai tempi ebbero una discreta eco nell’underground black nostrano; io ho sempre preferito il secondo (dai tratti doomeggianti che mi hanno sempre ricordato da vicino l’esordio dei Katatonia), ma anche questo è un onestissimo lavoro tra il black metal norvegese delle origini (il Conte su tutti) e la scuola depressive primi anni 2000 come Abyssic Hate e i primissimi Forgotten Tomb. Il risultato finale non è nulla di particolarmente originale ma rimane piacevolissimo all’ascolto, specialmente per quanto riguarda pezzi come l’omonima, Charon’s Embrace e la cover di Black Spell of Destruction, quest’ultima presente solo sulla prima stampa in Lp limitata a 500 copie.

THEORY IN PRACTICE – Colonizing the Sun

Griffar: Impressionante quanto misconosciuto gruppo svedese devoto al death metal tecnico che di più non si può, i Theory in Practice nel 2002 pubblicano il loro terzo e per ora ultimo full, dal momento che la band si sciolse poco dopo salvo poi riformarsi nel 2015, realizzare un EP passato del tutto inosservato dopodiché sparire di nuovo nelle pieghe del tempo. Forse sono ancora attivi, forse no. Non credo che le cose cambierebbero molto. Eppure, sia a livello tecnico che compositivo, i ragazzi erano dei fenomeni, credo l’unico gruppo swedish death che abbia avuto un approccio realmente americano. Colonizing the Sun consta di circa tre quarti d’ora di musica che avrebbe quasi più senso chiamare progressive fusion death metal, perché gran parte degli schemi compositivi è riconducibile sia al progressive rock più intricato che alla fusion classica: ritmiche spezzettate, controtempi, sincopi e stacchi in tempi dispari come se piovessero, melodie strane, a volte acide altrove melodiche al limite del catchy. Colonizing the Sun è molto meno aggressivo e diretto rispetto al precedente The Armageddon Theories, quest’ultimo un vero gioiellino filato da pochissimi anche perché all’epoca la Pulverizer records (la loro etichetta produttrice dei primi due album) aveva una distribuzione penosa, da manicomio. Quando lo ascoltai per la prima volta pensai che se i Dream Theater fossero stati svedesi avrebbero suonato come i Theory in Practice, e non posso che ribadire la mia prima impressione. Se il tastierista avesse partecipato alle audizioni per sostituire Kevin Moore avrebbe dato del lungo filo da torcere a tutti gli altri candidati; e poi chitarrista e bassista cambiano riff ogni dieci secondi, il batterista pare suoni un assolo perenne… solo il cantante riporta la band in territori death metal. Se non reggete diluvi di note e trame complicatissime non fa per voi, ma se gradite musica suonata da strumentisti al di sopra della media e composta contaminando il death metal con generi che definire distanti dal metal è un eufemismo, i 47 minuti di Colonizing the Sun sono pane per i vostri denti.

SADISTIK EXEKUTION – Fukk

Barg: Rimettere su Fukk mi ha fatto salire il magone: i Sadistik Exekution appartengono a un periodo della mia vita ormai concluso, in cui gran parte della mia esistenza girava intorno al guardare filmacci scaricati in bassissima qualità da Emule e scartabellare copertine fotocopiate del negozio dell’usato di Disfunzioni Musicali per cercare qualche chicca a 8 euro. A quel tempo riuscivo non solo ad ascoltare i Sadistik Exekution con incredibile frequenza ma anche a trarne sincero divertimento, nel senso letterale del termine. Che poi come si potrebbero descrivere i Sadistik Exekution a qualcuno che non li ha mai sentiti? Una roba tipo la botta di mal di testa che ti sale quando ti svegli per terra in una chiazza di vomito in un cesso non tuo dopo la più grande sbronza di tutti i tempi, o qualcosa del genere. La sublimazione della teoria che il metal estremo australiano è davvero il più pazzo del mondo.

ODAL – Sturmes Brut

Griffar: Un altro gruppo di ipotetica seconda fascia che ho sempre adorato e sempre adorerò. Nato dalle ceneri di Aske, e quindi dalla mente di Taaken (Gnipahålan, Barastir, Erhabenheit, Raven’s Empire, Wald Geist Winter solo per citare i primi che mi vengono in mente) quello degli Odal è sempre stato black metal puro fino al midollo, ignorante quel che si vuole ma spettacolare e genuino come pochi. Fanculo la tecnica, gli arrangiamenti mastodontici, le produzioni elaborate e tutto il resto. Basso, batteria, chitarra minimale (anche quella raramente non distorta) e voce in screaming medio/basso priva di manipolazioni in studio. I riff non contengono una nota sbagliata che sia una e i cinque pezzi che deliziano le nostre orecchie in Sturmes Brut sono musica imperdibile per chiunque ardisca dire che ascolta prevalentemente black metal. Il disco è sincero, spontaneo, schietto black metal da manuale. Oh, cazzo, questo vale un ultra-grim KEEP THE BLACK FLAME ALIVE!!! urlato ai quattro venti, pazienza se sembra giovanilistico ma Sturmes Brut è un disco della vita. Mi rimane da dire che non c’è un solo episodio della discografia degli Odal che non valga la pena essere ascoltato – e comprato, pure: io i loro dischi ce li ho tutti, soldi spesi benissimo. Seguite il mio esempio.

THE APEX THEORY – Topsy Turvy

Lorenzo Centini: Nati come una sorta di spin-off dei primissimi System of a Down, anche gli Apex Theory erano californiani e prevalentemente di origine armena. Si conciavano come gli Alien Ant Farm e nel suono, specie nella voce, assomigliano non poco agli Incubus dopo che avevano riposto ogni asperità. Viste queste premesse immagino che il Barg, cultore di cattivo gusto nu metal, stia correndo a recuperare, ed anche voi, stracciandovi le vesti per esservi persi fino ad oggi una tale chicca… A parte gli scherzi, vi dico che Topsy Turvy l’ho sempre considerato, sin dai primissimi ascolti, qualcosa di più di interessantissimo, anche se forse qualcosa meno di bellissimo. In campo nu metal, se escludiamo le prime linee (quelle vere, non i pagliacci), si trova poco di meglio di questi qui. Diciamolo subito che il suono sì, possiamo accostarlo agli Incubus, ma la composizione ha molto più dell’ascetismo post-hardcore dei Quicksand. Diciamolo che l’armenicità specifica del disco non è del tipo ulala zumpappero degli amichetti, drogati dal successo di Toxicity. Anzi, la senti nella circolarità dispari delle dinamiche e nei dettagli di chitarra, ammennicoli e chincaglierie, decori e spezie. Ma il suono, appunto, ha più dell’hardcore e non c’è quasi per nulla compiacimento, e mi pare nemmeno scratch a cazzo di cane. È un disco serio e, per quanto possibile, riflessivo. Se non avete particolari pregiudizi nei confronti del genere (non saremo noi a dirvi di non averne), potreste riconoscere in Topsy Turvy uno dei migliori dischi delle seconde linee nu. Se riusciste a perdonare che una That’s All! vi richiami più Ricky Martin che i Deftones, potreste arrivare più in là ad una Right Foot, dal riff molto, molto trascinante. Topsy Turvy in fondo potremmo anche raccontarcelo come un pacchetto da dieci di Tool (molto) light.

merciless

MERCILESS – Merciless

Ciccio Russo: Sulla carta band di culto assoluto per l’esordio The Awakening, prima produzione della Deathlike Silence di Euronymous. In concreto un gruppo di talento ma, come tanti altri che avrebbero meritato migliore fortuna, divenuto presto di seconda o terza fila nel ribollente calderone della scena estrema svedese dei primi anni ’90. Scioltisi nel 1994 dopo tre Lp, i Merciless ci riprovarono alcuni anni dopo con questo album che rimane tuttora la loro ultima prova in studio, sebbene Metal Archives li dia ancora per attivi. Merciless perde il confronto con i lavori precedenti. a causa di una scrittura troppo semplice, improntata a un death/thrash diretto e aggressivo ma non ricchissimo di guizzi, dove gli episodi migliori sono quelli – come Fallen Angels Universe – dove sopravvive un po’ di melodia. Nondimeno, questi dieci pezzi stracciano tutti gli sconfortanti cloni dei The Haunted che furoreggiavano all’epoca e non si capisce benissimo perché fossero passati così in sordina, considerando che un loro seguito Carlsson e compagni lo avevano.

AD HOMINEM – Planet ZOG. The End

Griffar: Nel 2002, dopo una sola demo di qualche tempo prima (passata per lo più inosservata fino all’esplosione improvvisa della loro fama, dopo la quale se la litigavano tutti con la veemenza dei combattimenti femminili nel fango) esordiscono i francesi Ad Hominem con l’album in esame, intransigente fin dal titolo – Planet ZOG. The End, cioè la fine del mondo degli ebrei più o meno. Il gruppo si propone come latore di idealismi estremi, furia iconoclasta, disprezzo per ogni forma di vita passata, presente e futura, dai batteri ai lombrichi ai diplodocus passando naturalmente per la razza umana, di cui in varie interviste si  sono più volte augurati l’estinzione in tempi rapidi. Fatico a capire per quale motivo in quegli anni qualsiasi cosa suonassero gli Ad Hominem paresse oro colato, quando in realtà è decente black metal classico, ispirato per lo più dai mostri sacri del genere con qualche divagazione thrash vicina a quanto suonato dai DHG, cioè la prima reincarnazione dei Dodheimsgard a cavallo tra il true black metal e quella specie di industrial black che a parecchi (non a me) è assai piaciuto in seguito. Nel nostro caso i brani sono brevi, aggressivi il giusto, montati su riff non particolarmente complicati con divagazioni qua e là: rallentamenti doom black, occultismi dark ambient solo voce e synth, riff acustici etc. Planet ZOG. The End consta di nove brani per neanche 35 minuti di musica, di fatto un disco che ci si ingurgita in un amen. Forse la sua fortuna fu proprio questa perché, visto a posteriori, non è altro che un discreto album black metal che di sconvolgente, memorabile o imperdibile non ha proprio niente. Non credete ai commenti entusiastici che leggerete in giro: non è uno dei migliori dischi black metal di sempre, non è uno dei dischi più feroci di sempre… Iperproduttivi fino al 2005 (3 full e 6 split), periodo nel quale furono sulla cresta dell’onda più per via del loro modo di porsi che per l’effettiva qualità della musica, dal 2008 in poi (anno di uscita dell’EP Theory:0) fino al 2018 (il full Napalm for All) hanno pubblicato altri tre dischi e un EP, diradando di una buona metà la frequenza delle uscite. Risultano ancora attivi, il Masterchef pare vivere oggi in provincia di Novara, ma io ho smesso di seguirli da un pezzo quindi non saprei consigliarvi niente delle pubblicazioni post-2005. Comunque è dal 2018 che non ci sono loro notizie.

NACHTFALKE – Doomed To Die

Michele Romani: Per i seguaci del pagan black metal più primordiale i Nachtfalke sono sempre stati sinonimo di garanzia, d’altronde parliamo di un personaggio come Occulta Mors che ha militato tra gli altri nei primordiali Moonblood, una band che non ha bisogno di presentazioni e che ha fatto impazzire i collezionisti più incalliti in cerca delle prime stampe dei loro due imprescindibili dischi. Questo Doomed To Die, così come il precedente, è ancora legato alla fase prettamente black metal tout court dei Natchfalke, i quali, andando avanti nel corso degli anni, incamereranno elementi più legati al pagan epic metal, seguendo esattamente il percorso dei vari padrini del genere come Bathory o Graveland. Quindi registrazione  ai limiti dell’ascoltabile e ritmi serrati che vanno a confluire in brani notevolissimi come Valhalla (il ritornello con voce pulita è semplicemente spettacolare), Pestkrieg e l’immancabile cover omaggio a Quorthon. Per gli amanti di questo tipo di sonorità, un lavoro a dir poco imprescindibile.

BILSKIRNIR – In Flames of Purification

Griffar: Questo è l’esordio del progetto solista di mister Widar (polistrumentista anche in Ødelegger, Wolfspirit, Ulfhethnar ed altri) a nome Bilskirnir, uno dei primi esempi di NSBM dopo gli Absurd e prima di Graveland e di tutta la scena russo/ucraina/polacca che ha svoltato verso l’estrema politicizzazione in tempi meno remoti. Attivo già dal 1996, qui suonava un pagan black abbastanza rozzo, crudo quel che si conviene, e la sua musica, seppure influenzata da Burzum, dagli stessi Graveland per quanto riguarda la parte più epica e pagana, dai Moonblood oltre che dal black canonico più antico, si lascia apprezzare ogni volta (i full sono solo 4, ma ci sono almeno altri 25 titoli tra split, EP, compilation e partecipazioni varie). Tecnicamente non aspettatevi nulla, il ragazzo è proprio al livello base, le composizioni sono tutte più o meno standardizzate sugli stessi schemi in mid-tempo o su fucilatone in blast beat, con screaming modello “mamma senti come sono bravo a sgolarmi”, riff discreti non confusionari… ci siamo capiti. L’alone di culto deriva per lo più dal fatto che i testi sono di – diciamo – schierata appartenenza politica e, dato che oggigiorno molte nuove leve pensano che l’unico sottogenere rimasto fedele ai concetti originari sia quello politico, nei Bilskirnir trovano pane per i loro denti e sangue per dissetarsi. Non è una cosa che mi riguardi: io di dischi dei Bilskirnir ne ho una barca perché li ho sempre trovati musicalmente ignoranti quanto basta per soddisfare il mio bisogno di musica non continuamente e necessariamente filosofica, ma se c’è una cosa di cui sono sicuro è che loro non passeranno mai alla storia per aver pubblicato dischi di livello artisticamente superiore. Uscito in origine in cassetta, l’album fu presto ristampato da Millennium Metal Music in CD con alcuni pezzi delle demo Bis Germanien Erwacht, For Victory We Ride e Feuerzauber come bonus track, a raggiungere la durata notevole di 61 minuti. Ne esistono altre versioni ma, essendo dei cattivoni NS, ovviamente sono tutte bandite dalla vendita più o meno ovunque, e bisognerà che cerchiate in canali più underground se vi garba recuperare qualche loro titolo. Occhio ai prezzi e agli innumerevoli bootleg.

SAUROM – Sombras del Este

Barg: Parlai dei Saurom su queste pagine a proposito dello splendido Vida. Erano tanti anni fa, tante vite fa, io ero un’altra persona e fuori era primavera. Ora invece mi trovo a riesumare il loro secondo album, Sombras del Este, risalente a quando loro stessi erano altre persone e, almeno formalmente, un altro gruppo a nome Saurom Lamderth. Si tratta un doppio concept sul Signore degli Anelli di circa un’ora e mezza che rispetto al citato Vida ha pochissimo in comune: certo, c’è sempre la fascinazione per le melodie medievaleggianti e pseudoceltiche, ma declinata in un modo che ricorda più i Mago de Oz e certi oscuri gruppi power di quel periodo. Molto del risultato è determinato dalla pochezza di mezzi, caratteristica comune ai primi loro album fatti uscire dalla Red Dragon, etichetta spagnola abbastanza scrausa ora definitivamente chiusa, mannaggia. La scaletta segue la trama del libro e quindi, come prevedibile, l’andamento dell’album varia molto in relazione al tema trattato; in questo senso il secondo CD è più cupo del primo, con due pezzi lunghi in apertura e chiusura: El Concilio de Elrond di quindici minuti e Mordonòrienna di dieci. Si parla comunque di un disco acerbo che vive di spunti e fiammate, tendenzialmente più frequenti nei momenti meno allegrotti. Può comunque andar bene come sottofondo per una sessione di Dungeons & Dragons, immagino.

CLANDESTINE BLAZE – Fist of the Northern Destroyer

Griffar: Credo di avervi parlato più volte di Clandestine Blaze e del suo unico artefice Mikko Aspa, quindi non vedo motivi di dilungarmi più di tanto sulla proposta musicale, che concettualmente è sempre la stessa. Fist of the Northern Destroyer è uno dei suoi dischi che preferisco, se non addirittura quello che in assoluto apprezzo di più. È un concentrato di brutalità di livello assoluto, la sua voce è più demoniaca, malata, grondante supremo odio incondizionato ed indiscriminato che abbiamo potuto ascoltare nei suoi dischi, tutti i pezzi sono quanto di meglio la sua mente abbia saputo partorire e la sua penna scrivere su un pentagramma. Nessun pezzo è al di sotto delle aspettative, dalla violentissima title track posta in apertura alle lente, cupe e cadenzate Praise the Self e I Have Seen, ai tre pezzi centrali del disco, mediamente più brevi e sparatutto. 43 minuti in totale di accanimento iconoclasta black metal: questo è il terzo LP dei Clandestine Blaze. Solo ed unicamente questo. Pertanto è proprio avendo in mente dischi come questo che mi sono permesso di criticare l’ultimo suo disco Secrets of Laceration, album che a malapena raggiunge la sufficienza stiracchiata se lo si valuta con la generosità dell’insegnante che premia l’impegno ma riconosce che lo stesso non porta risultati significativi. Una volta lo si chiamava “il cinque al sei d’incoraggiamento” ma penso comprenderete questo idioma solo se avete frequentato il liceo a fine anni ’80 – primi ’90. Si sia d’accordo o meno con me, l’ultimo disco a Fist of the Northern Destroyer non gli può manco lustrar le scarpe. Punto e basta.

4 commenti

  • Metallaro scettico

    E basta con sto ciarpame nazista Griffar… capisco se ne fosse saltato fuori il nuovo Burzum, ma il valore musicale di certi gruppi è pari al guano. Sono sicuro che nel dicembre 2002 era uscìta roba ben più meritevole.

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    • Tanti gruppi nsbm se gli togli le basi “ideologiche” restano gruppi black qualsiasi, uguali ad altre migliaia. (ergo, non verrebbero cagati da nessuno). Che poi parlare di ideologia o religione a dei diciottenni che si danno alla musica estrema perché snobbati dalla figa già dovrebbe far sorridere.
      Più che altro è sbalorditivo il numero di dischi che possiede Griffar! Sarebbe interessante sapere se li ha mai contati senza perdere il conto. Tra cent’anni a casa Griffar per me apriranno il museo del black metal, altro che Helvete…

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      • Metallaro scettico

        Ci avevo pensato anche io a questo: magari riesce a prendere qualche contributo dalla regione per aprire un museo in un qualche capannone abbandonato! Migliaia di metallari in pellegrinaggio ogni mese… ovviamente si può fare anche una sezione dedicata al NSBM che creerà scandalo sulla stampa nazionale. Grandissimi theory in practice comunque, peccato siano svaniti

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  • Un plauso a chi ha tirato fuori i Theory in Practice. Lessi la recensione appena uscito il disco nel 2002 e lo recuperai. Devo dire che è invecchiato molto bene.

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