DEATHSPELL OMEGA – The Long Defeat

In una delle rarissime interviste rintracciabili in rete (uscita per The Ajna Offensive molti anni fa) Hasjarl, primo motore dei sempre meno francesi Deathspell Omega, disse che l’evoluzione può svolgersi in infiniti piani, in altrettante direzioni ed in molteplici contesti.

Dopo aver completato quella che viene comunemente definita “la trilogia” con il complicatissimo e forse un po’ dispersivo Paracletus, i Deathspell Omega si sono trovati a dover percorrere nuove vie per evolvere il sound che nel 2004 stravolse tutto quello che allora veniva comunemente inteso per black metal grazie all’opera Si Monumentum Requires, Circumspice, a parere di chi scrive uno dei dischi più rivoluzionari ed innovativi nella storia dell’intero heavy metal. In realtà il periodo compositivo contraddistinto da questo lunghissimo concept è maggiore e termina con l’EP Drought; ai tre capitoli principali se ne aggiungono di secondari come l’EP Kénôse e gli altri vari pezzi usciti in formato split con altre band associabili all’occult/religious black metal francese. Di fatto tutti i dischi racchiusi nel box set di vinili picture disc senza titolo uscito nel 2012 ricapitolano l’intero periodo e ne costituiscono il termine ufficiale.

Poi è stato necessario dedicarsi ad altro, e i Deathspell Omega lo hanno fatto percorrendo a ritroso la strada che li aveva portati fino a Drought, idealmente tornando al punto di partenza di Si Monumentum Requires, Circumspice per cercare nuovi modi di evolvere quanto suonato in quel disco in direzioni differenti da quelle che avevano percorso in passato. Già The Synarchy of Molten Bones rigettava quelle partiture ostinatamente arzigogolate e cervellotiche, affascinanti ed ipnotiche sì ma fin troppo complesse, per apprezzare le quali c’era bisogno di un tempo tendente all’infinito col rischio di confondersi e chiedersi dove diavolo volessero andare a parare. Il disco di tre anni fa, The Furnaces of Palingenesia, bellissimo, riesce nell’intento di modernizzare le partiture di Si Monumentum Requires, Circumspice evolvendole in una direzione nuova eppure lasciando perfettamente riconoscibile quale fosse il punto di partenza. Per spiegarmi meglio, è un po’ come se gli Iron Maiden, anziché comporre quello spappolapalle di disco intitolato Senjutsu, fossero idealmente tornati ai tempi di Somewhere in Time creando un’evoluzione di quest’ultimo comunque diversa da Seventh Son. Non so se mi sono spiegato, spero di sì.

The Long Defeat prosegue dunque questa nuova evoluzione del suono dei Deathspell Omega portandolo un passo oltre, in quale direzione non si sa e non ha nemmeno così tanta importanza. Che ci si muova di lato come i granchi o sempre in avanti come un plotone di soldati è irrilevante: il concetto prevalente è che ovunque si vada, ci si ritrova in un luogo differente da quello dal quale si è partiti, e questo nuovo, ottavo album dei Deathspell Omega ne è l’assoluta conferma.

The Long Defeat conta cinque brani per complessivi 44 minuti di durata più spiccioli. A tratti è frenetico e contorto ma si percepisce chiara l’influenza di sé stessi e del loro capolavoro già più volte citato. Altrove è estremamente melodico, in altri frangenti si muove – agiatamente – in contesti blackened death metal schizoide e rumoristico, come quello degli spagnoli Altarage per fare un esempio, ma non mancano digressioni nell’occult metal più cupo e più in generale tutto il disco ha un’atmosfera dimessa, infelice e malinconica. Differentemente dai dischi precedenti non tutti i pezzi sono cantati da Mikko Aspa e questo alternarsi alle voci (o lo sdoppiarsi delle stesse) conferisce grande varietà all’opera nel suo complesso. La lunga (dodici minuti) Enantiodromia, brano che apre il disco, assai probabilmente conta alle voci il cantante dei Funeral Mist, e se non è lui è uno che lo imita quasi alla perfezione (come sapete i Deathspell Omega hanno tradizione di non precisare chi suona che cosa o chi canta nei dischi, lo fanno proprio per convinzione religiosa, tutte le voci che circolano non sono mai state confermate né penso mai lo saranno); altrove, come nella conclusiva Our Life is Your Death, penso che al microfono ci sia M. dei Mgła (amico personale di Mikko Aspa) in un brano sorprendentemente melodico che riporta alla mente la musica dei polacchi, quella più datata dei primi EP per amor di precisione. Altrove ancora i cantanti duettano tra loro, cosa che in ambito black metal ritengo sia accaduta rarissimamente (non prendo in considerazione i duetti con le voci femminili) amplificando la sensazione di originalità, scopo primario di un gruppo che non ha mai smesso di cercare soluzioni nuove e continua  – isolato – per una propria strada che soltanto il tempo ci dirà dove porta.

Io ho una ferrea stima per i Deathspell Omega, non lo nego e non ho bisogno di farlo: The Long Defeat è l’ennesimo splendido capitolo di una carriera oramai lunghissima che mai ha annoverato episodi deludenti o trascurabili, e il discorso continua a valere anche per questa nuova opera. Scartabellando qua e là in rete ho letto opinioni del tutto differenti dalle mie: c’è chi scrive che i Deathspell Omega sono finiti e chi ne ha già inciso l’epitaffio su una lapide di marmo nero, ma io in realtà mi aspettavo che il nuovo album venisse accolto meno tiepidamente di quanto leggo in giro. Sarà che gli invidiosi non vedono l’ora di sminuire il valore di musica che loro non riusciranno mai a comporre, mai nemmeno ad immaginare, sarà il fatto che più si è grossi più si fa rumore quando si cade pertanto i frustrati godono il doppio tentando di anticipare la rovina con insensati commenti negativi. Parlare male di The Long Defeat significa solo due cose: o non lo si è ascoltato (a sufficienza o per nulla pari vale) oppure si hanno dei grossi problemi a capire qualcosa di musica. (Griffar)

One comment

  • Ottima recensione! Sono d’accordo su tutto e finalmente leggo un parere sensato sull’evoluzione dei desthspell omega. In giro per il web ho visto tanti di quei commenti buttati a cazzo dovuti chiaramente ad un ascolto superficiale dell’album. Credo che a livello di follia sonora abbiano dato tutto quello che potevano, continuare su quella strada sarebbe stato inutile. Secondo me disco capolavoro.

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