Avere vent’anni: SYSTEM OF A DOWN – Toxicity

Stefano Greco: Fatta salva un po’ di esasperazione qua e là, Toxicity è un album all’antica: ha grandi cori e un sacco di melodia, un cantante classico e canzoni dalla forma tradizionale. Aveva (ha) il pregio non indifferente di sembrare effettivamente una novità assoluta, un prodotto della contemporaneità che però, una volta rimosse le braghe calate e le magliette da hockey, era un disco che poteva risultare familiare e appetibile anche alle platee meno “avventurose”. Che vi piaccia di più quello prima (perché a quelli che ci capiscono gli piace sempre quello prima) o il successivo (bello anche quello), Toxicity alla fine rimane il classico, il disco che in un tour a tema meriterebbe di essere riproposto da cima a fondo. Sintesi quasi-perfetta di un decennio di cose differenti (tutte californiane a dire il vero), ha i pezzi e una montagna di idee, e un altro gruppo con la metà delle cose ci faceva minimo due album. Come nel dipinto dell’incendio di Los Angeles ne Il Giorno Della Locusta, facciate di cartone e sfondi di plastica nascondono come possono disperazione, fallimenti e sogni infranti. Tranquillamente uno dei dischi migliori e più rappresentativi del decennio di riferimento.

Lorenzo Centini: Invecchiato malino, Toxicity. Chiariamo: il perché sia un disco che ha segnato tantissime persone è ancora evidente. Me compreso, per cui cerco di non fare lo snob. Ma, non essendo più quegli anni là e non essendo più ragazzini, il disco rivela di essere in fondo quello che è, una collezione principalmente composta da canzoncine un po’ stupidine e da melodrammi stracciacoglioni. Chi come me (per mia fortuna) aveva avuto occasione di conoscerli già all’esordio, non poteva non rimanere interdetto da un suono troppo asciutto e addomesticato rispetto a certi propositi belluini ed anarchici. Svanito l’impeto da Dead Kennedys della generazione 2000, l’intento era fare un disco che piacesse. E certo, è piaciuto, anche a me in fondo. Ma ora resta la sensazione di una miccia bagnata che non ha mai fatto esplodere davvero la bomba. E poi in Toxicity emerge prepotente la competizione tra i due leader primedonne che li porterà a diventare insignificanti, loro e le loro carriere successive. Resta invece la parte migliore, che avrebbe potuto dare ancora un senso ai SOAD: la ricerca del suono folk delle loro origini armene e la sua integrazione nella materia heavy, concetto per cui ero in fissa all’epoca. Ecco che quindi Science, Psycho ed in parte Aerials restano le tracce più lucide che rendono ancora interessante riprendere Toxicity al giorno d’oggi. Ma non la title track, eh, per carità!

L’Azzeccagarbugli: Per molti aspetti Toxicity è il culmine produttivo, compositivo e commerciale di quella che, ex post, può essere definita la seconda fase del nu metal. Etichetta che è sempre stata troppo stretta per i System of a Down, che al netto di tanta furbizia sono (stati) molto di più, distinguendosi sin dall’ottimo esordio per una personalità molto forte e immediatamente percepibile.

Toxicity rappresenta la quadra perfetta di tutto ciò che poteva essere una band del genere che, senza perdere un briciolo in termini di aggressività rispetto all’omonimo (nelle prime cinque canzoni non si respira neanche un secondo), riesce a smussare certe asperità, a scrivere dei ritornelli che ti si stampano in testa sin dal primo ascolto, ad incarnare un’immagine adatta per quel determinato contesto storico e, cosa non da poco, ad essere sia “il suono di quegli anni”, sia qualcosa di completamente unico. Qualità che, alla prova del tempo, contano molto di più delle canzoni stesse. Perché, per quanto in quel periodo siano usciti dischi sicuramente migliori del secondo album dei SOAD (lo stesso esordio, per alcuni aspetti, gli è superiore), è Toxicity ad essere riuscito ad abbattere le barriere tra generi e pubblico di appartenenza e a diventare un disco non solo generazionale, ma capace di travalicare le generazioni. Se altri gruppi che hanno segnato quegli anni sono rimasti confinati in quel contesto temporale e, fondamentalmente, hanno lo stesso pubblico che avevano all’epoca, grazie a Toxicity i System of a Down hanno continuato a fare breccia anche nelle generazioni successive: nelle playlist dei miei nipoti 15/17enni in mezzo a tanta merda, spunta sempre una Chop Suey! o una Aerials. Cosa che accade di rado, soprattutto quando si parla di una band comunque “pesante” come i SOAD.

Cesare Carrozzi: Ho sempre avuto un debole per Toxicity. All’epoca mi piaceva abbastanza, e adesso mi ricorda anche di un tempo lontano dove esistevano ancora MTV, Winamp con l’equalizzatore grafico e i modem andavano a 56K. Ammetto di non aver mai seguito i SOAD con attenzione e di aver comprato l’album soltanto perché mi piaceva un sacco il video dell’omonima che girava in TV. È anche l’unico lavoro dei SOAD che possiedo: dopo Toxicity in pratica li ho persi di vista, forse per colpa mia, magari per colpa loro, chi può dirlo. Riascoltato oggi rimane un lavoro carino, a parte ovviamente i singoli che all’epoca ebbero tutto il successo che ebbero e che spaccano tutti e tre (Chop Suey, Toxicity ed Aerials). Vale la pena riascoltarlo.

Barg: ‘Sto disco ce lo abbiamo avuto più o meno tutti in casa. Quei pochi che per qualche motivo se ne sono tenuti alla larga sono stati comunque travolti dal passaggio continuo di quei singoli su qualsiasi apparecchio atto a trasmettere suoni. È una delle definizioni più precise di disco generazionale, cosa che Toxicity è stato non dico al livello di un Nevermind ma quantomeno di un Californication o di un Morning Glory. Per arrivare a ciò, i SOAD hanno dovuto ripulire pesantemente il proprio suono e molcere quegli aspetti sinceramente schizoidi che caratterizzavano il debutto; come nella più classica delle storie, in questo modo Tankian e soci hanno raggiunto un successo spaventoso, diventando peraltro una delle più grandi teste di ponte degli ultimi decenni per conquistare nuovi adepti al suono della chitarra distorta. Come i Linkin Park, ma con molta più dignità. I System of a Down tra il 2001 e il 2002 erano diventati una cosa enorme: piacevano a tutti. Ai metallari, agli alternativi, ai normaloni che si muovono per un concerto solo se ci sono Metallica, Ac/Dc o Ligabue, e piacevano tantissimo persino ai tipi da centro sociale, affascinati da tutto il discorso sull’Armenia, nazione non solo sufficientemente esotica e colorata da provocare loro un moto di simpatia, ma che in passato era stata anche vittima di una qualche cosa brutta di cui i suddetti tipi avevano letto qualche slogan su qualche manifesto e che quindi era immediatamente percepita come dalla loro parte. Eppure Toxicity non è che una conseguenza delle enormi intuizioni del debutto, che sono qui annacquate, rimasticate e rese accessibili da uno scaltro lavoro di produzione e rimaneggiamento. Ma resta un disco epocale, bellissimo ancora oggi a distanza di vent’anni.

8 commenti

  • Tutto molto bello. I SoAD e il live dei DT. Robe carine, per carità. Però, piantiamola di menar il can per l’aia. L’11 settembre di quell’anno lì sappiamo tutti COSA è uscito. Cacciate la rece di God Hates Us All!

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  • lo possiedo originale ma non posso dire di amarlo granché. i tre singoli spettacolari, buone forse un’altra manciata di canzoni (tipo Science), il resto boh. sarà anche domato e incanalato verso l’orecchiabilità da rimaneggiamenti vari ma spesso lo trovo più fumo che arrosto. anch’io preferisco Mesmerize, un ulteriore passo da gigante verso il commerciale, ma più quadrato e misurato, il che probabilmente lo rende meno particolare, innovativo e rivoluzionario… d’altronde de gustibus dom S.

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  • Io sto con Stefano Greco.

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  • Sto con Lorenzo.
    Invecchiato maluccio l’album.
    Nonostante sia abituato a sonorità ben più (teoricamente) pesanti, ho sempre avuto difficoltà estreme nell’ascolto completo dell’album.
    Cosa con cui non mi sono dovuto scontrare con i due successivi (Mezmerize/Hypnotize), più commerciali è vero, ma anche più densi di pezzi con una logica, influenze più variegate e meno schizofrenici.
    Rimangono i singoloni, epocali e trasversali, ma il resto si perde via molto più di quanto si possa pensare.

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  • Impazzirono in massa tutti per quest’album, io non sono mai riuscito ad apprezzarlo o a capire cosa avesse di speciale.
    E non lo dico per snobismo eh, il disco d’esordio mi garbava anche parecchio.

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  • Toxicity è stata una delle ultime volte in cui ho avuto l’impressione (ingenua?) di vivere in diretta l’uscita di un disco epocale, importanza probabilmente amplificata dall’aver perso, a volte anche per un pelo anagrafico (Nevermind), quelli che erano epocali per davvero e dal fatto che di dischi epocali Metal (ma anche allargandosi al Rock), non ce ne sarebbero stati mai più.

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