Avere vent’anni: ottobre 2001

OZZY OSBOURNE – Down to Earth

L’Azzeccagarbugli: Non so da quanto non ascoltavo Down to Earth, un album che mi porta alla mente il video dell’ottima Gets me Through, singolo apripista del disco che spopolava su Coloradio Viola e Sgrang (solo a nominare queste due trasmissioni mi sento più vecchio del tempo stesso). Pur non essendo tra le cose migliori di Ozzy, ed inaugurando una fase della sua carriera contraddistinta da suoni troppo “plasticosi”, il disco è davvero piacevole; poco importa se in molti casi si sente il pilota automatico. La lennoniana Dreamer funziona, l’hard rock molto novantiano di That I Never Had pure e, anche se il disco risente di una lunghezza non proprio consona al livello dei pezzi, è pur vero che non troviamo dei cali davvero rilevanti. E la chiusura di Can You Hear Them?, con un Zakk Wylde come sempre grandioso, è davvero buona.

GRAVE DIGGER – The Grave Digger

Barg: Questo è il primo disco senza Uwe Lulis dopo la fortunata serie di cinque album che parte da The Reaper (1993) e finisce ad Excalibur (1999), e che è finita per essere ricordata come l’era canonica dei Grave Digger. È un quasi-eponimo, probabilmente perché è inteso come una rinascita della band dopo l’abbandono dell’ingombrante chitarrista e compositore. Purtroppo però The Grave Digger è un discaccio demmerda che inaugura la tristissima fase finale della loro carriera; non che il precedente Excalibur fosse un capolavoro, ma era comunque un solido album d’accademia con due-tre pezzi che spiccavano nettamente sugli altri. Qui invece si rimane atterriti dalla banalità delle composizioni, che avrebbero potuto essere benissimo scritte in cinque minuti da un gruppo cover dei Grave Digger, con l’aggravante che la voce di Chris Boltendahl inizia pericolosamente a tirare la corda, affossando il tutto ancora di più. Si salvano giusto un pochino The House e Silence, che riescono a interpretare meglio delle altre l’atmosfera plumbea di cui l’album (dedicato ad Edgar Allan Poe) è intenzionalmente intriso. Di qui in poi i Grave Digger diventeranno un gruppo buono giusto da vedere ai festival all’aperto con un boccale da litro in mano. Non infierisco oltre, altrimenti dovrei prendermi un articolo a parte per insultarli sulla scritta “Edgar AllEn Poe” sulla tomba in copertina, maledetti mangiapatate.

MACHINE HEAD – Supercharger

Marco Belardi: Supercharger è considerato all’unanime il disco di merda dei Machine Head; ma c’è un “però”. The Burning Red ci trovò impreparati, me in primis. In attesa del terzo album di Robb Flynn, quello della cosiddetta consacrazione (sebbene sin dal debutto non restasse un cazzo da consacrare, e, in seguito, i paragoni scomodi si sarebbero comunque fatti), The Burning Red ci mise innanzi a una realtà fatta di capelli ossigenati, piercing e abiti orrendi, cantato rappato, singoletti. Insomma, di tutto. The Burning Red era un disco relativamente ispirato, ma fu un calcio nelle palle lo stesso, e, a risentirlo oggi, mi piace ben meno che allora. Supercharger che cos’è, di preciso? Un album dal quale non ci aspettavamo niente. Motivo per cui non notammo, o almeno non notammo particolarmente, il parziale recupero dei riffoni (Bulldozer, grossomodo conosciuta a menadito perfino dai loro detrattori) e di un appeal vagamente oscuro e imbastardito. Vagamente definibile da metallariSupercharger fu una prima accennata retromarcia con cui Robb Flynn chiarì di non volersi sputtanare col vecchio pubblico, mantenendo in contemporanea l’acquisito status di band da classifica nell’agitato mare del nu metal. Per quanto restasse da vivere al nu metal, fu appropriato, se non addirittura obbligato, il dover tornare (quasi) definitivamente sui propri passi col seguente album, Through the Ashes of Empires. L’altro pezzo forte è All in your Head, un singolo nu metal semplicemente da paura. Carine anche NauseaAmerican High e Deafening Silence. A risentirlo non trovo Supercharger un pessimo album, anzi; trovo semmai eccessiva la sua lunghezza, ed infilarci sedici brani fu un’operazione così pretenziosa da “nascondere” le sue migliori parti in mezzo alla marmaglia. Una fase strana, questa dei Machine Head: nel terzo e quarto album avevano certamente buone cartucce da sparare, ma s’inimicarono buona parte dell’audience e diluirono in due album i pezzoni necessari a farne un unico e ottimo lavoro. Ad ogni modo sottovalutato, anche se per nulla trascendentale.

MISFITS – Cuts from the Crypt

Stefano Greco: Cuts from the Crypt è un raccoltone di demo, b-side e cose simili messe insieme dopo lo scioglimento della formazione con Michale Graves e, nonostante abbia il solo scopo di soddisfare obblighi contrattuali ancora aperti, ci ricorda ancora una volta quanto quella reunion sia andata al di là di quello che fosse umanamente lecito aspettarsi. Se le versioni demo sono in qualche misura trascurabili, c’è da dire che svariati degli inediti sono di ottimo livello e quasi stupisce che non abbiano trovato posto sui due album fatti uscire tra il ’97 e il ’99. Nel mezzo si rimedia anche una onesta versione di I Got a Right degli Stooges e pure l’inno della squadra di hockey di New York (che poi è lo stesso concetto di Roma Roma Roma di Antonello Venditti trasportato nella Grande Mela). Purtroppo però Cuts From The Crypt è anche la pietra tombale sulla seconda vita dei Misfits, e la folle inclusione come ultimo pezzo di una orrida cover dei Black Flag serve solo a rimarcare la distanza abissale con l’abominevole terza incarnazione che per oltre un decennio avremmo avuto modo di osservare dal vivo con una certa costanza. È una roba solo per completisti, ma ci sono comunque modi peggiori di spendere i propri soldi e, come tutti, a casa credo di avere ben di peggio. Ottima la copertina Pushead che da sola varrebbe il senso di una bella ristampa in vinile.

PROSTITUTE DISFIGUREMENT – Embalmed Madness

Griffar: Che grandi, i Prostitute Disfigurement. Quattro bastardi olandesi che suonano BENE come degli indemoniati sbattendosene di tutto e di tutti, e in questo modo sono diventati uno dei gruppi più rispettati nella scena brutal death/gore europea e non solo. Ah, che stia ricorrendo il ventennale del loro full d’esordio Embalmed Madness se ne sono accorti in diversi, potete crederci. Già si sono potute leggere perle di autentico sdegno per una delle band meno politically correct di sempre: cosa ci si poteva aspettare dai benpensanti se non biasimo, accuse di sessismo, misoginia ed omofobia leggendo titoli tipo Rotting Away is Better than Being Gay, On Her Guts I Cum, Cadaver Blowjob e Gay-Bar Massacre? Non so come minchia abbiano fatto a scovare questo disco e tirargli addosso la solita vagonata di merda, ma evidentemente la longa manus dei radical chic arriva dove nemmeno possiamo immaginarci. Noi nel frattempo ci godiamo 12 brani ben fatti (o 16 se vi acchiappate la ristampa con copertina censuratissima) in bilico tra il brutal gore ed il grind puro, suonati alla grande e divertenti come pochi, grazie a riff gustosi quasi memorizzabili anche per merito di un lavoro in studio di livello eccellente per quanto riguarda registrazione e mixaggio. Il modo di grugnire del cantante ha fatto scuola, lo hanno sempre paragonato ad un cinghiale morente a cui hanno infilato un forcone in pancia e sa il cielo se questo accostamento non rende l’idea. Chi è già avvezzo al brutal death li conoscerà di sicuro, a me spetta l’ingrato compito di convincere anche gli altri: di sicuro non vi piacerà la voce, ma se riuscite a superare l’impatto troverete musica con la quale passare momenti allegri. Perché il bello è che questi ragazzi erano degli autentici cazzoni; io li vidi dal vivo a Marsiglia nel novembre 2005 di spalla a Deicide e Visceral Bleeding e fu un vero spasso: si prendevano in giro sul palco, il cantante è arrivato con la maschera di uno dei tre porcellini, suonavano musica complicata come se fosse la cosa più normale di questo mondo… e poi a fine concerto si sono messi a bere birra coi fans neanche fossero gli ultimi arrivati. Metallari nell’anima, cosa si vuole di più?

GODGORY – Way Beyond

Michele Romani: I Godgory erano ai tempi una della band di punta della oramai disciolta Invasion Records, piccola etichetta che si era fatta notare mettendo sotto contratto gruppi del calibro di Mithotyn, Gates of ishtar, Darkseed, Vargavinter e altre, tutte purtroppo scioltesi tra l’indifferenza generale così come la suddetta label tedesca, che ha chiuso i battenti da diverso tempo. In realtà questo Way Beyond (così come il precedente Resurrection) fu pubblicato addirittura da Nuclear Blast, che aveva ai tempi fiutato la moda imperante del death melodico mettendo sotto contratto qualsiasi band di quel genere, salvo poi dargli il benservito senza troppi patemi d’animo, proprio come successe al duo di Karlstad. Ed è un peccato, perché, tra le miriade di gruppi che suonavano questo genere, i Godgory erano tra i più particolari, essendo riusciti a dare al death melodico una componente gothic doom che non aveva eguali ai tempi. Way Beyond è sicuramente il disco più atmosferico degli svedesi, tra tastiere imperanti e un gusto della melodia davvero unico, che si può evincere per esempio nella strumentale Sea of Dreams, di gran lunga il picco assoluto del disco. Una band davvero poco considerata che vi consiglio caldamente di riscoprire.

FU MANCHU – California Crossing

Marco Belardi: L’unico motivo per cui ascoltavo i Fu Manchu in quegli anni era la presenza in formazione di Brant Bjork, storico batterista dei Kyuss al quale sono affezionato senza alcun compromesso. Trovo Brant Bjork un creativo, uno di quei batteristi che, al netto di una tecnica nella media, hanno saputo col tempo tirar fuori uno stile proprio, un groove pazzesco. Pensate a una Demon Cleaner e rammentate fra voi quanto Brant Bjork c’è nella riuscita di quella stupenda canzone. Allo stesso tempo i Fu Manchu, nonostante Brant, a inizio Duemila mi avevano abbondantemente rotto il cazzo. Il precedente King of the Road non mi era affatto piaciuto, e, per trovare un buon disco a loro nome, sarei dovuto risalire indietro fino agli anni di The Action is Go. Questo California Crossing non fu assolutamente un ritorno allo stoner rock dichiarato ed energico degli esordi, ma piuttosto una messa a fuoco definita del rock stradaiolo e da festicciola su cui avevano scelto di puntare. Quel genere di musica – e più in generale i richiami agli anni Settanta più commerciali – avrebbe cominciato a tirare di brutto di lì a poco. Non so se il loro fu un graduale tentativo di buttarcisi a capofitto o se avessero capito l’antifona con netto anticipo, ma California Crossing se lo incularono tutto sommato due gatti in croce, pace a loro.

WAYLANDER – The Light the Dark and the Endless Knot

Edoardo Giardina: Proprio in occasione della recensione di Ériú’s Wheel, ultimo album dei Waylander, avevo postulato un nuovo teorema, il teorema dei Moonspell, ovvero un modo più sofisticato di dire ad ogni uscita di un determinato gruppo “non male ma meglio IL primo“. Esiste un’occasione migliore del secondo album di una band per far ricicciare questa semplice formuletta? Evidentemente no, perché il secondo album è il primo tassello di una carriera segnata dal teorema (o maledizione?) dei Moonspell, di una discografia dedicata al continuo tentativo di raggiungere una chimera. The Light the Dark and the Endless Knot è proprio questo: un secondo album carino che però non reggerà mai il confronto col debutto, Reawakening Pride Once Lost. I nordirlandesi sono anche stati abbastanza bravi da dargli un’anima tutta sua, delle peculiarità che lo differenziano e lo rendono quantomeno singolare, senza andare a scimmiottare quanto avevano già fatto, come atmosfere più cupe, ritmi più lenti e un uso maggiore di strumenti tradizionali. Potenzialmente sarebbe potuto essere un mix molto interessante ed efficace, ma…

TESTAMENT – First Strike Still Deadly

Marco Belardi: Il pensiero su cui si fonda First Strike Still Deadly, storpiatura del celebre pezzo del 1987, si erige all’inizio di un lungo processo che porterà i “nuovi” Testament alla realizzazione, sette anni più tardi, del loro album più classico dal 1992 in poi. The Formation of Damnation nasce in un certo senso qui, con il successore dell’ottimo e fortunato The GatheringFirst Strike Still Deadly nient’altro è se non la riproposizione dei classici di The Legacy e The New Order con l’attuale formazione, rinvigorita dai nomi di John Tempesta alla batteria (già batterista su Low) ed Alex Skolnick, primo redivivo a ripresentarsi alla casa madre (dopo di lui sarebbe toccato a Greg Christian, ma mai a Louie Clemente). First Strike Still Deadly nasce in un periodo di merda: sia a James Murphy che a Chuck Billy era stato diagnosticato un tumore, che, fortunatamente, entrambi avrebbero superato. Il concerto in beneficienza a nome Legacy, se non altro, servì a riportare Skolnick sulla retta via. First Strike Still Deadly è pulito, asettico, perfettamente realizzato e confezionato e – accidenti a me – me lo comprai pure il giorno dell’uscita. I Testament hanno conferito a quei classici la veste tipica del suono di The Gathering, ma, oltre a mettere con ciò in fuga Skolnick per l’ennesima volta, la cosa non avrebbe funzionato. È così che nasce il pensiero di ritornare al suono classico da cui germoglierà l’altalenante The Formation of Damnation. Se dovessi affermare a cosa cazzo serva First Strike Still Deadly cadrei in un imbarazzante mutismo. Ad adeguare quei classici del 1987/1988 a un pubblico giovanile? Ma buttatevi nell’Arno, giovini! A far sentire Practice What You Preach o Souls of Black delle merde? Non ne ho idea, ma, se c’è una singola cosa che qua dentro funzionò alla perfezione, fu il far risaltare, per mezzo della suddetta pulizia sonora, le incredibili melodie di chitarra sulle quali quei due classici intramontabili furono costruiti. Se nelle versioni originali risaltava l’amalgama fra potenza e melodia, qua dentro è solo la seconda a prevalere. Volete godervi la chitarra di Skolnick? Date una chance a questa roba. Altrimenti godetevi gli originali e non pensateci neanche su.

SINS OF OMISSION – Flesh on your Bones

Griffar: Non hanno avuto granché fortuna, i Sins of Omission, arrivati troppo tardi in un genere che stava mostrando la corda. Il Gothenburg sound è stato foriero di album straordinari ed anche di una pletora di band che nel sottobosco la loro onesta figura la facevano ma che, essendo arrivati dopo i mostri sacri, altro non hanno potuto che ripetere gli stessi schemi. Dentro i Sins of Omission c’erano almeno due ragazzi che hanno suonato coi A Canorous Quintet, questi sì autori di due dischi ben al di sopra della media. Flesh on your Bones è invero un buon disco, da rivalutare perché ai tempi non se lo cagò praticamente nessuno, ma questo è comprensibile e forse persino scontato: nel 2001 il Gothenburg sound aveva rotto le palle praticamente a tutti, tanto che anche i grandi stavano cercando di suonare qualcosa di diverso. Uscirsene con un album come questo era un azzardo, lodevole per coerenza ma con pochissime chances di successo commerciale, senza contare che la Black Sun records non navigava certo nell’oro, quindi la promozione fu piuttosto blanda. Flesh on your Bones (come il precedente The Creation) riprende gli schemi classici del genere, anche se qui si tenta qualche soluzione meno canonica inserendo sezioni thrasheggianti e variazioni di chitarra sdoppiata tanto care allo speed tedesco. Nulla più di questo, però. Cose sconvolgenti o innovative non ce ne sono. Ma del resto tecnicamente i Nostri erano ineccepibili, e sapevano perfettamente come si scrive un brano veloce, aggressivo e allo stesso tempo accattivante: a che sarebbe servito ficcarci soluzioni che non sarebbero piaciute a nessuno? Dei dieci brani non ce n’è uno che sia brutto, moscio o scontato, il problema però è che si somigliano un po’ tutti, cosa che ha tarpato le ali al sottogenere intero se ci pensate bene, ed inoltre il cantante non varia mai la sua impostazione, risultando monocorde, e questo influisce sul risultato finale. E così se lo comprarono solo i completisti, mentre oggi si trova a pochi spiccioli su Discogs… insomma: un disco non fortunato. Che ovviamente fu l’ultimo di una ristretta discografia, come se i Sins of Omission fossero una band transitoria con la quale fare un po’ di esercizio in attesa di progetti più consistenti.

INCUBUS – Morning View

Lorenzo Centini: Quando ero ragazzino, nella mia città quelli della mia generazione suonavano più o meno tutti. Cioè, non proprio tutti, ma comunque un numero impressionante. Quindi, se volevi mettere in piedi un gruppo, c’era l’imbarazzo della scelta, avevi una rosa tipo fantacalcio. Quello schiappa, quello bravino, quello già avviato al conservatorio ed al turnismo. L’importante era suonare. Poi però a 17 anni ti rompi un po’ il cazzo, tanto se puzzi di sfiga lontano due chilometri le tipe se ne fregano se suoni in un gruppo. Allora non lo fai più per tirare, smetti di fare le coverucce del cazzo e ti metti a cercare gente per suonare qualcosa di decente, serio, che piace a te, non a una sbarbina. Però, tornando al caso mio, a quel punto nella mia città erano popolari gli Incubus, con questo disco qui. Rock da librerie Feltrinelli, che ci vorrebbe un processo di Norimberga apposito per giudicarlo equamente. Musica che piaceva a cantanti narcisisti sfigati solo poco meno di me, a bassisti che slappavano e poi si guardavano allo specchio e a chitarristi con le chitarre appese al collo e la bocca sempre a culo di gallina. E la testa che si muoveva sui riff come quella di una gallina. E il piedino che batteva il tempo, tipo la zampetta di una gallina. E lì ho capito che nella mia città non c’era proprio più un cazzo di rock.

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