Avere vent’anni: MOONSPELL – Darkness and Hope

Darkness and Hope ha sempre diviso molto il pubblico. Per spiegare perché basta contestualizzare un minimo: i Moonspell venivano da un periodo di sperimentazioni, con un paio di dischi recepiti piuttosto male (nonostante poi alla fine dei conti The Butterfly Effect non fosse malaccio e Sin/Pecado fosse addirittura un capolavoro insperato), e sentivano evidentemente il bisogno di solidità e sicurezza. Questi due obiettivi vengono perseguiti virando bruscamente su un gothic metal leggerino, tendenzialmente raffinato, capace di poter piacere a più gente possibile o quantomeno di poter essere messo di sottofondo senza risaltare troppo.

I Moonspell non avevano mai suonato così, ma Darkness and Hope fa parte di quella schiera di dischi in cui, agli inizi degli anni 2000, i gruppi metal che fino a quel momento erano in vena di svarionare smettono qualsiasi velleità e prendono a suonare ciò che il pubblico dei festival estivi voleva da loro. Accadde in ogni ambito, dal thrash al gothic metal, appunto. I suoni oscuri di Irreligious vengono qui spogliati di ogni fascinazione occulta, resi più morbidi, delicati, con un ritorno a quel malinconico immaginario marittimo prettamente portoghese che avevano già usato in Alma Mater, ma con scopi e risultati completamente diversi. Non è un disco perfetto, Darkness and Hope, ma ha comunque un senso, una quadratura sua propria, un capo e una coda. Contiene in sé la giustificazione stessa del cambio di prospettive, oltre che, a livello quantomeno potenziale, la spinta propulsiva per una seconda parte di carriera su queste coordinate. Questo non accadrà: a parte il successivo The Antidote, una versione riveduta e corretta dell’album in oggetto, già da Memorial del 2006 i Moonspell cercheranno nuovi lidi da navigare e nuove sensazioni da sfruttare; ma, tutto considerato, sarebbe stato meglio se fossero rimasti da queste parti.

Darkness and Hope vive grazie alle prime tre canzoni (l’eponima, Firewalking e il singolone Nocturna), le uniche davvero compiute nel senso che ci si aspettava da loro nel 2001. Il resto è abbastanza variegato, con cose venute bene (How We Became Fire, Heartshaped Abyss) e altre meno, al netto di alcuni spunti interessanti. Da bocciare senza appello c’è solo Ghost Song, una specie di canzoncina in stile HIM che avrebbero potuto risparmiarsi. Una menzione a parte merita però l’ultimo inedito in scaletta, Than the Serpents in my Arms, che dà corpo all’idea di metal caldo e mediterraneo che i Moonspell inseguivano da tempo.

Riascoltato adesso, Darkness and Hope dà l’idea di una grande intuizione incompiuta. All’epoca fu accolto con freddezza, quasi con noncuranza, come se per i Moonspell questo fosse il minimo indispensabile. Non era così, e ce ne saremmo accorti col passare degli anni. Avremmo dovuto capirlo dalla cover di Mr. Crowley posta in chiusura, incredibilmente ben riuscita nonostante il concetto stesso di cover di Ozzy Osbourne fatta dai Moonspell facesse immaginare sfaceli: l’ispirazione c’era ancora. E avremmo avuto a disposizione ancora un album per rendercene conto, perché dopo il declino sarebbe diventato irreparabile. (barg)

2 commenti

  • Tanto avevo venerato i Moonspell fino a Sin/Pecado (che resta un immane capolavoro colpevolmente ignorato dai più), tanto mi aveva fatto ribrezzo il successivo The Butterfly Effect, album sconclusionato pieno di canzoni orrende. Quindi all’uscita del disco in questione me ne tenni a debita distanza, scoraggiato anche da recensioni parecchio freddine. Invece Darkness and Hope è un bel disco, semplice ma con belle canzoni. Avrebbe potutto essere ottimo se non calasse vistosamente nel finale, ma probabilmente è il massimo a cui i Moonspell potevano ambire all’epoca. Trovo che sia un pò l’equivalente di Believe in Nothing dei Paradise Lost: un discreto lavoro che non raggiunge i fasti del passato ma che è comunque superiore a quasi tutto quello che verrà in futuro.

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  • a me deluse molto… mezzo disco resta bellissimo e mezzo comunque decoroso, ma arrivava da un poker di dischi grandiosi (a parte forse butterfly che è invecchiato male). però di meglio non hanno più fatto successivamente, concordo

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