Hermitage, il disco lounge dei MOONSPELL

Dopo averli amati nella prima parte della loro carriera, ho abbandonato bruscamente i Moonspell con l’uscita di Memorial, che mi era subito sembrato un dischettino stupidino fuori contesto che non aveva nulla a che spartire con i Moonspell come li conoscevo io: una tamarrata buona per i festival estivi in Germania, in cui non riuscivo a riconoscere quel gruppo così sfaccettato e intenso che mi aveva accompagnato nella mia adolescenza. La sensazione che si potesse mettere la parola fine su di loro fu poi confermata dalle riregistrazioni di Under the Moonspell e dei demo, operazione losca e bieca proprio negli anni in cui quegli altri fenomeni parastatali dei Dimmu Borgir riregistravano Stormblast e i fantasmi dei Twisted Sister stupravano allo stesso modo Stay Hungry. Così va la vita, del resto: in natura ogni cosa nasce, cresce, declina e invariabilmente muore. I Moonspell per me erano morti.

Non ho più dato alcuna occasione ai portoghesi, nonostante nel frattempo nella mia vita fosse entrato Josè Mourinho da Setubal facendomi battere forte il cuoricino allo stesso modo di quando avevo sedici anni e ascoltavo Midnight Ride in cuffia sognando di lupi ululanti tra castelli diroccati. Ho giusto sentito distrattamente qualcosa qua e là, come Extinct del 2015, disco che avrei considerato un capolavoro insuperabile se fosse uscito nel 2008 e io fossi stato una gothic lolita vestita di pizzi e broccati che passava il sabato pomeriggio con una comitiva di emo a Piazza del Popolo senza mai separarsi dall’ombrello nero con le cuciture viola.

gothiclolita

Il mio disco preferito? Ma senza dubbio Extinct

Sono arrivato così a sentire questo Hermitage per un concorso di circostanze, un po’ perché nessuno voleva recensirlo e un po’ perché in questo periodo non ascolto molte nuove uscite che non siano i gruppi stupramadonne consigliati da Griffar o i gruppi epic metal scovati ogni tanto su BandCamp che registrano immortali inni alla potenza dell’acciaio nelle proprie cantine allagate. Probabilmente non avrei mai voluto ascoltarlo se non fosse stato per Atoma dei Dark Tranquillity, gruppo che io ritenevo finito e bollito e che invece qualche anno fa riuscì appunto a tirare fuori un disco incredibilmente molto carino. Grazie ad Atoma, ora sono più propenso a concedere seconde, terze e quarte occasioni a gruppi generalmente considerati finiti. Insomma alla fine ascolto sto cazzo di Hermitage e devo riconoscere che non fa proprio schifo ai cani. Non è che sia un bel disco, eh, parliamoci chiaro, però non è una merda. Lo si ascolta tranquillamente, dall’inizio alla fine, in qualche sporadico momento quasi quasi riesce pure a prenderti, e arrivato alla conclusione non hai troppi problemi a rimetterlo daccapo per cercare di farti un’opinione.

Moonspell2020album

Perché poi alla fine questo è: non ho un’opinione su questo disco. Saranno due mesi che ho questa recensione bloccata a metà su un foglio Word perennemente davanti a me sullo schermo del PC senza riuscire a finirla. Che scrivo? Come la finisco? Che cosa dico di questo strabiliante album di questi mirabili portoghesi con abbondante peluria toracica? Non saprei proprio. Oggi ho approfittato del fatto che mia moglie è andata a letto presto per farmi 200 grammi di bucatini all’amatriciana, mezza teglia di tiramisù e qualche bel birrone ghiacciato così da stonarmi per bene e riuscire a chiudere finalmente sta cazzo di recensione. Sono vent’anni che recensisco, amici e fratelli, e da vent’anni è l’alcol a darmi l’ispirazione. E in questo momento l’alcol mi ispira a dire che sono veramente stato un gran pizzarrone a tenermi sto macigno sulla testa per due mesi, dato che quello che avrei dovuto dire sin dal principio è che non c’è niente da dire. Hermitage può sembrare qualcosa di particolare o meritevole solo perché non fa schifo ai maiali come altri dischi dei Moonspell prima di questo. Hanno voluto fare un disco pacato e tranquillo, con quest’andamento mellifluo e piacione, un po’ da musica da struscio o da pomicio, una specie di Fausto Papetti del Portogallo, e il risultato è appunto ciò che dicevo prima: in sottofondo non dà fastidio, qualche canzone finisci a canticchiarla addirittura, ma poco altro. Mi è stato detto che qualcuno lo ha paragonato a Sin/Pecado o The Butterfly Effect, ma non è vero niente. Chi afferma ciò non ha mai ascoltato i due album succitati, oppure lo ha fatto sotto effetto di eroina e con due grossi arrosticini di fegato di pecora infilati nelle orecchie. Il riferimento più immediato per questo disco sono i pezzi lenti di Darkness & Hope e The Antidote: lo stile è quello, anche se qui ovviamente non si raggiungono manco per il cazzo le vette di quei dischi splendidi. Se dovessi individuare i pezzi migliori direi le prime due e l’eponima, ma in realtà questo è un disco piuttosto omogeneo, con pochissimi momenti pregevoli e altrettanto pochi momenti brutti. Non so perché sto ancora qui a parlarne e non so quanti dei nostri 24 lettori siano interessati ai Moonspell del 2021. L’importante è che ora questo incubo è finito e potrò finalmente parlare degli IRONFLAME, un gruppo della madonna prossimamente su queste pagine. (barg)

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