Avere vent’anni: YNGWIE MALMSTEEN – Alchemy

Marco Belardi: Ho comprato La Gazzetta dello Sport per molti anni. Facevo un lavoro in cui mi rompevo i coglioni per svariate ore al giorno, con una pausa pranzo che non finiva mai prima di riattaccare a leggere contatori. In realtà non era affatto male come impiego, soltanto che finivo per arricchire gli edicolanti prendendogli letteralmente di tutto: qualche libro, riviste di pesca sportiva e soprattutto quei maledetti quotidiani sportivi. Un giorno notai dei cd appesi proprio di fianco ad alcune pubblicazioni softcore che avevano attratto la mia attenzione con le poppe e le natiche in copertina. Passai rapidamente ai cd messi lì accanto, prima che il negoziante facesse due più due: il primo fra questi era di Malmsteen. Cioè, terminati questi grovigli di carne e divani, di giarrettiere e Tera Patrick che guarda in camera, iniziava Yngwie Malmsteen. Non ebbi alcun dubbio e lo comprai. Lo feci perché era ritornato Mark Boals? Perchè Legion of the Dead era un bel pezzo? Perchè Blitzkrieg e Playing with Fire iniziavano in un modo così insopportabile? Oppure perché il verro svedese confinava con il mondo della pornografia, come a sottintendere un voluttuoso sodalizio? Credo d’averlo fatto perché reperire un disco heavy metal in edicola ebbe per me un valore simbolico, e ogni volta che ripenso a Yngwie Malmsteen, automobili e camicie sfarzose a parte, Marching Out e Magnum Opus a parte, automaticamente ripenso a quando acquistai l’appena discreto Alchemy, con quei suoni di merda e quella batteria curata così male da poterla ritenere voluta, in un’edicola adiacente via Pistoiese all’altezza della bruttissima e cinesissima località di Brozzi.

Cesare Carrozzi: Questo è l’ultimo disco di Yngwie Malmsteen che ha senso ascoltare. Dopo di questo, con l’esclusione di qualcosa da War To End All Wars purtroppo rovinato anche da una produzione indegna, il nulla o quasi. Ci metto dentro anche i dischi con Ripper Owens, che per quanto mi piaccia molto come cantante ho sempre trovato poco a suo agio con la musica di Yngwie ma, soprattutto, assurdamente sprecato nel cantare roba senza capo né coda, trita e ritrita, priva della benché minima ispirazione e, peraltro, prodotta pure malissimo (ma non quanto War To End All Wars: quello non lo batte nessuno, neanche il peggior demo black metal registrato in presa diretta con lo stereo a cassette Sanyo del 1984). Non a caso, dopo Malmsteen, il povero Tim Owens ha combinato poco altro ed è praticamente scomparso dalle scene: la cosa mi spiace molto, perché come ho scritto è un cantante molto bravo; certo è che questo Malmsteen in fase calante ha dato la mazzata finale ad una carriera di cantante che all’inizio prometteva molto bene ma che è poi finita piuttosto male, tra sfiga e, probabilmente, incapacità di prendere le decisioni giuste al momento giusto. Peccato per Ripper, insomma.

Comunque quello che possiamo ascoltare su Alchemy è un Malmsteen tutto sommato ancora gagliardo, che beve e fuma ed è panzone, e che PROPRIO PER QUESTO ancora sa scrivere le canzoni giuste, col tiro giusto. Complici il vecchio sodale Mark Boals alla voce e una formazione di tutto rispetto con, tra l’altro, John Macaluso alla batteria (unico superstite del periodo in cui per un po’ girò il Nord America con tipo tre quarti di Ark al seguito, un supergruppo della Madonna finito prematuro per colpa, chiaramente, dell’ego smisurato dell’allora tricheco neoclassico), Alchemy riesce nell’impresa di riportare alla mente, in certe occasioni, il mai dimenticato Trilogy, in tono minore, ma si tratta in ogni caso di un pregio non da poco, e quindi canzoni come Hangar 18, Area 51, oppure Wield My Sword o Demon Dance riecheggiano quel periodo d’oro di oltre un decennio prima. Certo non mancano i difetti, a cominciare dai pezzi strumentali, che già iniziavano ad essere centrati esclusivamente sulle stesse soluzioni ripetute a oltranza (tendenza purtroppo consolidatasi negli anni successivi), passando per qualche pezzo poco ispirato (tipo Leonardo, che fa dormire dalla prima all’ultima nota), finendo con una produzione poco felice, ma mai quanto quelle che seguiranno, infinitamente peggiori. Ricapitolando: se vi piace Yngwie Malmsteen, Alchemy per voi è l’ultima spiaggia: il resto un oceano di merda. (Cesare Carrozzi)

One comment

  • Tre bei brani in tutto: Leonardo, Playing with Fire e Blues(e forse Blitzkrieg). Il resto è inutile perché non ispirato. Batteria da puro plastic sound.

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