Avere vent’anni: ARK – st

Non è Burn the Sun, ovvero il secondo, e più noto, album di questo supergruppo nato sul finire degli anni Novanta per mano del chitarrista Tore Østby (all’epoca ex-Conception, di recente riformatisi con alla voce il sempre fantastico Roy Khan) assieme a Jorn Lande alla voce, John Macaluso dietro le pelli e Mats Olausson alle tastiere, tutti nomi conosciuti o che lo saranno da lì a qualche anno (e mi riferisco principalmente a Lande, che ancora non era esploso in popolarità come sarà da Burn The Sun in poi), ma è comunque un discone assurdo.

Starete sicuramente pensando che, visti i nomi coinvolti, non sarebbe potuto essere diversamente, ma la realtà è un po’ diversa e anzi la musica è piena di gruppi tirati su alla cazzo di cane con nomi famosi tanto per fare qualche soldo salvo poi rivelarsi, giustamente, fuffa assortita. Per gli Ark la cosa fortunatamente è andata in modo diverso: Østby, chitarrista che purtroppo ha riscosso ben poca fama rispetto a quanto sarebbe stato cosmicamente giusto (è un mondo difficile), allo scioglimento dei Conception voleva comunque continuare il percorso interrotto e si è trovato a dover cercare nuovi sodali. La fortuna è stata che nel giro era, appunto, conosciuto per il lavoro coi Conception, e che c’era questo giovane fenomeno di cantante norvegese molto, molto simile al David Coverdale dei bei tempi, disponibile per provare a combinare qualcosa.

Ed ecco, una volta che uno azzecca il cantante sta già alla metà dell’opera; aggiunto poi John Macaluso (un altro che ha suonato con chiunque o quasi, tecnicamente fantastico e, soprattutto, con molto buon gusto musicalmente parlando. Tra l’altro ebbi modo di vederlo all’opera con il gruppo di Joe Lynn Turner qualche anno fa e mena veramente come un fabbro), ecco pronto un gruppo-chimera assurdo e dalle potenzialità praticamente infinite, che poi è quello che sono stati gli Ark per il tempo che è durata, purtroppo poco.

Ark è un disco bellissimo, ricco di idee, pieno di spunti interessanti, magistralmente suonato e interpretato. Da fughe acustiche alla Al Di Meola, a momenti fusion, a tirate un po’ thrash, questo disco sarebbe potuto essere un increscioso errore inconcludente e invece è coerente e coeso, tutti i pezzi funzionano alla grande e l’unico difetto riscontrabile è una produzione che poteva essere migliore, ma che è un tratto comune a tanti gruppi al debutto. Ah, e che dura troppo poco (ma quello anche Burn the Sun). Non ci sono realmente pezzi migliori di altri, però quelli che personalmente preferisco sono Where The Winds Blow, The Hunchback of Notre Dame e Mother Love. Ma ripeto, è tutto fantastico in realtà. Provare per credere. (Cesare Carrozzi)

 

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