Avere vent’anni: BATHORY – Nordland I

Maurizio Diaz: Alcuni sostengono che Nordland I fosse il primo episodio di quella che avrebbe dovuto essere una serie di quattro dischi incentrati su vichinghi, mitologia nordica, spade e ammazzamenti. Non so mai quanto credere alle voci e neanche a quello che diceva Quorthon stesso, visto che affermava tutto e il contrario di tutto, possibilmente per contraddire l’interlocutore o per mandare affanculo le groupie urlanti che facevano parte o della folta schiera degli amanti dei vichinghi o di quelli che andava bene solo il primo periodo.

Pare che i Bathory fossero ritornati alle sonorità viking solo perché alla fine era quello voleva la gente, e si sa che “piacere a tanta gente è una gabbia seducente”. In tal caso Nordland I sarebbe un disco completamente artefatto, non genuino e fatto per compiacere il pubblico. Probabile, però non riesco a volergli male e lo difenderò sempre a spada tratta in quanto, nonostante alcuni difetti come la produzione scadente e un’ispirazione che non è certamente quella del Quorthon migliore, suona esattamente come vorrei suonasse un disco epico. Sono d’accordo che da Twilight of the Gods in giù è tutta un’altra cosa, ma in fondo il desiderio di Quorthon è sempre stato quello di comporre musica che richiamasse determinate immagini e atmosfere, e io mentre ascolto Great Hall Awaits a Fallen Brother mi esalto sempre come un riccio quando a metà pezzo il riff principale si interrompe bruscamente per fare entrare la melodia di chitarra su cui si inseriscono basso e batteria, quasi a dipingere un mare in tempesta che muta in bonaccia. Mi esalto per Ring of Gold che mi riporta ad atmosfere fiabesche e mitiche, mi esalto su Foreverdark Woods dove si cavalca in mezzo alle tetre foreste muschiose. Certo, avremmo voluto tutti che la storia dei Bathory non si fosse esaurita così presto e che fosse continuata con una parabola ancora più esaltante, ma io tutto sommato non riesco a trattare i due Nordland con sufficienza.

Piero Tola: Dopo i due non brillantissimi Requiem e Octagon, Quorthon aveva in qualche modo bisogno di ristabilire il suo buon nome. Fu così che, siccome la vena epica si era esaurita con l’immortale, inestimabile, immenso, imprescindibile, mostruoso, stupendo Twilight of the Gods, un disco che sta sulla Treccani alla voce “epica”, a metà degli anni Novanta se ne uscì con Blood on Ice, il quale non era un vero e proprio nuovo album, visto che il materiale risaliva più o meno all’epoca di Hammerheart (e si sente). Trionfo e grandissimo album, genuinamente epico e coinvolgente.

Qualche anno dopo, visto che le acque si erano calmate e il mondo aveva quasi dimenticato gli infelici exploit dei due album di cui sopra e del tragico progetto solista che a quel tempo aveva dato luce ad un inspiegabile e ingiustificabile debutto intitolato semplicemente Album e a un successore leggermente migliore, Quorthon si sentì in diritto di uscirsene con quella cacatina di Destroyer of Worlds, forse il suo disco peggiore a nome Bathory, ritrovandosi punto e a capo a dovere ristabilire una credibilità che ovviamente nei più grandi meccanismi della storia del metal non sarebbe mai stata messa in dubbio, ma che in quel momento preciso era importante ristabilire. Ed eccoci appunto a Nordland I (ma il discorso vale anche per Nordland II), ovvero una raccolta di canzoni fatte col pilota automatico con le giuste dosi di ingredienti che piacciono agli estimatori del periodo epic, con qualche pezzo bello o interessante, tipo Broken Sword o Great Hall Awaits a Fallen Brother, ma che in sintesi non è proprio indimenticabile e in cui non si sente né passione né lo sforzo di fare qualcosa di fuori dall’ordinario. Un dischetto carino con qualche buon momento, ma di cui si può fare tranquillamente a meno.

4 commenti

  • Non un capolavoro ma lo riascolto sempre volentieri. il successivo ed ultimo, purtroppo, era invece piuttosto fiacco.

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    • Mi ha tolto le parole di bocca. All’epoca questo mi piacque molto, mentre del successivo non ricordo una sola nota. Mi sono riascoltato le prime tracce durante il pranzo e la title-track continua ancora oggi a fomentarmi.

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    • Concordo: primo ottimo e secondo fiacco…ma la produzione, ragazzi, quanto è oscena?! Mi son sempre chiesto come fosse possibile stuprare un disco in quel modo.

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      • Le produzioni dei Bathory son sempre un pò così, Blood on Ice che suono aveva? Però personalmente, piuttosto del piattume ipercompresso che va per la maggiore anche in ambito estremo preferisco mille volte un sound del genere

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