Avere vent’anni: aprile 2005
NAPALM DEATH – The Code is Red… Long Live the Code
Luca Venturini: Vabbè, cosa vuoi dire ai Napalm Death? Sono una di quelle band che qualsiasi cosa facciano, bella o brutta che sia, mantengono intatto un certo grado di simpatia da parte di chiunque. Altri esempi sono, che so, i Motorhead, i Cannibal Corpse, o gli Ac/Dc. Band talmente nazionalpopolari i cui componenti, più che star, sembrano tuoi vicini di casa, di quelli che salutano tutti e vanno d’accordo con chiunque. Dalla loro i Napalm Death hanno anche l’ammirevole coraggio di voler continuare a cambiare, o almeno provarci. The Code is Red… Long Live the Code, dal canto suo, non avrà l’importanza storica di altri dischi della band di Birmingham, ma è un buonissimo disco, senza troppe menate e rappresentativo di un periodo decisamente ispirato. Ok, magari la solfa più o meno è sempre quella però, oh, lo si ascolta ancora volentieri a distanza di vent’anni, il che non è poco, secondo me. Morale, tra l’altro, è un pezzo fichissimo.
NOCTE OBDUCTA – Nektar. Teil II: Seen, Flüsse, Tagebücher
Griffar: Di fatto Nektar avrebbe dovuto essere un disco doppio, fatto sta che non fu rischiata un’operazione del genere, così l’opera venne divisa in due. Ovviamente la proposta musicale del Teil II non si discosta per nulla dal primo capitolo: in ogni pezzo si può trovare di tutto, specialmente in quelli più lunghi. L’opener Anis viaggia sugli otto minuti e dentro ci sono aggressione black pura, un riff di clean guitar dolcissimo arpeggiato e assai romantico, un buon minuto di death/thrash classico, dissonanze psichedeliche. A sentirne parlare così sembra un casino, ma poi bisogna ascoltarsi il brano ed inginocchiarsi dinanzi alla stupefacente abilità di assemblare il tutto in modo che il risultato finale non solo abbia senso ma colpisca per la sua originalità. Atme chiude il disco così com’era iniziato, con una durata di tredici minuti nei quali c’è talmente tanta bella roba da far restare a bocca aperta. In mezzo, la monumentale Und Pan spielt die Flöte, magnifico progressive black, uno dei loro brani più riusciti, che viene sempre suonato dal vivo nonostante il suo quarto d’ora e più, e che contiene riff da storia della musica metal. Spazio anche per il divertissement Es fließe Blut, tre minuti scarsi di black death furioso come ai cari vecchi tempi di Schwarzmetall, pezzo che di solito i concerti li apre; e anche per la title track dell’intera opera Nektar, atmosferica come poche, maestosa negli arrangiamenti, oscura e arcana, colonna sonora di qualche oscuro rituale nelle tenebre più complete.
ABSURD – Blutgericht
Michele Romani: Blutgericht è il quarto lavoro degli Absurd, dalla fredda e tenebrosa Turingia. È inutile raccontare i famigerati fatti di cronaca legati alla band, visto che chiunque si professi seguace della fiamma nera prima o dopo ne avrà sentito parlare. Sul piano musicale c’è poco da dire: i tedeschi sono da considerarsi a tutti gli effetti gli iniziatori del movimento black metal in Germania, creando una marea di epigoni sia per quanto riguarda i primi due lavori con Hendrik Möbus e Sebastian Scahuseil (più legati alla corrente RAC/NSBM) che per quelli di mezzo, come Totenlieder o questo stesso Blutgericht, i quali mostrano un elemento pagan black nettamente più accentuato. Parliamo quindi di classico stile Absurd primi anni 2000, molto diretto e minimalista, con brani che superano raramente i quattro minuti di durata e tra i quali spiccano perle assolute come Heidenwut e Tontetanzlied aus Flandern, decantati dal solito screaming gracchiante ma dannatamente efficace del fratello di Hendrik. Non c’è molto altro da aggiungere; Blutgericht è una delle cose migliori che gli Absurd abbiano mai fatto, ma di certo non farà cambiare idea a chi non li ha mai sopportati.
ONDSKAPT – Dödens Evangelium
Griffar: Con Dödens Evangelium giungono al secondo episodio sulla lunga distanza gli svedesi Ondskapt, e il loro religious black diventa in questo caso ancora più liturgico rispetto al precedente Draco Sit Mihi Dux, già di suo vicinissimo all’eccellenza più cristallina. Dödens Evangelium è molto simile al debutto principalmente per quanto riguarda l’evoluzione di De Mysteriis Dom Sathanas, portandone i concetti di fondo ancora più nella modernità e connettendosi ancora di più con la fiorente scena del religious black svedese portata avanti da Funeral Mist, Ofermod, Svartsyn ed in minor parte Watain, la cui proposta musicale è strettamente imparentata con quella rivoluzionaria dei Deathspell Omega. Il secondo lavoro degli Ondskapt è più lungo, strutturalmente più complicato e, se se ne possiede l’edizione in doppio vinile, ce se ne accorge fin dal primo ascolto: i primi 5 brani inclusi nel disco lati A-B sono più intricati nonché quelli di durata tendenzialmente più elevata. Djävulens Ande, posta in apertura, è l’episodio più lungo di tutto l’album e tuttavia ne è anche quello più accessibile, più deflagrante, quasi fosse un singolo. In seguito la durata dei brani diminuisce progressivamente, nel secondo vinile (lati C-D) diventano in prevalenza brevi, snelli, sintetici, come se si fosse inteso alleggerire l’architettura dell’intera opera evitando una teorica eccessiva pesantezza. Ostico sì, senza tuttavia accostarsi troppo alla complicazione perseguita come fine ultimo da dischi come Paracletus. Gli Ondskapt fanno di nuovo centro e proseguono con maestria a comporre musica di livello inaccessibile ai più, perforante nel più intimo recondito l’anima dell’ascoltatore.
POWERWOLF – Return in Bloodred
Barg: I Powerwolf hanno circa un milione e trecentomila ascoltatori mensili su Spotify, e da un certo punto di vista se lo meritano pure, quantomeno più di tanti altri. Ma lo stile che li ha resi così famosi è molto distante da ciò che suonavano agli esordi, e ne è testimone proprio Return in Bloodred, il debutto, in cui non c’è traccia dell’attuale power metal bombardone; e del resto all’epoca i Powerwolf erano un progetto a latere dei due Greywolf dei Flowing Tears, i quali peraltro avevano appena pubblicato Razorbliss ed erano al loro apice di notorietà. Qui troviamo una specie di heavy doom tamarro in cui anche Attila Dorn, che cantava in maniera molto diversa e meno urlata, a volte gioca ad imitare Ozzy, tanto che una The Evil Made Me Do It sarebbe potuta uscire pure dai Green Lung. In questo contesto alcune loro caratteristiche assumono rilevanza molto diversa: l’organo, l’impostazione operistica del cantante, l’immaginario da leggende popolari, tutte cose ora proposte in modo fumettoso ma che innestate su un doom metal anni ’70 rendevano il tutto davvero stregonesco, per quanto possano esserlo dei crucchi. L’album soffre di immaturità e a volte sembra non capire dove voler andare a parare, ma nel complesso è molto carino; e soprattutto qui c’è Kiss of the Cobra King che è uno dei loro pezzi più belli da cantare in coro.
MORGUL – All Dead Here
Michele Romani: Non so per quale arcano motivo i Morgul nella loro carriera siano stati tenuti sempre così poco in considerazione, sia nella loro fase di black sinfonico (andatevi a recuperare il loro esordio del ’97 Lost in a Shadow Grey) sia in quella partita da The Horror Grandeur in poi, quando avevano cominciato a comporre in maniera più bombastica e teatrale. Se già agli inizi di quest’ultima fase l’influenza degli ultimi Dimmu Borgir era abbastanza palese, con il presente All Dead Here…la creatura di Jack D. Reaper si spinge ancora oltre, esplorando territori di pura avanguardia che ricordano spesso gli Arcturus periodo La Masquerade Infernale, arrivando alla definizione di horror metal così come lo definisce il suo factotum. Parliamo di un disco in realtà piuttosto indefinibile e che non ha un formato canzone vero e proprio; sembra più, per l’appunto, un’opera teatrale che necessita di molteplici ascolti per essere recepita appieno, anche se spesso si fa un po’ fatica a trovare il bandolo della matassa. Da qui in poi i Morgul faranno sparire le proprie tracce e al momento non so neanche siano ancora attivi, se volete comunque imbattervi in qualcosa di diverso e personale questo loro ultimo lascito potrebbe fare al caso vostro.
ERHABENHEIT- …verhallend mit des Todesboten Kunde
Griffar: Esordio nella discografia “ufficiale” (quindi esclusi i demo) degli Erhabenheit, ennesimo progetto di Taaken di Odal, Gniphålan e molti altri, credo neanche lui sappia quanti di preciso. Uscito originariamente nell’aprile 2005 in formato 7” e contenente quattro brani, la versione che converrebbe recuperare è quella in CD del 2009, nella quale figurano due dei pezzi della versione originale (il primo e l’ultimo, i due strumentali …In Den Eisenwäldern I e II vengono scartati) più i brani degli split con Wolfsschrei e Wolfthorn, altri due capitoli della non lunghissima storia del progetto, oramai sciolto dal 2012. Allora sì che ha senso, perché ci si delizia con più di 40 minuti di raw black metal crudo, acido e distruttivo, con in più quel tocco di angoscianti e mortifere melodie tipiche del prolifico ma sempre capacissimo compositore tedesco. La produzione nitida, basilare e minimalistica aggiunge asprezza e severità alle composizioni, le quali non sono lanciate in prevalenza a velocità elevate; vengono preferite parti possenti e cadenzate piuttosto che attacchi frontali sparatutto. Questa è una peculiarità che ha sempre contraddistinto la carriera degli Erhabenheit, che conta tre full, alcuni split e due EP. Si dovrebbero riuscire a trovare tutti i dischi senza impegnarsi gli organi interni, quindi fateci un pensiero.
DISGORGE – Parallels of Infinite Torture
Luca Venturini: Di gruppi col nome Disgorge, secondo quanto riportato da Metal Archives, ce ne sono, o ce sono stati, 7 al mondo. E chiaramente fanno tutti death o brutal. Solo due di questi, tuttavia, sono arrivati a pubblicare qualche disco. I Disgorge messicani e i Disgorge americani, che qui trattiamo. Parallels of Infinite Torture è il quarto e ultimo disco della band che suona un brutal tecnico comparabile a quello dei Defeated Sanity, per intenderci. Ometto consapevolmente di compararli ai Brodequin perché, pur partendo dalla stessa intenzione di voler portare ancora più in là il genere, questi ultimi si sono fermati un attimo prima, basando la loro musica sui riff e sulla ricerca melodica. I Disgorge invece puntano su aspetti più meramente tecnici, come continui cambi di tempo, ritmiche oltre che veloci anche piuttosto intricate, che sfociano in composizioni complesse e che, alla fine, lasciano esausti. Personalmente non mi rimane mai niente dei loro dischi, seppur ogni tanto un ascolto glielo rido. Però, ecco, non farei mai ripartire un loro disco per un secondo ascolto consecutivo.
HELLVETO – Klątwa
Griffar: Il quinto album dei polacchi Hellveto segue di un anno l’acclamato (da chi già li seguiva, e quindi di musica ne capisce) In Arms of Kurpian Phantom, e penso che Filip aka L.O.N fosse consapevole che quest’ultimo fosse irripetibile. Bisognava cambiare strada, quindi meno influenze Summoning e più soluzioni diversificate. Il risultato è un disco completamente diverso, molto più sinfonico ma anche più pagan: si ascoltino i cori classici oooh-oooh che sottolineano certi riff, ma anche le voci pulite o maestose non dissimili da quanto proposto dai Nokturnal Mortum più o meno contemporaneamente. Il tutto integrato in un riffing più spezzato, più contorto, proprio per l’esigenza di portare nuove idee nella sua musica. E Klątwa, sebbene a mio parere non pareggi il suo predecessore, a tratti è proprio esaltante. Qualche calo c’è, ma penso sia inevitabile che una proposta mirata a creare qualcosa di personale non possa essere sempre e comunque su livelli siderali. Ciononostante, questo è uno di quei dischi che puoi ascoltare mille volte e trovare sempre qualche nuova sfumatura; cosa che ne rappresenta il miglior pregio e contemporaneamente il maggior difetto, perché, se l’ascoltatore non è dotato di curiosità e pazienza, la possibilità che il CD venga messo a prendere polvere è purtroppo concreta. Invece bisogna avere l’indulgenza pacata e serafica di chi è consapevole di trovarsi al cospetto di musica non standardizzata. Ora non si chiama più Hellveto (il nuovo nome è Neoheresy) ma fino a quando il Nostro si è palesato sotto questo vessillo dischi insoddisfacenti non ne ha mai scritti. Complessi, non immediati, intricati e multiformi certamente sì. Scadenti no.
THUNDERSTONE – Tools of Destruction
Barg: Come già detto, i Thunderstone sono uno di quei gruppi meritevoli che purtroppo hanno finito per perdersi nella massa di troppe uscite troppo simili tra loro. Questi incarnavano perfettamente l’archetipo del power metal finlandese, quello uscito fuori a valanga dopo Visions degli Stratovarius. Tools of Destruction è il terzo album, il loro migliore e anche quello in cui dimostrano la compiuta maturità, trovando un buon equilibrio con le componenti hard rock e prog già in Tool of the Devil, sparata in apertura tipo Kiss of Judas nel predetto disco degli Stratovarius; il pezzo migliore poi è il successivo, Without Wings, più classicamente power metal finnico. È comunque tutto bello o quantomeno gradevole, anche solo per il gusto con cui è suonato e per la voce fantastica di Pasi Rantanen, uno dei migliori cantanti mai usciti dalla Finlandia.
FANTOMAS – Suspended Animation
L’Azzeccagarbugli: C’è stato un periodo della mia vita, che i miei amici ricordano con terrore (confermo, ndbarg), in cui ero ossessionato da due figure tanto eclettiche e appassionate quanto squilibrate e bulimiche nella loro produzione artistica: Devin Townsend e Mike Patton. Acquistavo qualunque cosa uscisse a loro nome – ed era tanta – e la propinavo a tutti. Insieme a tanta roba che piaceva – non sempre – solo a me, a latere di tanti progetti “strampalati” c’era qualcosa che “restava” e in questa categoria per me ci sono anche i Fantômas, supergruppo che viene oggi, giustamente, ricordato soprattutto per The Director’s Cut, che reputo tranquillamente uno dei dischi estremi più importanti dell’ultimo quarto di secolo. Il fatto è che per me anche il resto della produzione è estremamente valida, anche il tanto vituperato Delirium Cordia, oggi giustamente rivalutato da molti, figuriamoci Suspended Animation, che riprende le atmosfere dell’omonimo debutto e le inserisce in un folle contesto “cartoonesco”, con tanto di “rumori” propri dei cartoni giapponesi e di quelli di Hanna e Barbera. Trenta brani, uno per ogni giorno del mese di aprile 2005 (il booklet del disco era un minicalendario in formato digipack) in cui Patton, Lombardo, King Buzzo e Trevor Dunn danno libero sfogo alla loro follia. Una follia che, per quanto mi riguarda, è sempre ragionata e, in alcuni brani come 03/04/2005 – Sunday, riesce anche ad inserire elementi cinematografici nello stile del loro secondo album; altrove, invece, piazzano momenti “ambient” nello stile del predecessore. Una straordinaria summa di tutto quello che sono stati i Fantômas (oltre quel capolavoro conclamato): non per tutti, non per tutti i giorni, ma in ogni caso entusiasmanti.
WOODTEMPLE – Hidden in Eternal Shadows
Griffar: Mai particolarmente amati dal grande pubblico – benché a mio parere la loro figura riuscissero a farla senza demeriti manifesti – gli austriaci Woodtemple pubblicano nel 2005 un EP (o mini-album) di due brani molto lunghi, tant’è vero che Hidden in Eternal Shadows dura quasi 28 minuti. Aramath prosegue per la sua strada: black metal, con qualche vaga influenza pagan, cadenzato mai troppo lento e solo raramente più energico, più emozionale che aggressivo. In questo EP le influenze Graveland riscontrabili nei suoi due album precedenti hanno meno rilevanza. Non gli interessa qui il pagan black canonico, le composizioni diventano esperienze animistiche, dove hanno grande rilievo chitarre sia distorte sia pulite intrecciate con indubbio gusto, tastiere non invadenti quasi appena percettibili, basso potente e lineare armonizzato alla perfezione, batteria (suonata da un session) minimale sì ma non proprio burzumiana. La caratteristica più estrema è lo screaming alto, penetrante, quasi raw black metal, quindi persino sopra le righe visto il contesto meditativo. I due pezzi sono molto piacevoli, questo di sicuro; si fa preferire l’omonima che sfiora il quarto d’ora ed è sempre mutevole e coinvolgente, con ottime atmosfere ed armonie che azzerano ogni possibile prolissità nonostante la non indifferente lunghezza. Ma anche Tears of the Forest nei suoi tredici minuti centra l’obiettivo. Allora mi viene il sospetto che i Woodtemple siano fin troppo sottovalutati e che meritino più attenzione, ma questo lo si è già scritto di maree di gruppi in precedenza. Io li ho sempre seguiti (almeno fino a quando hanno fatto uscire dischi, il 2014 quindi), ora tocca a voi.
KYLESA – To Walk a Middle Course
Luca Venturini: Nel 2004, a causa dell’uscita di Leviathan dei Mastodon, fui folgorato dal genere sludge-stoner-eccetera-eccetera, che all’epoca mi era completamente sconosciuto. Di conseguenza mi misi a cercare altre altre band che suonassero quel genere. Nel 2005 mi capitò di ascoltare il nuovo disco dei Kylesa, To Walk a Middle Course, e, nonostante di per sé non fosse eccezionale, conteneva una dose massiccia di personalità e sperimentazione che me lo rese immediatamente interessante. Ovviamente l’ibridazione che salta subito all’orecchio è quella con il punk (genere che peraltro il chitarrista fondatore Phillip Cope bazzicava già con la band precedente), ma c’è molto altro qui dentro, ed è difficilmente definibile in poche righe. Magari ne parleremo meglio con il ventennale del prossimo disco, uscito solo un anno e mezzo dopo, nel quale riusciranno a concretizzare molto meglio le loro idee tirando fuori un lavoro incredibile. Però un ascolto se lo merita anche To Walk a Middle Course: dura 40 minuti e spunti buoni ce ne sono, nonché anche una gran bella canzone come Bottom Line. E comunque come i Kylesa non suona nessun’altro.
BLOODTHIRSTY DEMONS – Let the War Begin
Griffar: Più o meno a metà degli anni Ottanta si era diffusa Oltralpe la convinzione che non ci fossero gruppi italiani in grado di suonare heavy metal decente. In pratica esisteva il preconcetto mondiale che tutto il metal italiano facesse pena e, per poterlo smentire, è stato necessario che grandissimi gruppi pubblicassero grandissimi dischi, anche se in ogni caso si doveva sgobbare il doppio per ottenere i meritati riconoscimenti. Ecco, se Let the War Begin fosse uscito in quel periodo non avrebbe fatto altro che corroborare il preconcetto. Thrash metal elementare, proprio terra-terra, mischiato con un po’ di riff melodici clonati dai Venom e cantato in modo imbarazzante in voce pseudo-screaming non troppo estremo ché se no la mamma si sarebbe arrabbiata. Lei poi già era su di giri per via del moniker, tra i più puerili di ogni tempo. Riff mosci, privi di grinta, di energia, quasi come se fosse stata una demo di pezzi scritti da tredicenni alle prime armi che oltre all’entusiasmo, alla voglia di fare i cattivoni alternativi e all’obiettivo primario di caricare un po’ di figa ai concerti non avessero altro da offrire nemmeno in prospettiva futura. Eppure il disco è già il secondo full della loro fin dagli esordi (2001) cospicua discografia, che ad oggi (oltre a tutto il resto) comprende il ragguardevole numero di dieci album. Mi auguro per loro che siano migliorati perché Let the War Begin non vale un soldo bucato e io poi li ho lasciati perdere, ovviamente. La vita è troppo corta per bere vino cattivo e ascoltare musica inutile.
FREEDOM CALL – The Circle of Life
Barg: Ora io non è che posso scrivere un pezzo lungo per ogni disco dei Freedom Call. Penso siano uno dei gruppi in assoluto più recensiti nella storia di Metal Skunk, tra dischi nuovi, ventennali, concerti e pure la carriera solista di Chris Bay. Ho fatto due report per altrettanti concerti acustici di Chris Bay a Milano, il primo quindici spettatori e il secondo ventisette, contando probabilmente pure il tecnico delle luci. Metal Skunk comunque c’era e ha fatto pure i report. Tutto questo mi ha convinto che non era il caso di scrivere l’ennesimo articolo singolo per dire poi in realtà sempre le stesse cose. Però The Circle of Life se lo sarebbe meritato, perché è uno dei dischi più belli e importanti dei Freedom Call, iniziando a sperimentare certe intuizioni che poi avrebbero modificato parecchio l’impostazione del gruppo. Il disco è in gran parte power metal tetesco allegro e gioioso in doppio pedale come da tradizione, però alcuni passaggi di alcuni pezzi anticipano gli sviluppi successivi. La cosa più importante però è che The Circle of Life è l’ennesima raccolta di pezzoni da viaggio in autostrada con picchi clamorosi come High Enough, Starlight e soprattutto l’omonima in chiusura, di quelle che se non canti il ritornello sei ricchione. Che gli dèi del metallo li conservino sempre con amorevole cura.
MUSTAN KUUN LAPSET – Talvenranta
Michele Romani: Ho sempre considerato i Mustan Kuun Lapset il classico gruppo di seconda fascia all’interno della variegatissima scena black finlandese, genere da cui in realtà la band si è allontanata parecchio proprio con questo Talvenranta, che mi permetto di dire suona quasi più death-gothic metal che propriamente black metal. Se nei primi due album, infatti, il classico suono black ipermelodico alla vecchi Catamenia era un punto di riferimento, qui si comincia a spaziare in un death metal, sempre molto melodico, in cui si inseriscono sovente elementi gothic e folk metal (Lucifer & Rosemary ad esempio mi ricorda un botto i primi Amorphis, mentre Kopros Fagein sembra presa in prestito dagli Ajattara). I brani sono tutti abbastanza brevi e di facile presa, anche se forse manca l’hit che ti si stampi in testa, un po’ il problema di cui aveva parlato il collega Griffar in occasione del full precedente.
HELL MILITIA – Canonisation of the Foul Spirit
Griffar: Molto tempo fa nelle riviste metal cartacee esisteva la rubrica “cercasi musicista”, in cui si cercavano elementi per formare una band o rimpiazzarne uno defezionario. Un’ipotetica inserzione per formare gli Hell Militia avrebbe potuto essere “chitarrista con esperienza cerca elementi per formare una band necro-blackmetal. Influenze Mayhem, Mütiilation, Arkon Infaustus, rock classico da rivisitare. No perditempo”. Fin qui tutto ok, non fosse che il chitarrista in questione è uno storico componente dei Temple of Baal e chi ha risposto all’annuncio prima o dopo ha fatto parte di band consolidate della scena francese: gli stessi Temple of Baal, ma anche Order of Apollyon, Aosoth, Antaeus, Merrimack e una buona decina d’altri di simile calibro. Alle voci c’è Meyna’ch in persona, tanto per darvi un’idea, ma non crediate di trovare alcuna delle caratteristiche delle sue (geniali) composizioni. Tuttavia gli Hell Militia non sono un supergruppo e Canonisation of the Foul Spirit non è un superdisco; una quarantina di minuti di decente black metal, grintoso sì ma anche con qualche ombreggiatura melodica, in più sotterranee ma riconoscibili tracce di death metal stile nordico. Partiture piuttosto semplici si snodano in modo fluente ma non lasciano particolare traccia né suscitano particolare ammirazione, in definitiva il disco scivola via abbastanza innocuamente fino alla conclusione, rappresentata da una cover di Years Ago di Alice Cooper (!). Ma sì, famolo strano… Ovviamente non basta per aumentare l’autorevolezza di questo – assai banalotto – album d’esordio. Per estimatori completisti della scena black francese, per gli altri meglio ascoltarsi i Temple of Baal.

















Che bello the code is red, i Napalm Death li ho conosciuti con quel disco.
Non ho conosciuto col disco di questo ventennale invece i Powerwolf, che avrei incontrato solo molti anni dopo. L’impressione è che i loro primi dischi tendano a nasconderli quasi vergognandosene, e non me ne spiego il motivo: io li trovo ottimi. Addirittura per poter proporla dal vivo Kiss of the Cobra King hanno dovuto risuonarla (e secondo me è meno bella dell’originale). Valli a capire.
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Non che sia l’anno e il mese nello specifico, tuttavia trovo abbastanza discutibile il fatto che non vi siate mai occupati, retrospettivamente, né dei Tad Morose, né dei Morgana Lefay (Meleficium resta un capolavoro). Fino a Modus Vivendi, i primi, tra l’altro, hanno fatto solo dei dischi della madonna. E non ne trovo traccia tra gli “Avere vent’anni”.
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