Speciale NOCTE OBDUCTA, storia e gloria di una magia (seconda parte)

(Qui la prima parte dello speciale)

Dodici mesi esatti dopo Schwarzmetall esce Galgendämmerung – Von Nebel, Blut und Totgeburten, l’ultimo per Grind Syndicate, a mio modestissimo parere il loro più bel disco. Più di Schwarzmetall, del quale riprende l’impostazione, perché qui si sente maggiormente lo stile dei Nocte Obducta, quello proposto nei loro primi due lavori e che poi sarà presente sempre maggiormente a partire da questo album in avanti. Eins mit der Essenz der Nacht è un pezzo da urlo. Ha un riffone dark che fa venire la pelle d’oca. Loro giocano molto sui cambi di tempo improvvisi, il blast beat, la parte tiratissima, lo stacco che non ti aspetti; variano di continuo, le tastiere tornano ad occupare uno spazio importante negli arrangiamenti, il basso torna ad essere uno strumento essenziale ma meno straziato ed invadente rispetto a quanto ascoltato sul disco dell’anno prima.

Tutto il disco è molto più atmosferico, pur restando assai teso e violento. Nebel über den Urnenfeldern è un pezzo che spazia tra riff scolastici power chord, tastiere sognanti, tremolo picking e stacconi thrash, il tutto armonizzato alla perfezione. Ci vuole del cervello per mantenere tutti questi elementi coesi senza generare un mostruoso pastone per maiali. Due dei nove brani sono interludi di sole tastiere e voce, ma non per questo sono considerabili come inutili filler riempitivi messi lì solo per allungare il brodo. Ogni opera dei Nocte Obducta è concepita come un’antologia di brani da gustare per intero. Nessun brano è meno importante degli altri, nessuno è avulso dal contesto, e così Galgendammerung, dalla simil-intro Fruchtige Fäulnis alla lunga conclusiva Wenn nur im Tod noch Frieden liegt – Teil I & II ci delizia per cinquanta minuti con tanta varietà da far pensare ad una rock opera black metal. Forse l’unica che esiste al mondo; di qui la mia impressione che in questo disco trovate quanto di meglio hanno composto.

Nel 2003 cambiano etichetta ed esordiscono per Supreme Chaos Records, attiva da un paio di anni appena. Il primo passo è Stille – Das nagende Schweigen, un EP o mini-album che dir si voglia, che contiene cinque brani e dura 32 minuti. È da qui in poi che inizia in modo più marcato la loro evoluzione verso sonorità sempre meno legate al black metal, preferendo tematiche più progressive, atmosferiche, sinfoniche e cupe. Die Schwäne im Moor è progressive rock psichedelico suonato in versione slow death/black, per esempio. Gran parte della violenza inaspettata che esplodeva improvvisamente in Galgendammerung viene messa da parte. Il disco è piuttosto lento, più complesso, intricato e dissonante. Gran parte delle chitarre ritmiche hanno un’impostazione ai limiti del power thrash più che del metal estremo. Le sonorità scelte in sede di produzione possono sembrare accostabili a certo death metal atmosferico olandese, ma sono molto meno marce ed oscure di quanto ci si potrebbe attendere da un genere comunque estremo come il death. C’è un alone di tristezza e di malinconia che a me ricorda molto un gruppo di nome Threnody, death metal olandese appunto, che scrisse nei primi anni ’90 un eccellente CD intitolato As the Heavens Fall: qualcosa di simile lo ritroviamo qui. Nulla a che vedere con i primi dischi di Anathema, Lacrimosa et similia: con Stille siamo in un altro universo. Un disco di transizione, di passaggio, per dirci che nella loro musica lo spazio per il black si sarebbe sempre più ridotto per lasciare spazio ad altre cose. I pezzi sono comunque notevoli, tutti quanti, nulla da dire. Strani, persino, come molta della musica che comporranno in avvenire.

A cominciare da Nektar – Teil 1: Zwölf Monde, eine Hand voll Träume, in cui, a parte la sua malinconicissima intro Einleitung: Zwölf Monde, ognuno dei quattro lunghissimi brani è ispirato alle quattro stagioni. Si spazia da rallentamenti ai limiti del doom a parti più cadenzate, e le influenze progressive rock prendono sempre maggior spazio in sede di composizione dei pezzi; il black è in sottofondo, latente; ci sono numerosissimi cambi di tempo, di atmosfere, e decine di riff diversi all’interno di ogni canzone, ognuna delle quali è una piccola suite che può contenere qualunque cosa: dal blast beat in due quarti al passaggio di sola tastiera, melodie di chitarra, arpeggi, sezioni acustiche… sostanzialmente non c’è limite. Il bello di tutto questo è che, a riascoltarlo oggi, anche dopo averlo accantonato per qualche tempo, Nektar non stanca mai, non annoia mai, come se lo stessi scoprendo per la prima volta o non avessi mai smesso di metterlo nello stereo una volta al giorno. Dischi che reggono il passare del tempo, che fanno venire i brividi come la prima volta nonostante siano passati già 16 anni. Il pezzo più bello probabilmente è Frühling: Des Schwarzen Flieders Wiegenlied, quello dedicato alla primavera, il più lungo: si sfiorano i sedici minuti tra parti velocissime, momenti thrash cari alla tradizione teutonica, gran controtempi, stacchi improvvisi e contorti che danno al tutto un feeling molto notturno. E tanta, tanta melodia. Quando rallentano ed aprono in melodia pura fanno spavento, non mi viene in mente nessuno al loro livello.

Dell’anno successivo è Nektar – Teil 2: Seen, Flüsse, Tagebücheril secondo capitolo della vicenda. Di fatto Nektaravrebbe dovuto essere un disco doppio, solo che si sa come funzionano queste cose: il prezzo al pubblico per un disco doppio viene giudicato troppo alto e questo rallenterebbe le vendite perché in pochi sopportano una spesa di 26/27 euro per un CD, seppur costituito da due dischi per circa due ore di musica inedita. A meno che non ti chiami Guns‘n Roses sei fottuto, persino gli Helloween di Keeper of the Seven Keys dovettero dividere il disco in due parti per abbassare il prezzo di vendita. Il bello è che se poi ti compri i due dischi separatamente finisci per spendere di più, misteri dell’industria discografica (e di chi compra i dischi, pure). Fatto sta che non fu rischiata un’operazione del genere, così l’opera venne divisa in due. Ovviamente la proposta musicale non si discosta per nulla dal primo capitolo: in ogni pezzo si può trovare di tutto, specialmente in quelli più lunghi. L’opener Anis (Desîhras Tagebuch – Kapitel I) viaggia sugli otto minuti e mezzo e dentro ci sono aggressione black pura, un riff di clean guitar dolcissimo arpeggiato e assai romantico, un buon minuto di death/thrash classico, dissonanze psichedeliche. A sentirne parlare così sembra un casino, ma poi bisogna ascoltarsi il brano ed inginocchiarsi dinanzi alla stupefacente abilità di assemblare il tutto in modo che il risultato finale non solo abbia senso ma colpisca per la sua originalità. Atme chiude il disco così com’era iniziato, solo che la durata oltrepassa i tredici minuti nei quali c’è talmente tanta bella roba da far restare a bocca aperta. In mezzo, la monumentale Und Pan spielt die Flöte (Desîhras Tagebuch – Kapitel II), magnifico progressive black, uno dei loro brani più riusciti, che viene sempre suonato dal vivo nonostante il suo quarto d’ora e più, e che contiene riff da storia della musica metal. Spazio anche per il divertissement Es fließe Blut, tre minuti scarsi di black/death furioso come ai cari vecchi tempi di Schwarzmetall, pezzo che di solito i concerti li apre; e anche per la title-track dell’intera opera Nektar, atmosferica come poche, maestosa negli arrangiamenti, oscura ed arcana, colonna sonora di qualche oscuro rituale nelle tenebre più complete.

Sempre nel 2005 esce un EP in edizione limitata e numerata di 1500 copie, roba da collezionisti. È uno slim-case CD dal titolo Aschefrühling e contiene il pezzo omonimo (in origine apparso nella versione in vinile del mini-album Stille come bonus track), soffice ed atmosferico ed in cui il gruppo si cimenta persino con il fingerpicking, e un pezzo dello stesso disco remixato, arrangiato in modo diverso con chitarre molto più effettate con riverbero e delay e il basso messo molto più in evidenza. Nulla di imperdibile, roba da collezionisti appunto, anche perché non contiene inediti. Ha una certa rilevanza storica perché avrebbe dovuto essere il canto del cigno della band, che non si sa bene per quale motivo decise di ritirarsi prematuramente dalla scena nei primi mesi del 2006. Nocte Obducta fu messo in ghiaccio per i successivi cinque anni, durante i quali i ragazzi si dedicarono ad altri progetti senza peraltro far mai uscire nulla che potesse risalire a loro.

L’unico segno di vita fu la pubblicazione di Sequenzen einer Wanderung, unico disco senza sottotitolo, contenente due brani lunghissimi, oltre i venti minuti. Teil I va oltre i ventitré. Probabilmente registrati in epoche precedenti, sono entrambi un tributo al progressive-space-psychedelic rock che molto li ha influenzati e tuttora continua a farlo, specialmente per quanto riguarda le tastiere, arcane ed eteree, che qui assumono un ruolo primario ed hanno sonorità molto prog anni ’70. Particolari le parti recitate/parlate, non ci sono veri e propri testi ed in questo ricordano abbastanza il post rock di Mogwai o Godspeed You! Black Emperor. Siamo piuttosto distanti dalla musica che Nocte Obducta ha abituato i propri fan ad aspettarsi. Il disco è comunque interessante, perché la classe non è acqua e la banalità qui non è proprio di casa. Già di suo il prog è un genere complesso ed intricato, se poi viene reinterpretato da gente che ha una mentalità da rock duro è chiaro che ci si trova di fronte a qualcosa di inusuale e fuorviante. (Griffar)

3 commenti

  • Io che ho tutta la loro discografia sino ad oggi, li ho scoperti per assurdo nel 2001 grazie agli AGATHODAIMON visto ne condividevano un paio di membri. Concordo appieno che GALGENDAMMERUNG sia l’album in assoluto più bello della prima era (a seguire “taverne” e “lethe” mentre medaglia di bronzo per “schwarzmetall”). Della loro seconda parte di carriera oltre i due splendidi “NEKTAR” e “sequenzen…” il resto è via via sempre meno interessante. “Umbriel” convince solo a sprazzi, “mogontiacum e “totholz” sbrodolano troppo, ampollosi e dispersivi.

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  • Con l’ultimissimo “Irrlicht” si risollevano abbastanza bene, tornano a quagliare meglio il tutto, e più che un passo avanti ne escono due indietro ma fatti bene (ci sono rimandi ad atmosfere passate) che invoglia ad esser riascoltato.

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  • Ciao Markz, grazie per il commento. Devo dire che su N.O. io non riesco ad essere imparziale, li adoro da sempre e dei dischi che tu non apprezzi più di tanto ne parlo nella terza puntata… Tra poco mando alla redazione la rece per Irrlicht, sono un po’ indietro ma ho avuto qualche casino.
    A mio parere anche gli album più recenti sono dei gioielli. Sai cosa? Sono più complessi, più intricati. Aver finalmente stabilizzato la line-up e quindi aver trovato il modo di esprimere tutte le innumerevoli idee che gli vengono in testa in fase compositiva ha fatto sì che gli album suonino meno immediati del solito, ci vuole un po’ più di tempo a “farli tuoi”. Sinceramente non penso che questo sia un difetto…anzi. Pensa a quanti dischi escono che al primo ascolto ti sembrano delle figate pazzesche, poi dopo tre settimane è già uscito altro e gli altri li dimentichi. Ecco, secondo me non è questo il caso… Ci vuole tempo, anche molto. I Nocte del terzo periodo sono molto borderline tra il prog psichedelico ed il metal duro, due generi che hanno bisogno di attenzione per essere apprezzati come meritano.
    Un saluto!
    G.

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