Speciale NOCTE OBDUCTA, storia e gloria di una magia (prima parte)

Dopo tre anni di attesa sta finalmente per uscire il nuovo full-lenght dei Nocte Obducta, storica band tedesca di impostazione black metal che raggiunge il ragguardevole traguardo del dodicesimo album (più due EP). Certo non pochi, eh?

Vedo già tutti i lettori che non hanno dimestichezza o non sono particolarmente interessati al black che stanno già pensando di passare avanti e leggere qualche altro articolo, ma abbiate un po’ di pazienza, perché questo pezzo è dedicato principalmente a voi. Infatti i Nocte Obducta sono una band unica nel proprio genere: nonostante l’impostazione black metal, hanno sempre incorporato influenze e tematiche molto diverse, reinterpretandole secondo il proprio stile unico, al punto da meritare la ben più che appropriata e meritata definizione di progressive black metal, “genere” del quale rappresentano l’esempio più eminente e inuguagliabile. Non so nemmeno se ciò basti a rendere l’idea della grandezza di questa band.

Di fatto la mente alla base di tutto il progetto è Marcel. Va. Traumschander, chitarrista, tastierista, secondo vocalist, compositore ed arrangiatore di praticamente tutti quei pezzi che negli anni ci hanno regalato emozioni di ogni fatta. La band esiste dal lontano 1995, ha fatto uscire un’unica demo dopo ben tre anni e ha debuttato l’anno successivo, cioè nel 1999. Certo che sono ben cambiati i tempi, se pensiamo che oggi ci sono one-man band che dopo tre mesi dalla formazione hanno già fuori un full e un paio di split…

Il nostro Marcel ha bisogno di molti elementi per suonare le sue composizioni, tant’è che la line-up dei Nocte Obducta è sempre stata formata da cinque o sei membri, cosa che ha portato innumerevoli casini dovuti a una perenne instabilità della formazione; nei primi anni sono stati cambiati sei bassisti, per esempio. Però c’è sempre stato l’obiettivo di dare una forma stabile al gruppo, in modo da evitare di avere a che fare con meri musicisti volanti, session men o quant’altro, e questo rende strano che un gruppo con una carriera così lunga ed un assortimento così vasto di grandi canzoni non abbia mai pubblicato un live album. Eppure dal vivo ci hanno suonato eccome. Ma penso che Marcel preferisca che la sua musica venga ascoltata su disco, dal momento che molto di quanto suonano i Nocte Obducta è tutt’altro che di facile presa, giacché una buona parte dei loro pezzi migliori è composta da suite lunghissime che sforano abbondantemente i dieci minuti, fino ad arrivare ai ventitré, come vedremo più avanti.

La caratteristica che li ha sempre tenuti più in contatto con il mondo black metal sono le parti cantate, generalmente impostate sullo screaming: non eccessivamente acuto, salvo rare eccezioni, ma sempre di screaming si tratta; ciononostante, l’arrangiare spesso la voce anche in modalità clean li ha sempre fatti optare per l’utilizzo di un doppio cantante, in modo tale che il loro repertorio, che già adesso consta di una novantina di canzoni, risulti del tutto avulso dalla monotonia, il che è indispensabile visto il genere che suonano. Negli anni hanno creato uno stile personale, facilmente riconoscibile (ci si accorge subito che il pezzo che sta “girando” è dei Nocte Obducta), con una grandissima diversificazione compositiva: tutte le canzoni sono interessanti e coinvolgenti, mai banali, ripetitive o scontate. Merito loro, per l’aver saputo innestare su basi black metal influenze tra le più svariate: troveremo sparsi qua è là sentori thrash metal, death metal, dark melodico, dark metal, fino al progressive rock psichedelico: io scommetto che nella collezione di dischi dello spilungone tedesco ci troviamo chicche come High Tide, Hawkwind, Porcupine Tree, Ozric Tentacles (NON i Pink Floyd come si è letto da qualche parte in passato, troppo orientati al pop. Marcel è un rocker, uno che ha bisogno di chitarre distorte che picchiano duro). In questo tipo di progressive troviamo caratteristiche che molto spesso emergono nelle loro composizioni più spaziali, atmosferiche, stralunate e dilatate nel tempo, così come negli arrangiamenti.

Sono queste influenze che gli hanno insegnato a infilare nello stesso brano qualunque cosa gli passasse per la mente, senza farsi troppi problemi se fosse adatto o meno al contesto black metal. Quindi non sto dicendo che troveremo passaggi intricati e tecnici o tempi dispari jazzati perché a tratti suonano progressive, quello no; le scelte dei suoni, di certi tipi di passaggi e di stacchi, di atmosfere ne sono però di diretta derivazione, e dalla loro fonte d’ispirazione il ragazzo ha trovato l’aiuto necessario alla creazione di un suono personale che in ambito black metal risulta essere originale, diverso dai soliti cliché. E tutto questo gli ha permesso di durare così a lungo e di non sbagliare mai un disco in una carriera oramai ultraventennale.

Due caratteristiche fondamentali dei Nocte Obducta sono il cantato in tedesco e l’accoppiata titolo/sottotitolo ad ogni uscita, con la sola eccezione di Sequenzer einer Wanderung, il loro disco più strano… ma ci arrivo dopo. Intanto è giunto il momento di presentarvi uno per uno i figliocci di Marcel. Vi ho già anticipato che sono numerosi, cercherò di essere il più sintetico possibile per non annoiarvi, ma in ogni disco di carne al fuoco ce n’è veramente tanta.

Il debutto è del 1999, s’intitola Lethe – Gottverreckte Finsternis ed esce per l’allora neonata Grind Syndicate Media, sottoetichetta della Nuclear Blast intenta a promuovere nuove leve della scena death/black prevalentemente tedesca. Teoricamente avrebbe nove brani, ma Lethe teil I e Lethe teil II sono brevi composizioni suonate al pianoforte che fungono da intro ed outro al lungo brano che in pratica dà il titolo al disco, Honig der Finsternis / Phiala Vini Blasphemiae, dilatandone la già non indifferente durata di dieci minuti e mezzo a ben oltre i 16. Questa, la opener molto aggressiva Im Bizarren Theater e la conclusiva strumentale di quattordici minuti N.D., che arriva dopo dodici minuti di silenzio alla fine del disco, sono i brani più rappresentativi di un’opera di elevatissima qualità, per essere un debutto di una band ai più sconosciuta in quei tempi lontani. I suoni sono perfetti, la produzione è bilanciatissima, ogni strumento ha il suo spazio e la sua rilevanza. Avere alle spalle una sottoetichetta della Nuclear Blast a qualcosa è servito, perché negli anni ogni uscita sarà perfetta per produzione e registrazione.

Già si può notare l’impronta che Marcel vuole dare al suo gruppo: metal estremo, aggressivo e potente che si muove tra death, black duro e puro, symphonic, black atmosferico, parti dark, ombre progressive… c’è di tutto. E proprio perché c’è di tutto il disco scorre via facile, interessante, teso fino all’ultimo nonostante la durata sfiori l’ora. Non ci sono pezzi sotto la media, il livello è proprio alto. Potreste ascoltarvelo un milione di volte e scorgere sfumature sempre nuove, apprezzare passaggi di chitarre non distorte con molto effetto delay, arrangiamenti di tastiera in sottofondo che cambiano l’andamento del pezzo prima di una sfuriata in blast. In questo disco e nel successivo prevalgono sonorità di chitarra ritmica più facili da trovare in contesti death metal, più che il tremolo-picking monocorda usuale per il black, ma ripeto: c’è di tutto e lo hanno amalgamato alla perfezione.

Nel marzo 2000, ancora per Grind Syndicate Media, esce il successivo Taverne – In Schatten schäbiger Spelunken, un po’ più corto – sui 42 minuti – e contenente sei pezzi. Di nuovo i suoni sono piuttosto virati sul death metal, ma ci sono talmente tanti cambi d’atmosfera all’interno dello stesso pezzo che trovarne una definizione precisa è definitivamente  impossibile. L’opener Hexer (Verflucht) è veloce ed aggressivo black/death, solo che in mezzo troviamo parti meditate di tastiera, rallentamenti dark metal con riff melodici e crepuscolari, accordi aperti di chitarra acustica… un ibrido del genere come lo definisci? E siamo solo al secondo disco di una band che si poggia sul talento straordinario e sull’immensa creatività di un ragazzo che semplicemente non si è posto limiti. Capito perché penso che siano proprio i detrattori del black a dover sopportare questa mappazza ancora per un po’? Se esiste un gruppo in grado di farvi ricredere sulla qualità della musica che generalmente si può trovare in un disco black metal questo è Nocte Obducta. Ascoltatevi la strumentale Die Ratten im Gemäuer (il titolo è del grande Edgar Allan Poe, versione in tedesco), ascoltate cosa riescono ad infilare in quattro minuti e mezzo, quanto terrore evocano. E poi la lunga suite November, tredici minuti di malinconia, alberi spogliati dal freddo, cieli plumbei… uno dei loro pezzi più progressive come impostazione, con accluso pure un delicato flauto traverso che aggiunge classe ad un brano che solo un gruppo come Nocte Obducta poteva far apprezzare ai blacksters. Ci sono talmente tanti tricks negli arrangiamenti e nelle composizioni di Taverne che è impossibile annoiarsi, anche dopo un milione di ascolti: si scopre sempre qualcosa di nuovo. Complicatissimo consigliare un brano piuttosto che un altro, ci troviamo su livelli talmente alti che a me sembra di fare uno sgarbo a citare un pezzo a scapito di un altro; e non succede spesso. Sono passati vent’anni e Taverne a me fa ancora venire i brividi come la prima volta che l’ho ascoltato. Nel disco c’è anche il loro brano più breve di sempre, la titletrack, un minuto e 13 secondi di puro fast black alla V.O.N. Ecletticità pura, che grandi!

Ancora a distanza di un anno esatto esce il terzo album Schwarzmetall (Ein Primitives Zwischenspiel). Schwarzmetall, metallo nero, black metal. È il disco che li catapulta nella notorietà. Paradossalmente, il disco che gli fa da testa di ponte per conquistare il grande pubblico è il più rozzo, grezzo, potente, veloce ed incazzato, vicinissimo ai maestri nordici di dieci anni prima con dei suoni più bombastici ed un basso distorto a livelli siderali che prende allo stomaco ed anche a calci nelle palle già che ci siamo. L’opener Fick die Muse è da consegnare alla storia, un pezzo che fa pogare persino i cazzimosci che vanno ai concerti solo per tenere in alto gli iPhone e far poi vedere quanto sono fichette le loro fotografie quando le postano sui social.

Un massacro. Un riff semplice semplice che ti entra in testa per non uscirne mai più. Se mi incontrate per strada e mi chiedete di improvvisarvelo a cappella, niente di più facile. Die Walder? Stile DarkThrone al suo meglio.

Molto meno arrangiato, molto più vecchio stile di tutto il resto della loro discografia, Schwarzmetall rappresenta un episodio pressoché unico, un tributo alle radici del black metal che, volere volare, sono il primo motore dell’esistenza della band. Occhio che però non si tratta di una clonata megagalattica di Transilvanian Hunger perché, a fianco di brani brevi e diretti, assai violenti per il loro standard, troviamo comunque suite di impostazione molto più melodica: Unglücklich, wer die Wahrheit Erkannt e Gemälde Derer, die Schieden sono entrambe oltre i dieci minuti e pertanto decisamente più elaborate. Rispetto al passato c’è meno progressive, meno tastiere e meno sonorità riconducibili al death metal. Schwarzmetall è più brutale, sfiora l’ora di durata e quasi si sente Marcel ridere di brutto dicendo qualcosa tipo: “Volevate sentire se siamo capaci di suonare raw black metal? Questo è quanto!”. Fantastico. Dopo Schwarzmetall i Nocte Obducta si ritagliarono uno spazio importante nella stima di chi ascolta metallo pesante, ed anche i due dischi precedenti, finora piuttosto sottovalutati, impennarono nella popolarità. Per quanto mi riguarda è un disco storico. Nel puro black metal raramente è stato fatto di meglio. (Griffar)

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