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GATTINI CONTRO L’ISIS: Freedom Call // Dragonhammer @ Jailbreak, Roma, 20.11.2015

23 novembre 2015

Non vorrei ripetermi, ma la vita è davvero una merda. Non solo viviamo sprofondati in questa buia valle di lacrime, costretti a viaggiare un’ora su scatole di sardine semoventi per andare al lavoro e guadagnarci così i biglietti della metro per andare al lavoro anche il giorno successivo, ma adesso ci sono anche i terroristi islamici che ci vogliono far saltare per aria. Magari nelle città più piccole è un altro discorso, ma qui a Roma, a una settimana dal Bataclan, la situazione è quasi surreale. Le metropolitane sono mezze vuote, per strada si vede meno della metà della gente che si vedeva prima, c’è l’esercito schierato dappertutto con fucili mitragliatori più alti di Bruce Dickinson e in generale l’atmosfera tesa si taglia col coltello. Quando esco di venerdì sera per andare a vedere i Freedom Call non c’è nessuno in giro. Non ho mai visto Roma così. La stazione Tiburtina è deserta alle dieci di sera, non ci sono neanche gli zingari; in metro neanche c’è nessuno, e non c’è nessuno neanche alla stazione di Ponte Mammolo, solitamente un bivacco di microcriminalità, disagio umano e spaccio di droghe pesanti che neanche l’appartamento di Genny Savastano alle Vele di Scampia, roba che se Sergio Leone fosse ancora vivo andrebbe lì a reclutare facce truci. Ci sono però una dozzina (!) di poliziotti, militari e guardie giurate armate fino ai denti che squadrano da capo a piedi le rare persone che passano. Per arrivare al Jailbreak a piedi da Ponte Mammolo devo fare un pericolosissimo attraversamento abusivo di una rampa stradale preceduto da un percorso buio e nascosto tra frasche e degrado che in qualsiasi altro momento avrei evitato come la peste, facendomi un chilometro di deviazione pur di evitarlo. E invece non c’è nessuno. Mentre passo sotto a un ponticello buio e squallido penso che se uno dovesse gridare AIUTO in questa circostanza arriverebbero in dieci secondi le teste di cuoio nel furgoncino dell’A-Team armati di lanciagranate e bazooka accompagnati dal discendente della Sacra Scuola di Hokuto in groppa a Re Nero, tutti assetatissimi di sangue. Quindi suppongo che d’accordo, potrei venire falciato da una raffica di mitra, ma quantomeno non accoltellato per dieci euro dal cuginetto di Ibrahimovic, che oggi penso abbia capito che non è aria.

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Tutto questo per dirvi che la sola idea di vedere i Freedom Call mi aveva messo in uno stato di spensieratezza tale da astrarmi completamente da questa realtà che certe volte quando ti svegli la mattina e ti devi alzare ti chiedi ma perché?. E invece io avevo il sorriso stampato in faccia pure al lavoro e canticchiavo le trombette di Tears of Babylon mentre ricevevo uno dopo l’altro i messaggi di scuse degli amici BIDONARI che come al solito per i concerti power metal spariscono tutti. Rischiava di non venire neanche Luca Arioli, però per cause di forza maggiore, e quindi a un certo punto ero sicuro di vedere il concerto da solo. Ma io figurati, ci sarei andato pure a piedi: in questa situazione, peraltro di venerdì alla fine della settimana lavorativa, un concerto dei Freedom Call sembra la classica cosa che arriva al momento migliore, tipo una lattina di birra del discount che casca dal cielo mentre cammini da tre giorni nel deserto. Alla fine però Luca è venuto, mantenendo viva una tradizione dei concerti power metal romani che vede noi due là sotto a lanciare i cori. Lui è amico dei Prowlers, il primo dei quattro gruppi in scaletta, quindi arriva prestissimo; io non ce la faccio, perdendomi anche gli Ivory Moon, e quando completo la suddetta traversata della morte su via Tiburtina sento che stanno iniziando i Dragonhammer, di cui non posso però dire molto perché distratto dalla commovente reunion con l’Arioli. È intervenuto anche Fabio Lione nelle cover finali, Lisbon degli Angra ed Emerald Sword dei Rhapsody. Non li avevo mai sentiti, i Dragonhammer, ma mi sono sembrati piuttosto carini; approfondiremo.

Come avevo detto nella recensione di Beyond, molte canzoni dei Freedom Call riescono a farsi apprezzare davvero solo dal vivo, e così anche oggi gli estratti dell’ultimo album danno un’impressione molto migliore; tipo il singolo Union of the Strong, di quelle che ti si stampa il ritornello in testa dopo venti secondi di ascolto. Non c’è molta gente, saremo 250 persone; ma credo che molti siano rimasti a casa per i suddetti timori. Anche qui ogni tanto vedo che la gente gira la testa verso l’entrata se c’è un rumore forte, eccetera. Però niente da fare, neanche i terroristi possono piegare la felicità indotta dai Freedom Call. Quasi due ore di concerto, tutti col sorriso stampato in faccia a zumpare qua e là, tra trombette e freddure di Chris Bay, e non siamo più nella morente Europa del 2015, tra minacce di guerre nucleari e attentati ai concerti stoner: siamo in un’epoca imprecisata, in cui le nuvole sono fatte di pan di zucchero rosa e ogni preoccupazione scompare grazie all’unione di noi gay metallers zumpettoni guidati da Chris Bay, che ci indica la via verso la luce, la gloria e la più vicina trattoria strapaesana. Fuori c’è la desolazione, sul cellulare ci arrivano i messaggini allarmati di vicini e parenti rimasti al Sud che mettono ansia, è arrivato pure il freddo e il Jailbreak è mezzo vuoto; ma passa tutto in cavalleria mentre cantiamo a squarciagola le varie Warriors, Farewell, Power & Glory, Metal Invasion, oltre a quel capolavoro di catarsi e cuore traboccante gioia di The Quest, perché quei momenti in cui canti Will my quest last forever out there in the world sono momenti bellissimi e nulla di brutto ti può accadere, e se morissi in quell’istante moriresti felice. E penso che se proprio arrivassero adesso, i cammellari tagliagole, magari si convertirebbero pure loro al verbo dell’happy metal tetesco, fosse anche solo per poter mangiare uno stinco di maiale senza che l’imam s’incazzi. Tanto diciamocelo chiaramente, amici integralisti islamici: le millemila vergini tettone del paradiso non esistono. Siamo tutti sullo stesso piano di SFIGA, noi e voi: voi a farvi saltare in aria per cercare di scopare; noi al concerto dei Freedom Call, una delle situazioni anticoncezionali per eccellenza. Quantomeno noi abbiamo accettato la cosa, voi siete tipo quei tamarri che per cercare di abbordare una creatura respirante il sabato sera si rovinano tutta la restante settimana davanti allo specchio o in palestra o all’estetista.

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Ma se arrivassero davvero, i mangiamerda in nero, cercherei di comunicargli il concetto che, se è vero che ogni volta che parli male dei Freedom Call muore un gattino, allora immaginate che deve succedere se irrompi in un loro concerto e spari sulla folla. Penso che tutti i gattini del mondo si trasformerebbero all’istante in Gremlins fracassoni e violenti, che se c’è qualcosa che è contrario all’insegnamento di Allah è proprio il deprecabile atteggiamento dei Gremlins, che fumano, bevono, ruttano e ascoltano il thrash metal sul giradischi. Di colpo i nemici del Profeta si moltiplicherebbero, e infiltrerebbero anche lo stesso Stato Islamico: pensateci: per ogni gattino che le vostre pudiche donne velate accudiscono nelle loro stamberghe di fango, ci sarà un Gremlin che cercherà di alzare loro la gonna e terrà sempre i Destruction sparati a manetta sul grammofono di casa. Non volete bene ai vostri piccoli pucciosi batuffolosi gattini, cari terroristi? Non credo vogliate correre il rischio di vederli trasformati in orribili nemici della Fede che cercano di stuprare le vostre donne con una stecca di sigarette di contrabbando. E allora lasciate stare i Freedom Call, egregi semiti del deserto, altrimenti non sarà più solo dell’Orso russo e del Leone siriano che dovrete aver paura, ma di ogni piccolo gattino del mondo, che si rivolterà contro di voi fin dentro il vostro Stato, nel quale le preghiere dei minareti lasceranno il posto al fragore degli Overkill.

Insomma, quando il concerto finisce sono tutti dispiaciuti (anche perché non hanno suonato United Alliance, We Are One, Out of the Ruins, Tears Falling eccetera eccetera eccetera), ma – sarà una mia impressione – c’è anche un momento di generale sollievo con la gente che, con molta calma e disinvoltura, guadagna fischiettando l’uscita per poter tornarsene a casa propria e presumibilmente non uscire per tutto il fine settimana (dico presumibilmente perché durante il fine settimana Roma era davvero deserta). Io e Luca Arioli invece rimaniamo un po’ lì a parlare della vita e dei riff da trattoria, e becchiamo anche Chris Bay in mutande nel camerino; avremmo voluto farci una foto, ma quello stava in mutande e quindi non era il caso. Ci tenevamo particolarmente perché non abbiamo una foto con Chris Bay, che sarebbe proprio l’ideale da tenere sulla scrivania e guardare nei momenti di depressione, per ricordarci che fortunatamente noi abbiamo il metallo e i Freedom Call.

6 commenti leave one →
  1. 23 novembre 2015 18:04

    porca mignotta che rosicata. ho scoperto Sabato del concerto di Venerdì. sono imperdonabile e la tristezza non mi abbandonerà mai.
    ma una birra ai Vektor ce la facciamo sì?

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  2. Cure_Eclipse permalink
    24 novembre 2015 17:48

    Io sono qui solo per fare un applauso al tag che cita l’intro di “Cattiva Reputaziò”.

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