Zuckerberg e la porcellana che esplode: un bel gennaio di merda

L’idea che mi sono fatto sul 2021 discografico è che usciranno tanti, tanti dischi. Punto, in tal senso, moltissimo sugli Angel Dust e sui Witherfall, e quantomeno sul conoscere la data d’uscita del nuovo Carcass, che poi potranno rimandare a loro piacimento facendone un personalissimo album di ritorno dei non-Guns’n’Roses. La cosa certa è che ogni calamità porta con sé un 1-2% di effetti positivi, come la ricostruzione postbellica o lo sviluppo di cose di cui pare non fregare più niente a nessuno tipo arte, cultura e appunto musica. Lì ritengo che i musicisti abbiano varie opzioni: tenere in pausa tutto e all’opportunità fare altro, mollare, oppure concentrarsi sugli album sfruttando il tempo a disposizione non occupato dall’attività concertistica. M’aspetto dunque tanto dagli album heavy metal del 2021, ma l’inizio è stato un po’ così.

Il gennaio scorso, di questi tempi, già avevo accolto Delirium degli Hazzerd e m’accingevo ad ascoltare il ritorno, annunciatissimo ma non altrettanto cacato all’unisono, degli Psychotic Waltz. Due dei tre dischi del podio finale del 2020, per quel che mi riguarda.

Ho subito constatato come il menù di gennaio si basasse su dei pochi ma buoni, oltre a qualche incognita e una settimana finale (solo) potenzialmente da urlo. In mezzo a tutto questo, ad aggravare la mia situazione con la musica ci si è messa la porcellana, ci si è messo Amazon, ci si sono messi i dubbi e sconcertanti gusti dei suoi miliardi di consumatori.

Partiamo di buon grado. A fianco del gravoso compito di recensire le Nervosa a line-up riassemblata mi sono goduto il disco dei Frozen Soul e non altrettanto quello degli Asphyx, un canovaccio che mi sarebbe andato bene vent’anni fa e oltre, ma non oggi, riproposto con indosso quella patina e quella pulizia sonora. Non su di loro, per favore. Necroceros è un buon dischetto che mi riporta ai medesimi lati positivi che avevo ammirato nell’ultimo Benediction, e nei difetti di quello firmato Incantation. Sono passato oltre.

I Therion mi hanno fatto discretamente godere, sarò sincero: non me l’aspettavo. La loro paccottiglia di tre ore ho finito di digerirla da poco, e un album di tre quarti d’ora, mirato alla creazione di canzoni semplici, standard, in pieno stile Therion (qualunque stile dei Therion voi preferiate), m’ha riportato alla mente un altro album generico dei Therion come Deggial con la differenza che quest’ultimo non m’appassionò affatto. Lungi dal dire che Leviathan si affermerà come uno dei miei preferiti del gruppo svedese, ma al momento funziona eccome e attendo d’ascoltarlo ancora per trarne conferma. Poi sono arrivato a fine mese, un termine che generalmente s’usa quando va male a livello di conto corrente ed estratto conto: Soen, Tribulation, Accept fuori il solito giorno.

Le casse dell’automobile sono andate come in fusione nei giorni scorsi. Dai Soen mi aspetto ormai un dischetto puntualmente gradevole ma mai eccezionale, Lykaia e Lotus glieli preferivo ma il nuovo si distingue quanto meno per una produzione di livello eccelso, dal gusto spiccatamente mainstream, dove semmai si è letteralmente cannato il mixaggio della batteria, con i tom e i timpani a coprire pure i cacciabombardieri. Non male, ma un passettino indietro lo è, e temo si sia puntato tanto, troppo sui ritornelli e sulla linearità e poco sull’innata capacità da parte dei Soen di riuscire dove altri pionieri ebbero sfondato a suo tempo. Tribulation invece è il classico caso in cui un gruppo, a ogni uscita, fa invece un passettino avanti. L’origine di tutti i loro mali futuri temo proprio stia lì: Down Below era forte perché disegnava un ottimo contrasto fra i rimasugli di metal estremo e il dark rock; qui abbiamo un gruppo sempre più innamorato della fine degli anni Settanta ma che compositivamente, dico a livello di singoli, non equivale ai The Cure e dovrebbe metterselo in testa alla svelta. I Tribulation sono un gruppo metal e ora in tanti, dai Mastodon dei mini ai Leprous ai Ghost, stanno tentando la sortita in periferia per vedere se si sfonda o alla peggio per vedere che succede. A mio parere se ne torneranno tutti a casa nel giro di qualche album. Gli Accept infine. Gli Accept hanno finito la benzina; io voglio loro un bene infinito ma è palese come la spinta di Blood of the Nations e dei due ottimi dischi seguenti si sia del tutto esaurita, lasciandoci in eredità qualche riff hard rock di buona fattura e un Uwe Lulis capace di integrarsi bene con Wolf, ma non di permettergli di svoltare di nuovo. Peccato, ma era nell’aria.

A quel punto decido di fare un tè, e, anziché rompermi le palle a bollire l’acqua sul fuoco, butto in microonde la mia amata tazza dei Black Sabbath e travaso direttamente in teiera. È poca. Ne aggiungerò altra, via di microonde.

Avverto una specie di esplosione.

Scarico due parole al cielo e corro in cucina, dove ogni cosa sembra essere al suo posto: gli infissi, gli elettrodomestici, appunto il microonde. Lo apro e mi accolgono una cortina di fumo e la tazza dei Black Sabbath divisa in parti uguali con l’eccezione di alcuni piccoli frammenti: il fatto è grave e debbo comunicarlo nel gruppo Facebook del blog. Ad accogliermi è stavolta l’ispettore Carrozzi, che subito mi cazzia perché sulla scena fotografata non vi è alcuna traccia di acqua al che mi domanda se avessi scaldato soltanto la tazza, causandone l’esplosione. L’ho rotta io con quelle due dita d’acqua che dovevo aggiungere, l’ho rotta, sì, e senza la mia tazza non ci posso stare. Decido di farmi un giro sul web per sostituirla con la stessa freddezza di chi ha ritrovato il cane asfaltato sull’asfalto e già chiama l’allevatore.

È un gennaio nero, non soltanto gelido. Trovo due o tre tazze carine, ma non sono ispirato. Zuckerberg dall’alto osserva e inizia a suggerirmene altre sulle pubblicità che letteralmente dominano il suo social, mi manda letteralmente al manicomio. Ora, non so se ricordate di quella volta che raggruppai alcuni articoli di merchandising particolarmente sopra le righe o inutili, o ambedue le cose. Nel caso, dimenticate tutto. I calzini di Master of Puppets e gli articoli per il bagno dei Meshuggah niente sono nei confronti dell’Orrore che mi si è parato davanti su suggerimento di Zuckerberg. In principio mi si propone un calice medievale, molto simile a quelli della scena finale del terzo Indiana Jones da cui bevevi e morivi. Brutto, e penso, “chi cazzo se lo metterebbe mai in casa”. Penso pure che sia finita lì ma non lo è affatto.

Zuckerberg inizia a rigirare il coltello nella piaga e quasi avverto il rumore del microonde che si aziona da solo seguito da un altro boato: è una punizione. Il magnate ora titola “CALICE DA VAMPIRI IN RESINA”. Esclamo di punto in bianco una bestemmia, è pure pericoloso perché se lo afferri male ti infilzi. C’era un cantante inglese che negli anni Novanta comprava delle zeppe e delle magliette orrende, ma questa cosa qua non l’avrebbe mai e poi mai posseduta. Venti recensioni, media altissima. Costo contenuto, taglia unica. La situazione è ai minimi storici, forse. Zuckerberg è ancora lì, e preme un bottone. Il calice con il lupo. Recensioni: due, e fiere. Non ce l’ha nessuno e chiunque l’abbia ha buona probabilità d’esserselo nascosto in culo pur di negare un’evidenza del genere. Ne visualizzo pure uno con la mano dello zombi che sorregge una tazza, e la descrizione ci tiene a specificare: “DESIGN TOSCANO“. Inizio a non poterne più, è ora di smetterla con il tè e in fin dei conti il tè è causa di acidità di stomaco e io ce l’ho l’acidità di stomaco. Io volevo solo riprendere una tazza. 

LA TAZZINA DA CAFFÈ CON CTHULHU CHE EMERGE DAL FONDO.

Cioè ve lo spiego in breve: voi vi fate il vostro ristretto, e, man mano che lo bevete e lui scende, Cthulhu emerge. Certamente il primo passaggio in lavastoviglie lo distruggerà come ho fatto io con “la Black Sabbath” (così ero solito chiamarla), ma potrete sempre acquistarne un’altra. Non è il genere di cose che finiscono fuori produzione. Fra parentesi: COLORE: CTHULHU.

Ripresomi da tutti quegli incubi o realtà, decido di migliorare la situazione passando su BandCamp per un’ennesima rastrellata.

Comincia malino. I primi sono un gruppo americano di cui non ricordo a memorizzare il nome, figuriamoci tutto il resto. Si chiamano Zac Leaser, tutte le volte devo pensare a Zac Efron e mi viene in mente Zac Leader, li cerco e capisco che ho sbagliato. Succede sempre questo. C’è questo album che si chiama Ostiarius e che sembra richiamare le affermazioni davanti allo sportello del microonde con tutta quella nebbia. Mi si presenta come technical death, il che sembra più onesto di “CALICE DA VAMPIRI IN RESINA”, ma non lo è.

Gli Zac Leaser sono dei riccardoni allucinanti che infilano nella loro musica un atteggiamento da metal americano per un pubblico giovanile, mille cambi di riff, lead di chitarra simili in maniera preoccupante a quelli che hanno reso celebre Matthew Bellamy e i suoi Muse nel periodo a cavallo tra Black Holes and Revelations e gli album a ridosso di esso. Se sentite la seconda traccia, Absentia, emergono un tiro pazzesco e una capacità compositiva non da comuni stronzi. A loro riuscirebbe, quindi; a loro, però, non interessa minimamente e preferiscono imbastire questo roboante fappening di tecnica, melodia, tecnica, tecnica, tecnica, melodia. La svolta melodica a due terzi di Ubiquitous, il riffone death di Dissemble sono momenti sopraffini: il problema è arrivarci. Tra Ostiarius e Obiquitous resto tuttavia molto preoccupato e la sensazione è la stessa che provo quando certi giornalisti s’inventano di tutto punto nomignoli alla cazzo da dare ai giocatori sudamericani (el Pampa e simili) o le sigle per indicare un tridente e confrontarlo con altri, tipo KA-PA-RO.

Mi consigliano per puro caso gli Altered Dead, un duo canadese al secondo album intitolato Returned to Life. In chiusura c’è una cover di Into the Crypts of Rays, il che mi incuriosisce sebbene con addosso tutta la miscredenza che maturi e lieviti dopo un mesaccio del genere. Scatta anche qui un allarme: terza traccia, Final Pathogen.

FINAL PATHOGEN.

Ovvero, un’anticipazione subdola ma diretta di quanto Covid ci ritroveremo nelle liriche metal del 2021, il che genera sistematicamente una seconda domanda inquisitoria. In quali generi questa cosa finirà per prendere maggiormente campo? Certamente ne abuseranno nel death metal, e certamente sarà la fine di tutto se appunto prenderà campo, in campo thrash metal e affini, buttandola sul sociale o giù di lì. Spero che tutto questo non avvenga mai, ma è dietro l’angolo e oggi me lo dice Final Pathogen.

Si riaccende uno spiraglio, Returned to Life puzza vagamente di già sentito ma con una personalità negli arrangiamenti e una cura dei brani entrambe magistrali. Ora mi metto a sentirlo perbene, e vediamo se a febbraio riesco a togliermi una soddisfazione che non sia mezza. Come la Black Sabbath. (Marco Belardi)

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