Death metal sotto zero: FROZEN SOUL – Crypt of Ice

I Frozen Soul sono americani di Fort Worth, una città che penso d’aver sentito nominare all’inizio di Cunning Stunts e un’altra mezza volta, e, per la cronaca, situata in Texas. Primo album subito su Century Media: un concetto che non mi va giù (poi vi spiego perché). La sostanza è semplicissima, a metà fra Obituary e Bolt Thrower, senza andare a chiamare in causa gruppi più recenti che a loro volta ricordano gli Obituary o i Bolt Thrower. Diciamo che dei primi prendono il riff e il tiro, dei secondi il piglio battagliero e quell’approccio europeo che riconosci subito nella roba svedese, olandese, anglosassone. Avete presente quelle deflagrazioni con la stoppata sul piatto crash, sopra a una nota di chitarra e di basso che fa più o meno “GHHGHHHHHHH” tant’è distorto lo strumento? Quella roba è goduria pura, e gente come Unleashed, Asphyx o Entombed c’ha costruito sopra una carriera affinché tu, fortunato ascoltatore, riconoscessi all’istante l’essenza europea di quello che stava passando in cuffia. È magia, nient’altro, e fa lo stesso suono di quando nei fumetti strozzano qualcuno.

Il tutto è calato in un immaginario ancora una volta europeo, corrispondente a quelle menate sul freddo tipiche di At the Heart of Winter. Ci sono titoli come Arctic Stranglehold e Encased in Ice, per merito dei quali il disco ha il potere di farti immediatamente a pensare alle goccioline di condensa sul retro del frigorifero, al vetro della Ford che non vuole saperne di scongelarsi e al pensiero orrendo di tentare di provvedere col piscio appena torni a casa. Le ragadi sulle dita delle mani per quella volta che sei uscito senza i guanti, il turno di mattina che d’estate fai tanto volentieri ma d’inverno proprio no. La Calvana strapiena di neve con tutte le pecore che se ne strafregano il cazzo. Crypt of Ice è un magistrale concentrato di negatività sotto forma di basse temperature, dove a comandare sono i riff e soltanto loro.

I riff del disco sono bellissimi e, come dicevo, la loro base ha radici negli Obituary. Una band che è uno standard, e i Frozen Soul adorano quello standard. Le canzoni vantano pochi giri ma risultano molto più dinamiche del previsto. La più variegata in tal senso direi che è Wraith of Death ed è anche quella che m’ha offerto maggiormente da pensare.

Sulle prime trovavo in quest’album soltanto riff e pezzi incapaci di decollare. Fino al terzo o quarto ascolto mi sembrava monotono, poi mi sono reso conto che lo stavo ancora ascoltando a distanza di ulteriori tre o quattro giorni, tutte le maledette mattine nell’andare a lavoro e subito dopo aver sghiacciato il vetro alla Ford. E allora mi sono domandato: vecchio maiale, inizi a andare per associazione o sta iniziando a garbarti? La risposta corretta era la seconda, con Wraith of Death primo e non unico brano a stamparsi nella mia testa. A proposito, c’è anche il video ufficiale e l’ho scoperto in seguito: la pubblicità scelta da YouTube per anticiparlo mostrava una tizia palestrata che vive di beveroni cancerogeni e che dopo averli bevuti si fionda in palestra per fracassare record, attrezzature e tessuti muscolari. Cristo, spero sarete più fortunati di me.

Crypt of Ice, per quanto suoni da manuale, non sarà il nuovo manuale di riferimento del death metal, ma è certamente un bel disco, e in certi frangenti lascia affiorare una personalità particolarmente forte. Primo, la parziale rinuncia alla velocità esecutiva. Non mancano le blastate ma si contano sulle dita d’una mano. Secondo, la lentezza dei brani non incide mai negativamente – come nel caso dei Six Feet Under – e in molti casi le canzoni vivono una sorta di arco narrativo, nonostante la struttura sia sempre e comunque ridotta all’osso. Il problema, semmai, è che Crypt of Ice puzza di album d’arrivo. Ed eccoci alla Century Media.

I Frozen Soul, ci tengo a sottolinearlo, non sono più raffinati della paninara dello stadio che nella mia città comunemente denominiamo la Sudicia. E avrebbero meritato un percorso evolutivo, con i primi album classicamente più acerbi e meno prodotti dei successivi. Debuttare su Century Media con un disco così maturo, per un gruppo chi si rifà a Obituary e Bolt Thrower, comporta il rischio che gli album futuri si somiglino tutti, mi rovina un po’ l’hype e il concetto stesso di sorpresa. Io una versione primordiale e selvaggia di questi Frozen Soul avrei voluto vederla, francamente, e figuriamoci se su Century Media questo sia oggi possibile: devi partire pronto, smart, figa, mona. Comunque un bell’album, da ascoltare con calma e giudicare in modo ancor più lento dei suoi infernali, gelidi riff. (Marco Belardi)

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