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Per la maggior gloria di Odino: UNLEASHED – The Hunt for White Christ

17 novembre 2018

Lanciandomi in una disamina alla Belardi (non sum dignus), potrei dividere la discografia degli Unleashed in quattro periodi. Quello classico, formato dai primi tre indimenticabili dischi. Quello motorheadiano, da Victory a Hell’s Unleashed, che a molti fa storcere il naso ma a me personalmente piace parecchio. Quello del pilota automatico (splendido, glorioso pilota automatico) impostato su un death metal ritmato e spaccacrani, che va da Sworn Allegiance ad As Yggrdasil Trembles. E infine quello moderno, che era partito benissimo con lo spettacolare Odalheim, dove gli Asi venivano onorati con una feroce virata black metal che ti metteva addosso la stessa sensazione di gelo marziale che si avverte quando Michele Romani entra in una stanza. Avevo sperato che Johnny Hedlund e compagni proseguissero su quella strada. E invece, come il Bonetta che lo recensì all’epoca, rimasi parecchio deluso dal successivo Dawn of the Nine. Non un brutto disco (gli Unleashed ancora ne devono scrivere uno) ma comunque una decisa frenata. Addomesticato, un po’ moscio, senza guizzi. The Hunt for White Christ continua sulla stessa linea ma in questo caso il disappunto viene smorzato, oltre che da un’ispirazione superiore, dalla presa di coscienza che gli Unleashed oggi vogliono suonare questa roba. Johnny ha compiuto cinquant’anni pochi mesi fa, la formazione è immutata dal ’95, quindi ci sta pure che gli svedesi abbiano voglia, beh, di sperimentare.

Lead Us into War parte sparatissima e poi decelera con un ritornello che gioca con ritmiche meno quadrate del solito, uno schema che si ripeterà più volte nel corso dell’album. Se il risultato appare un po’ spompato c’entra anche la produzione meno rozza, che, come nella successiva You Will Fall tende a sottolineare le armonizzazioni delle chitarre. C’è infatti un maggiore ricorso alla melodia, soprattutto in certi stacchi che spezzano la veemenza dell’assalto e a volte assumono connotati vagamente techno-death (Gram, uno dei brani migliori). Hedlund ha abbandonato il suo grugnito cinghialesco e prova a cantare, a impostare linee vocali vere. La vena black che ci aveva fatto amare Odalheim resta sullo sfondo, declinata in maniera più atmosferica, con un risultato finale che ricorda qua e là i God Dethroned (Vidaurgelmthul). Per rinfrancare i fan tradizionalisti, c’è la classicissima doppietta finale By the Western Wall/Open to All the World.

The Hunt for White Christ non sarà ricordato come uno dei lavori migliori del quartetto di Stoccolma e un po’ di aggressività in più avrebbe fatto piacere. Un disco altalenante, che tuttavia cresce con gli ascolti, soprattutto una volta che si riesce ad accettare che gli Unleashed, giunti al tredicesimo full in quasi trent’anni di onorata carriera, si siano rotti le scatole di fare sempre le stesse cose. Dei pionieri di quella scena nessuno è invecchiato bene come loro e nessuno ha mantenuto la stessa continuità qualitativa. Lasciamo che si rilassino un pochino. (Ciccio Russo)

2 commenti leave one →
  1. fredrik permalink
    17 novembre 2018 18:45

    Da quel che ho sentito mi pare un buon disco. Per me l’apice della loro carriera è la fase caciarona di victory e warrior ma concordo che sono invecchiati benissimo.

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  2. sergente kabukiman permalink
    21 novembre 2018 22:25

    i bei tempi in cui Ciccio partiva con gli unleashed e finiva col parlare di suoi compagni di classe col cazzo parlante… che bei ricordi

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