Il power metal, quello vero: IRON ANGEL – Emerald Eyes

Trascorrevano le ore chiedendosi perché nella nostra scuola non ci fossero femmine, rollando cannoni o più raramente studiando, e intanto io e l’unico altro metallaro della sezione A rimuginavamo, circondati da compagni di classe ignari o indifferenti, circa l’esistenza e definizione dello speed metal. Credo che a un certo punto fossimo giunti a una conclusione, giusta o sbagliata non c’importava, ma pur sempre una conclusione.

Evitando dibattici tecnici su tremolo picking, power chord, sulle derive del power metal americano e della N.W.O.B.H.M., credevamo che lo speed metal avesse intrapreso due o tre strade distinte a metà degli anni Ottanta. Una parte di esso era semplicemente mutato in thrash metal o in power metal, e la differenza tra il prima e il dopo me la seppero spiegare Kill’em All, con tanto di Hetfield brufoloso nelle foto, e tante altre casistiche sparse per il mondo e per gli scaffali dei negozi.

Una volta che il thrash metal ebbe finito di germogliare, meditando su come diffondersi per il mondo, il concetto di speed metal non scomparve affatto. Haunting the Chapel e Ride the Lightning furono due perfetti ibridi tipici d’un magnifico periodo transitorio, ma anni dopo Heavy Metal Maniacs, o Fistful of Metal, ed anni dopo la risposta di Dave Mustaine alle sue stesse composizioni pubblicate da altri, ne circolò ancora. Fu così anche sul finire dei celebrati anni Ottanta ed è così perfino oggi, leggasi gli ottimi Vulture dalla Germania di cui abbiamo avuto modo di scrivere, e pure bene, non molto tempo fa.

A proposito di Germania, provate a metter su Hellish Crossfire degli Iron Angel, datato 1985, e ispezionatelo bene: noterete la voce rauca di Dirk Schroder, le cavalcate in doppia cassa e l’incessante martellare di riff che un po’ guardavano agli Slayer e un po’ addirittura a quella melodia britannica che esplose poi – come influenza principale assieme agli stessi Judas Priest – nel successivo e gagliardo Winds of War. Accantonare le tematiche anticristiane e l’approccio estremo di Hellish Crossfire fu un autentico flop, commesso da chi, probabilmente, si era autoconvinto di poter fare il grande salto commerciale.

Prendere la direzione della melodia, o dell’esatto opposto, fu una cosa piuttosto naturale, nelle derive proto-black che i Destruction e gente di pari rango ispirarono: ecco il perché di cotante distinte “versioni” dello speed metal, ibridato o puro che esso fosse. Per quello che riguarda il passaggio al power metal, europeo e non, credo che la sua esplosione negli anni degli Stratovarius, dei castrati, dei sinfonici e di gente di tale risma non abbia fatto altro che cambiare irrimediabilmente i connotati del power metal di una volta, che amavo incondizionatamente. Ripenso allora e ancora alla Germania.

I Grave Digger sono diventati una baracconata, gli Helloween un circo itinerante, i Blind Guardian un reparto psichiatrico senza personale a controllo degli internati. Onestamente penso che gruppi del genere si siano completamente abbandonati al mediatico e al farsesco, una completa ammissione d’incapacità nel proseguire il proprio lavoro anche col 50 percento dell’efficacia e della passione di un tempo: e ci sta anche. Nell’abbandonarsi al mediatico ecco che si perdono i connotati: per esempio, le storiche e indelebili sfuriate in levare a firma del fuggiasco Thomen Stauch. Se colui con cui sei cresciuto diventa irriconoscibile o addirittura sfigurato, non vorresti sperare in un suo maldestro ritorno alle origini: è fantascienza, un qualcosa di farsesco nel senso brutto del termine. Puoi al limite sperare che esso tolga di mezzo gli elementi sbagliati che si sono aggiunti col tempo, ripartendo dalla sua forma migliore e sommandovi dell’altro. Pensateci un po’, se i Blind Guardian, nel 1998, anziché evolversi in quelli di Nightfall in Middle Earth avessero optato per un proseguimento più scarno, ma comunque inedito, diverso, sarebbe comunque stata evoluzione, e non immobilismo. Un’altra evoluzione che nessuno vedrà mai, a meno che non cambi la mentalità e che i tempi siano meno stretti di quel che sembrano.

Gli Iron Angel sembrano ben comprendere quanto stiamo soffrendo aspetti del genere, e, sebbene non li cacherà ugualmente nessuno fuorché io e altri quattro o cinque gatti, ci rammentano, per mezzo d’uno speed metal (o successivamente power metal) semplicemente da manuale, che ancora oggi è possibile suonare musica del genere senza buttarla dalle parti del complicato, del sofisticato, o del cacacazzo di turno, senza essere retrogradi, banali e neanche già sentiti. Emerald Eyes non inventa niente né ha in mente di farlo, è soltanto un album bellissimo ed è probabilmente il loro migliore insieme a Hellish Crossfire del 1985. Un altro colpo grosso dell’heavy metal europeo dopo il ritorno degli inglesi Raven con Metal City, mi vien da aggiungere. Hellbound di due anni fa non mi fece proprio impazzire: era velocissimo, secco ed essenziale nei suoni, ma non disponeva dell’esasperato sentimento che ritroviamo qua.

E pensare che degli Iron Angel originali resiste il solo Dirk Schroder: i due chitarristi dell’epoca sono entrambi deceduti e gli altri saranno probabilmente bolsi e spersi per i pub di Amburgo, alla caccia di un capolavoro annacquato da tre gradi e mezzo con cui lievitare ancora un po’. Premesse da manicomio piuttosto che da manuale, eppure la nuova formazione funziona benone nonostante l’unico aspetto delirante di Emerald Eyes riguardi la sezione solista delle chitarre: non riesco tutt’ora a dimenticare, anzi, a cancellare, la fine dell’assolo di Sacred Slaughter e il suo piglio da suoneria di un cellulare degli anni Novanta.

Sarò sincero: i difetti a quest’album non mancano, ma si tollerano benissimo. C’è qualche parte presa pari pari dai Running Wild più energici e frontali, e c’è Sacrificed che attacca come una qualunque buzzurrata dei Sodom più recenti. Ma c’è anche quella sensazione che finalmente si stia ascoltando il power metal, lo speed metal, il cazzo che vi pare, tenuto al posto giusto. Senza niente di sbagliato al suo interno: né i suoni, né l’azzardo di mescolarlo a chissà quale altro elemento fuori tempo massimo. Divieto assoluto d’indossare camicia bianca e gilet da testimone nuziale, via col power chord e con la doppia cassa a oltranza. Bridges are Burning si regge alla grande su un unico coro, la summenzionata Sacred Slaughter è un pezzo pazzesco con quelle ripartenze in levare di cui vi ho accennato sopra, e poi arrivi a What we’re Living for e c’è quell’aria scanzonata da heavy metal baldanzoso, ma pur sempre di ottimo stile, che già gli Helloween adoperarono nel primo dei Keeper così come in Pink Bubbles go Ape. C’è Fiery Winds of Death che porta via di peso, disegnata per una dimensione live che chissà se, come e quando rivedremo riprender vigore. Magari sotto forma di esibizioni clandestine alla Fast & Furious, in capannoni industriali degli anni Sessanta pieni di merda di topo e dei buffet a base di crauti e purulenti wurstel che i nostri amici ci hanno portato dalla patria del currywurst.

Grande album, grande approccio, grandissimo piglio e ancora una volta sono felice perché non è un esponente del retro-thrash giovanile a farmi felice, ma un uomo di cinquantatré anni che ancora si firma Iron Angel. E che lascia un segno non meno significativo di quelli d’un tempo, certo, con una concorrenza ridotta all’osso e piombata in una situazione che i coetanei, in vecchiaia, certamente non s’invidiano. (Marco Belardi)

3 commenti

  • Minchia ragazzi. Le recensioni di Belardi non si possono leggere né reggere

    "Mi piace"

  • Il riferimento alla suoneria da cellulare anni Novanta mi fa ricordare che sul 3310 avevo usato la funzione Compositore per sentire un lick di Malmsteen ogni volta che qualcuno mi chiamava. Senza contare uno dei passaggi in relativa di Flash Of The Blade riprodotto con il mio 3310 e quello di mia madre fatti suonare all’unisono. Che tempi.
    Ma questo non c’entra con l’album, che è davvero notevole. E Dirk Schlachter che tenta di modulare melodie fa tenerezza. Meno male che ci sono dischi così.

    "Mi piace"

  • Si, questo è Power Metal, per lo meno quello che prediligo. Non mi sono mai piaciuti i ritornelli in maggiore da marcetta alpina (senza nulla togliere alla musica popolare alpina, ci mancherebbe altro), né tantomeno le voci maschili acutissime, né i clavicembali a basso continuo alla Malmsteen, che dopo la cinquecentesima apparizione fracassano molto i maroni. Qui si suona seriamente, le melodie sono muscolose e aggressive, c’è qualche difetto di fabbricazione, ma ci sono anche delle trovate di carattere. Bella segnalazione.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...