La Cosa dall’anno Duemila

La quotidianità legata al vivere in Antartide poteva rivelarsi fatale. Gli americani si erano stabiliti in quelle lande desolate per prelevare campioni di ghiaccio in profondità, studiandone composizione e caratteristiche, e non erano affatto soli. Il problema era principalmente costituito dal continuo variare delle condizioni climatiche, un fattore che, in stagioni come quella, permetteva loro d’essere operativi per non più di due giorni alla settimana. Il resto del tempo lo trascorrevano ascoltando death metal, il loro death metal, dagli albori del genere fino a The Bleeding dei Cannibal Corpse o Retribution dei Malevolent Creation. Anziché giocare al biliardo, si sedevano con un buon bourbon e instauravano lunghe discussioni sul futuro del genere, sulle sue contaminazioni e sulla possibilità che la rivoluzionaria band europea già in grado di pubblicare Inhale/Exhale potesse, un giorno, reggere tutto quanto sulle proprie spalle.

In un ambiente nel quale trecento giorni possono rivelarsi tutti uguali, ce ne sarà sempre uno che ricorderai a vita; ed era giunto. Il rumore di un elicottero attirò tutti all’esterno, ma il mezzo non stava affatto volando nella solita tormenta. Non c’era un fiocco di neve in cielo e non tirava alcun alito di vento: quelli che si alternavano al suono dei rotori meccanici erano boati di un altro tipo. La persona di fianco al pilota lanciava candelotti di dinamite a un cane in fuga, il portellone era aperto e da lì si affacciava un terzo individuo armato di fucile da cecchino. Il cane procedeva a passo rapido nonostante la bassa statura, tant’è che aveva quasi raggiunto la base americana. Il velivolo atterrò nei suoi paraggi per porre rimedio all’infestazione, o a qualunque cosa stesse per accadere nel perverso immaginario dei folli ricercatori scandinavi. Svedesi, a giudicare dalla bandiera disegnata sulla fusoliera.

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Il cavalier king dal manto nero focato stava già leccando avidamente la faccia di Orum, quando una voce dallo spiccato accento nordeuropeo iniziò a urlargli di stare alla larga, brandendo un fucile carico e puntato nella sua direzione. La finestra della sala da gioco si aprì proprio allora.

“State alla larga da quel cane, siamo tutti contaminati! Ormai tutto è perduto, i cantanti hanno i capelli rasta e nei ritornelli si usa la voce pulita! Non vi è più traccia dei Dismember o degli Unleashed, lo spirito battagliero è andato in cenere! Abbiamo trovato qualcosa fra i ghiacci! Abbiamo scoperto qualcosa di meraviglioso e non abbiamo saputo gestirlo! Farete la nostra stessa fine! I Nasum non possono porre alcun rimedio!”

Il comandante Stroetzel lo centrò alla testa, mentre dalla sala da gioco provenivano le note dell’intramontabile classico Pull the Plug. Accolsero il cane e lo inserirono in una gabbia popolata da siberian husky più alcuni lupi meticciati, decretandone la fine immediata. Era l’ora di chiamare Mac e andare a vedere che cosa fosse accaduto alla base degli svedesi.

Lo stabilimento era stato avvolto dalle fiamme fino a qualche ora prima. C’erano taniche di benzina dappertutto e una di queste era stata utilizzata per incendiare un corpo solo parzialmente carbonizzato. Doveva essere uno di loro, poiché ne riconobbero i tratti, ma quel che restava della maglietta recitava un nome mai sentito prima: Soilwork. Due membri della squadra entrarono in un’ala dello stabile che era stata risparmiata dalle fiamme, e si separarono per effettuare alcune ricerche. Gli altri raggiunsero a piedi i vicini scavi, mossi dalla brama di indagare più a fondo.

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Era enorme. Avevano scavato per cento metri nel ghiaccio, formando una sorta di innaturale anfiteatro al fine di raggiungere una cupola, dai colori caldi e contrastanti, su cui troneggiava la raffigurazione di un Cristo. Era forse il qualcosa di meraviglioso che gli svedesi non avevano saputo o potuto gestire? Ritornarono alla base giusto in tempo per apprendere che Tremonti aveva prelevato del materiale che aveva nascosto in uno zaino e su cui non proferì una sola parola. Presto fu buio e lo sarebbe stato per molte altre ore, ma erano di nuovo fra le mura del proprio insediamento, con la sensazione d’essere al sicuro.

In sala da gioco non si discuteva più degli svedesi: avrebbero contattato l’ambasciata estera riferendo che gran parte del personale era scomparso o incendiato con indosso le magliette sbagliate, e che non si spediscono, presso un polo terrestre, razze canine la cui fragilità è risaputa anche presso i migliori allevamenti. Tremonti in compenso non si era unito con gli altri per discorrere delle linee di batteria di Alex Marquez con i Solstice. Si trattava di un argomento gradito, eppure lui mancò all’appuntamento. Nel chiuso della sua stanza tirò fuori i cd che aveva nascosto nello zaino e diede il via ad un processo di ricerca che cominciò con Slaughter of the Soul per poi passare a The Jester Race e The Gallery. Quanta musica meravigliosa stavano ascoltando gli svedesi prima che accadesse quel casino! Saltò il pasto in sala mensa, procedendo di annata in annata e godendo dell’incedere dinamico di quella scena, assai distante da Left Hand Path, eppure altrettanto appassionante. Era arrivato alle uscite del 1999 quando si ripresentò al cospetto degli altri, smunto, con i capelli tagliati e la barba da acculturato studioso che ha appena pubblicato una tesi sugli effetti sociali del body shaming.

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“Tremonti?”, gli accennò con cautela Mac

Emise un suono in contemporanea stridulo e melodico che non piacque per niente agli altri. Era così differente dalle esecuzioni cavernose e gutturali di Chris Barnes o dagli ululati di John Tardy che pensarono stesse uscendo un po’ troppo dai cliché del genere. Mac gli diede rapidamente fuoco col lanciafiamme, e fu allora che ognuno ritornò ai propri posti. Alex Marquez era davvero un gran batterista, ribadirono, mentre Tremonti cuoceva all’aria gelida.

Ispezionarono la sua stanza non prima d’aver terminato un ottimo Wild Turkey del Kentucky. Il materiale di cui sospettavano era scomparso: qualcun’altro doveva esserne entrato in possesso prima che Tremonti degenerasse al punto di esternare quei vocalizzi. Mac e Stroetzel rimasero in silenzio e non dissero niente agli altri, che poterono ritornare alle normali operazioni d’ogni giorno.

“Possibile che non si siano ancora spese due parole sugli Hate Eternal?”

Conquering the Throne era piaciuto un po’ a tutti, in particolar modo ai Kreator che avrebbero fatto certe fantasie sul suo titolo, e fu così che spesero una mezz’ora a discorrere sulla reale età di Tim Yeung, che aveva le sembianze di un adolescente quando incise quell’album, e che perseverò nell’esserlo anche dieci anni dopo, in occasione di quell’altro album partorito, deposto, defecato con i Morbid Angel. Ma nessuno degli americani avrebbe mai osservato il 2011 attraverso gli occhi dei vivi, e pertanto, le loro parole furono spese al vento. Il dottor Bischoff osservò gli altri e domandò: “Scusate, chi è questo Tim Yeung, e chi sono questi Hate Eternal?”

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Il silenzio piombò nuovamente nella stanza, laddove un debole spostamento d’aria alterava, in modo impercettibile, la fiammella che continuava ad ardere sulla canna del lanciafiamme di Mac.

“Bischoff, il gruppo di Erik Rutan”

“Non so ragazzi, io mi stavo ascoltando Firedemon dei Carnal Forge poco fa, e penso che dovrebbero osare un po’ di più con la melodia

Un’ora più tardi avevano già accatastato quel che rimaneva di Tremonti e Bischoff all’esterno, e riversarono il contenuto d’una tanica di cherosene sulle loro membra inanimate. La base americana era ben intatta, ma quell’assembramento di carni e abiti bruciati andava sempre più ricordando ciò che era avvenuto a poche miglia di distanza. Ritornarono dentro, avvolti in un anormale silenzio, e la paranoia indusse alcuni di loro a pensare che una figura, nell’oscurità, fosse uscita a passo svelto dall’elicottero di Mac. In direzione dei magazzini.

Il pilota parlò privatamente con Stroetzel e giunsero a una conclusione. Furono formati due gruppi, uno costituito dalla porzione da testare e l’altro dagli individui già testati. Il timore di un’analisi del sangue e della possibile positività a forme virali esotiche fu presto fugato: si trattava di altro.

Mac già puntava il fedele lanciafiamme, unica Cosa della quale ancora si fidava, almeno fino all’esaurimento del combustibile, contro Lambesis, un vivace ragazzino notoriamente in fissa con Frank Mullen. Stroetzel, lì di fianco, gli domandò: “di che anno è Pierced from Within?”

“1995”

Stroetzel e Mac si consultarono, e, dopo un cenno assertivo con la testa, passarono al metereologo, Sanders: “Tocca a te adesso: quale gruppo fu formato da ex membri dei Death a inizio anni Novanta?”

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Sanders non rispose, ma fece un ampio sorriso e disse: “Non lo so ragazzi, ma in camera mi sono sentito una quindicina d’album tutti uguali che scimmiottano gli At the Gates facendo molto più schifo, e ora ho una gran voglia di ritornare a Boston e formare un filone tutto nuovo. Un filone americano. Per il gruppo, penso che lo chiamerò Avenged Sevenfold!”

All’esterno una figura misteriosa aveva appena finito di sabotare l’elicottero, il gatto delle nevi e ogni collegamento satellitare con il mondo esterno. Ascoltava in silenzio Sanders mentre descriveva con entusiasmo la sua idea musicale, e osservava, attraverso la condensa già ghiacciata sulla finestra, la sagoma di Kilpatrick tenuta in disparte rispetto agli altri. All’improvviso l’ignoto fu accecato dal bagliore del lanciafiamme di Mac, che ben poco doveva aver gradito le parole del collega e scienziato. Sanders era morto, e per qualche insano motivo Kilpatrick era stato graziato: o forse la figura misteriosa sapeva tutto. Riprese a cospargere meticolosamente ogni edificio di cherosene, dopodiché si dileguò.

Un anno dopo Kilpatrick era ritornato in Florida. Non ritrovò traccia di Chuck Schuldiner e in giro per le strade c’era gente che criticava Back from the Dead senza subire conseguenze fisiche dai cittadini più ragionevoli. Era il momento di formare i Parkway Drive, e, se in Svezia avevano sbagliato tutto o quasi, una disciplina del genere, da sempre un’usanza americana da sfoggiare con risaputo orgoglio, diede lui l’onore di mostrare a tutti come non si dovrebbe mai fare. (Marco Belardi)

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