Heavy metal ad alti ottani: RAVEN – Metal City

Da sempre i Raven rappresentano il lato ritmato e gagliardo della New Wave of British Heavy Metal. Mentre altri si cimentavano nell’ideale rappresentazione di Lucifero mediante una musica in via di definizione, e più o meno ereditata dai Black Sabbath, i fratelli Gallagher di Newcastle giravano conciati come fossero in procinto d’affrontare una partita di football americano. Casco in testa, bardature del caso e tanti più muscoli in vista.

Certe volte ne rivedo le vecchie fotografie ed esclamo una bestemmia di soddisfazione, eppure, nell’eterno galvanizzarmi al cospetto della loro immagine e musica, va detto che anche i Raven combinarono alcune belle cazzate. Perché, non dimentichiamolo, di cognome facevano pur sempre Gallagher e a Manchester s’è ben visto com’è andata a finire.

Prendete in esame gli anni immediatamente a ridosso delle pubblicazioni su Neat Records: non ho mai potuto sostenere la puntata nell’hair metal di Stay Hard e soprattutto di The Pack is Back, anche se il loro peggiore album per antonomasia resta quel Glow uscito decisamente fuori tempo massimo, negli anni di Chris Cornell e Layne Staley.

Riassumerei i Raven come un gruppo costante, di personalità e con il bell’emblema del batterista. Per un ventennio se la sono vista con Joe Hasselvander, lo storico drummer dei Pentagram. Hasselvander ha mollato i Raven un paio d’anni fa, e questi ora si avvalgono delle prestazioni dell’uomo dietro le pelli dei Fear Factory. Mike Heller. E non sto scherzando.

Mike Heller è giovane, non arriva ai quaranta ed è un’autentica macchina da guerra. Inserire uno come lui in un contesto chiamato Raven non significa riportare l’intera faccenda ai muscoli di Life’s a Bitch o All For One, ma rischiare grosso. Lo scalino che si percepisce è più elevato rispetto a quello di certi Judas Priest che suonarono i pezzi veloci di Ram it Down con Dave Holland, per poi lasciare tutto in mano a Scott Travis in Painkiller e risaltare alla luce del sole come un’altra band, rivitalizzata nella forma, collaudata, fresca. La differenza è che da Painkiller sono trascorsi trent’anni, nel corso dei quali lo stesso Scott Travis s’è concesso la briga di riadattarsi al suonar moderno in un paio di album celebrati o odiati. Con ciò non voglio affermare che troverete partiture che ricordino Self Bias Resistor, ma che occasionalmente avrete a che fare con dei blast beat, utilizzati soprattutto a mo’ di fill.

Raven - Metal city (front cover)

Mike Heller ridà ossigeno ai Raven, imbavagliati in un suono troppo pompato e ammodernato in quell’Extermination che qualche anno fa aveva convinto tutti tranne me: certe volte rischia d’esagerare, ma aggiunge un grado di personalità che, se assente, avrebbe reso l’intera faccenda un po’ stagnante. Ben venga Heller, quindi. Metal City, così si intitola l’album, lo vedo come ideale successore di Walk Through Fire, che era di per sé ottimo, ed al quale vengono aggiunti la freschezza e il dinamismo offerti dall’individuo che ho menzionato finora.

Pure le canzoni sono più ispirate, e ne troverete ben poche da saltare per procedere con la successiva. Forse Cybertron, nel bel mezzo della scaletta, e Break, che ha quel piglio da Annihilator cazzuti e alterna una buona strofa e un buon bridge a un ritornello che funziona a metà. Il resto è un ottimo album, gradevole antipasto per noi che siamo qui, curiosi, ad attendere il titolo, la forma e la sostanza del successore di Firepower. E se vi è piaciuto Firepower, avrete buone chance di trovare pane per i vostri denti anche qua dentro. Una vita fa ci deliziarono con Rock Until You Drop. Oggi, una vita più tardi, si accodano agli Angel Witch a piena dimostrazione di quante idee e quanta esperienza si siano portati dietro gli elementi cardini di quel movimento, tutto inglese, che letteralmente diede fuoco agli anni Ottanta. Probabilmente il loro migliore album dai tempi di Life’s a Bitch. (Marco Belardi)

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