Avere vent’anni: luglio 2001

JAG PANZER – Mechanized Warfare

Marco Belardi: Non ho mai acquistato un album dei Jag Panzer e il motivo credo risieda nelle canzoni. Vado d’accordo col loro stile, col loro incedere, col loro cantante, ma ai Jag Panzer ho sempre pensato mancassero i pezzi memorabili, tanto che non me ne ricordo nemmeno uno. Per quanto Ample Destruction rappresenti un pezzo di storia dell’heavy metal americano, e per quanto mi piaccia, ho da sempre preferito rifarmi ai Metal Church, ai Vicious Rumors o ai raffinatissimi Crimson Glory piuttosto che a loro. E l’ho fatto per le canzoni e per altro. Un ultimissimo sforzo di apprezzarli lo feci proprio vent’anni fa, nel pieno della loro fase più evolutiva, la più interessante d’una carriera intera; una fase che avrebbero presto abbandonato per far pieno ritorno sui binari del power metal a diritto e dei riffoni a cazzo duro. Mai una gioia, si direbbe. All’epoca c’era Chris Broderick, futuro Megadeth. Non l’ho mai apprezzato nei Megadeth ma qui era perfetto, tanto quanto Glen Drover andava benone negli Eidolon e si confermò l’ennesima scelta amara a firma Mustaine. Chris Broderick fece dei Jag Panzer di Thane to the Throne una band perfettamente sensata, che aveva intrapreso una direzione quasi progressiva, con cori, arrangiamenti curati e una tecnica strumentale non eccessivamente fine a sé stessa. Un solo anno e con Mechanized Warfare si sarebbe scelto di accontentare i fan, riducendo la libertà espressiva, raffreddando il suono con una produzione più sterile e metallica e cominciando – in linea di massima – ad andare nuovamente a diritto come treni. Fu l’ultimo loro album interessante, sebbene per alcuni non ne sbaglino uno neppure quando manca Harry Conklin.

GRAVEWORM – Scourge of Malice

Michele Romani: I Graveworm sono un altro di quei gruppi che ho sempre faticato a comprendere del tutto. Attivi sin dal 1997, sono andati avanti nel corso del tempo a pubblicare un disco ogni due anni con precisione chirurgica, senza mai però riuscire a sfondare in maniera definitiva. Questo Scourge of Malice è ritenuto ancora oggi il prodotto meglio riuscito della band altatesina, nonché quello che attirò le attenzioni addirittura della tentacolare Nuclear Blast, che, forte del clamoroso successo di Enthrone Darkness Triumphant, era in costante ricerca di altre galline dalla uova d’oro che suonassero bombastic symphonic black metal. Con la label tedesca i Graveworm produssero addirittura tre lavori ovviamente uno più brutto dell’altro, che neanche lontanamente avevano la freschezza di idee e il songwriting ispirato di Scourge of Malice, disco che, pur non facendo gridare al miracolo, era un interessante connubio tra black e gothic metal con brani di assoluto livello come l’iniziale Unhallowed by the Infernal One, Abandoned by Heaven e la strumentale Threnody.

ELVENKING – Heathenreel

Barg: Vent’anni fa, sul Metal Shock cartaceo, celebrai il debutto degli Elvenking in una recensione piena di entusiasmo in cui lo mettevo a paragone con il coevo Silence dei Sonata Arctica, il cui successo consideravo totalmente immeritato. Come già detto, ho cambiato completamente opinione su Silence, ma non l’ho cambiata su Heathenreel. Che è sì un disco per certi versi immaturo, specie per quanto riguarda la produzione, ma anche per questo motivo rifulge di una luce incontaminata: già dal successivo Wyrd la band friulana avrebbe iniziato a comporre dischi più precisi, quadrati e in cui ogni cosa sarebbe stata al proprio posto; ma questo debutto, nella sua ingenuità, custodisce vette di lirismo commoventi. Ha uno stile a volte non ancora ben definito, essendo figlio di un’epoca in cui folk metal voleva dire tutto e niente, e la ricerca delle sensazioni folkloriche lasciava molta più liberta stilistica; un concetto complicato da concepire oggi che il folk metal è un genere con dei confini e degli stilemi perfettamente delineati e prestabiliti. Heathenreel contiene inoltre la miglior canzone degli Elvenking, la meravigliosa Hobs ‘n Feathers, neanche due minuti e mezzo di poesia impreziositi da un arrangiamento curatissimo nella sua semplicità. Ma non solo, perché il disco è bellissimo quasi nella sua interezza: escludo giusto Conjuring of the 14th e A Dreadful Strain, perché il resto merita tutto, da Dweller of Rhymes alla ballata Skywards fino alla suite finale Seasonspeech, in cui le quattro stagioni sono interpretate da quattro cantanti diversi. Gli Elvenking avrebbero meritato molto di più.

ABORTED – Engineering the Dead

Griffar: Uno dei dischi che non regge il passare del tempo è Engineering the Dead. Probabilmente tra due o tre anni ne scriverei persino peggio. Eppure gli Aborted mi piacevano, almeno fino al pessimo Strychnine.213, che mi ci fece mettere una croce sopra ed ignorare tutto quanto hanno fatto uscire in seguito (è fuori da poco il loro decimo album Maniacult, se vi può interessare. Il gioco di parole dell’anno, vi pare?). Ogni tanto riascolto a casaccio i miei dischi, non importa il genere, l’anno di uscita o altro: li riascolto perché ce li ho, sono miei, e continuo a godere del fatto che mi basta metterli nello stereo per poterli ascoltare anche a distanza di anni senza bisogno di abbonamenti, connessioni internet, lettori mp3 o computer vari. Come ai cari vecchi tempi, che io faticosamente cerco di tenere vivi. Non molto tempo fa ho riascoltato un po’ di dischi degli Aborted che già da un po’ avevo messo nel dimenticatoio, e non sento più alcunché di speciale nella loro musica. Un patchwork di cose fatte da altri, dai Cannibal Corpse di The Bleeding agli Slayer, dai Malevolent Creation ai Dying Fetus ai Suffocation, mi danno l’idea di aver costruito una fortunata carriera assemblando un po’ di tutto senza uno schema ben preciso, senza particolare competenza o chissà quale abilità tecnico-compositiva. Non suonano male, i pezzi non fanno ribrezzo, gli album nell’insieme sono ascoltabili, solo che li trovo senza carisma e senza mordente: le vocals sdoppiate le hanno già inserite milioni di altri gruppi in modo migliore, gli assoli vivacchiano, i sample onnipresenti rompono catastroficamente le palle e penso abbiano l’unico scopo di allungare il minutaggio perché con le partiture delle canzoni non c’entrano un cazzo di niente, i riff non hanno picchi qualitativi particolari né in un senso né nell’altro, il basso appena la velocità aumenta sparisce nel nulla. Un album nella media, creato da un gruppo nella media che, senza sussulti o meraviglie, è in giro da un quarto di secolo ed è considerato uno dei migliori a livello planetario nel campo del brutal death. Se vi interessa il brutal in giro c’è di molto meglio: tanto per rimanere in Belgio ascoltatevi i Fractured Insanity o i terribili Emeth, uno dei gruppi più violenti che io abbia mai sentito.

TO/DIE/FOR – Epilogue

Michele Romani: I To/Die/For sono stati tra gli alfieri del cosiddetto love metal (o, come diciamo qui a Metal Skunk, “gotico pipparolo”), una branca del gothic metal che, trainata dal clamoroso successo degli HIM, soprattutto negli anni tra il 1999 e il 2004 ebbe un certo risalto in termini di vendite e presenza sui media. Dopo l’ottimo successo dell’esordio All Eternity del 1999, la band prova a bissare la cosa con Epilogue, che a grandi linee mantiene  la proposta musicale del predecessore. A parte infatti la durata dei brani leggermente accorciata, la proposta è sempre quella: un gothic metal molto pipparolo con le solite tematiche di odio e amore a farle da padrone, farcito dai soliti soliti synth modello HIM in sottofondo e quel tocco di Sisters of Mercy che non fa mai male, anche se la voce di Jarno Peratalo (vero punto debole da sempre del gruppo) non è assolutamente quella di Andrew Eldritch. A quantità di hits non siamo assolutamente sui livelli di All Eternity, anche se pezzi come Crimson Twins, Veiled o Hollow Heart fanno la loro notevole figura. Peccato che dopo questo lavoro la band cadrà totalmente nel dimenticatoio o quasi, figlia di un genere che in un paio d’anni aveva già detto quello che c’era da dire.

pigdestroyer

PIG DESTROYER – Prowler in the Yard

Ciccio Russo: Pubblicato a un anno dalla compilation 38 Counts of Battery – contenente materiale uscito su split, Ep e affini – Prowler in the Yard è il primo vero full di quello che era nato come un progetto estemporaneo di Scott Hull degli Agoraphobic Nosebleed e poi sarebbe diventato, di fatto, il suo gruppo principale, almeno in termini di energie investite. Insieme a Human 2.0 dei Nasum, Prowler in the Yard è il disco che fissa il canone del grindcore relapsiano anni 2000, poi ripercorso e imitato con esiti più o meno fortunati da legioni di epigoni. La grande differenza rispetto ai compianti svedesi è che da questa allucinante orgia di violenza sonora emerge un discorso meno organico, ancora buttato sul divertissement. E il disco funziona proprio per questo. L’ascoltatore viene sballottato tra un riff death metal e uno sbrocco industrialoide, tra il più classico stacco hardcore e sperimentazioni ad alto tasso di droga che rimandano alla band madre, senza avere il tempo di capire da cosa si sia stati colpiti. Manca per ora il basso, come voleva una tradizione consolidata in una piccola frangia del genere.

SIGH – Imaginary Sonicscape

Marco Belardi: Sono molto affezionato al primo album dei Sigh, Scorn Defeat, il quale attirò niente meno che le attenzioni di Euronymous. Ho il nitido ricordo di una maratona durante la quale ascoltai i seguenti, sino a Hail Horror Hail, tutti d’un fiato. Sostanzialmente non riuscivo a crederci, ma il peggio doveva ancora arrivare. Nel 2001 Imaginary Sonicscape mise in chiaro una cosa: che i Sigh erano ancora una band ispirata e che avevano ogni intenzione di rovinare la propria musica con le proprie mani. Prendete ogni singolo pezzo di Imaginary Sonicscape e donategli un’altra veste: il divertissement all’inizio dell’album a titolo Corpsecry – Angelfall a metà fra Iron Maiden e i Carcass di Swansong è pure piacevole, ma loro ci mettono sopra di tutto: urla di teenager giapponesi campionate, suonini del cazzo, orchestrazioni minimali. Il resto dell’album esplorerà qualunque territorio musicale il trio avesse affrontato vita natural durante: dal trip hop, sì proprio trip hop, a tutto quanto il resto. Donate ai pezzi di Imaginary Sonicscape la veste di quelli di Hail Horror Hail e saranno tutti accettabili o buoni, motivo, questo, per cui in molti sbavano sull’album ritenendolo un capisaldo dell’avantgarde metal tipico degli anni di Arcturus, Solefald ed Ephel Duath. La realtà è che qua dentro c’era una gran confusione di fondo, e i Sigh ci andavano matti.

WHITE STRIPES – White Blood Cells

L’Azzeccagarbugli: Mi sono approcciato tardi ai White Stripes, ovvero quando hanno fatto davvero il botto con Elephant e i suoi martellanti singoli Seven Nation Army e The Hardest Button to Button. Talmente martellanti che provai un’antipatia a pelle per quel disco (che in parte mi è rimasta, pur ritenendolo un ottimo lavoro) e per il dinamico duo. Un’epidermica ed acritica avversione che mi sono portato dietro per qualche anno, fino a quando non ho recuperato White Blood Cells e più precisamente fino a quando non parte, dopo pochissimi secondi, il feedback della chitarra di Jack White su Dead Leves and The Dirty Ground. Da quel momento in poi il mio rapporto con i White Stripes è diametralmente mutato ed il motivo è molto semplice: White Blood Cells è un capolavoro, la più eloquente dimostrazione del fatto che, in alcuni ambiti, less is more e che anche in un genere in cui è stato detto tutto, se hai la personalità – e Jack White ne ha da vendere – puoi ancora lasciare il segno. Nei 40 minuti che compongono il terzo disco dei White Stripes non c’è neanche un secondo fuori posto e la miscela esplosiva di garage, pop, blues che ha contraddistinto la breve esistenza del duo, sempre uguale ma allo stesso tempo sempre diversa, colpisce al cuore come non mai. Oltre ad un numero impressionante di classici come Hotel Yorba, l’hit single Fell in Love with a Girl o I Think I Smell a Rat, trovano spazio anche pezzi meno immediati, ma altrettanto memorabili come I Find It Harder to Be a Gentlemen o la conclusiva The Protector, rappresentazioni inequivocabile del talento di Jack White, che avrebbe trovato plurime conferme sotto molteplici profili nell’immediato futuro.

HECATE ENTHRONED – Miasma

Michele Romani: Quando si parla di Hecate Enthroned sono sempre un po’ di parte. Nonostante la stampa specializzata all’inizio della loro carriera li abbia sempre bollati come una scialba copia dei Cradle of Filth, per quanto mi riguarda i primi tre lavori sono uno più bello dell’altro. D’accordo che l’originalità probabilmente non sia mai stata il loro forte, ma nonostante questo il black melo-sinfonico soprattutto di Upon Promethean Shores (come non scordare l’esilarante video di An Ode for a Haunted Wood dove girano pittati facendo strane mosse nel parco sotto casa) e The Slaughter of Innocence me lo sono sempre goduto parecchio. Su questo EP denominato Miasma invece la band inglese cambia decisamente le carte in tavola, sperimentando soluzioni più vicine al death metal ma allo stesso tempo che virano più verso il dark gothic, con tanto di sovente voce pulita che ricorda un po’ il Darren White dei primi Anathema. Il risultato non è propriamente da buttare, ma è troppo lontano da quel tipico sound con il quale gli Hecate Enthroned si sono affermati. Un interessante diversivo, ma non del tutto riuscito.

GLOOMY GRIM – Written in Blood

Marco Belardi: A distanza di un solo anno da Life? mi accorsi che i Gloomy Grim c’erano cascati un’altra volta, e mi decisi ad ascoltare il loro prodotto perché un’incantata parte di me ancora credeva in quel black metal melodico da vetrina che presto sarebbe scomparso dall’immaginario dei metallari. L’album era piuttosto una merda, e oggi lo rimetto su solo perché ritengo che l’essenza di questa rubrica risieda principalmente nel confrontare il giudizio a caldo con quello a freddo. Written in Blood fa soltanto un po’ più schifo di allora, impossibile andare oltre se non con la premeditazione. Un tetro tentativo di raccogliere l’eredità dei Dimmu Borgir, che nel 2001 erano già fuggiti a gambe levate verso la peggior musica possibile, in una sorta di platform a schemi in cui ogni passo successivo è un’immersione ancor più profonda in fogne piene di merda e altri elementi che si ritrovano in ambienti del genere, come topi, assorbenti mezzi decomposti e altra robaccia che in qualche modo non è riuscita a intasare i preziosi scarichi condominiali. Written in Blood non ha alcun senso, era fuori tempo massimo nel 2001 e nel 2021 fa letteralmente spavento, a partire dalla spavalderia con la quale, in Shadow World, ti si presenta con un giro di tastiera azzeccato per poi non offrire più niente d’azzeccato in tutta la sua durata. In Chainsaw Blast una motosega introduce blast beat misti a urla e chiasso alla Anorexia Nervosa, non voglio mai più sentirli.

 

4 commenti

  • “Starbelly” dei Pig Destroyer è la più bella canzone d’amore della storia. Perché è questo l’amore, non quello da favola raccontato da tutte le altre migliaia di canzoni scritte sul tema (siano esse pop, rock o chissà cos’altro).

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  • Heathenreel è il loro album più sincero e degno di ascolto, assieme alla demo.
    Già al successivo perderanno in genuinità, ma Pagan Purity è un inno alla gioia dei nostri tempi.

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    • Degli Elvenking, sarò di parte, ma non ho mai trovato un album brutto, o sottotono. Ogni disco è sempre riuscito a catturare un “mood” differente della band, che ha molte più sfaccettature rispetto a quel che si può presumere dall’etichetta pagan / folk / power quel che si vuole. A volte sanno esprimere una malinconia che è quasi “finnica”. Per me enormemente sottovalutati.

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      • Eh, ma avevo fatto la bocca su quel sound del primo album. Con Wyrd e The Winter Wake hanno cominciato a pompare la produzione snaturando molto del sound. Da The Scythe in poi sono diventati mezzi heavy metal. Red Silent Tides mi sembro` il lavoro di un’altra band, a confronto di Heathenreel.
        Senza contare che purtroppo Damnagoras dal vivo rende meno 😦
        Dovrei forse risentire le produzioni piu` recenti.

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