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Arc: gli AGORAPHOBIC NOSEBLEED si danno al doom

15 marzo 2016

agotaphobic_arcTra Agorapocalypse (2009) e Book Burner (2012), ultimi lp delle due creature principali di Scott Hull, il segretario di Stato americano del grindcore, un parallelismo si può fare. Entrambi sembravano partire dall’intento chissà quanto intenzionale di essere il “disco definitivo” delle rispettive band, quello che ne riassuma in maniera più esaustiva la filosofia sonora e la presenti in maniera più lineare e accessibile, nei limiti entro i quali si possono usare questi termini in relazione a gente come gli Agoraphobic Nosebleed e i Pig Destroyer. Tra i due sono sempre stato più affezionato ai primi, quindi mi era dispiaciuto che negli ultimi anni Hull li avesse tralasciati, privandoci dei consueti due o tre 7″ l’anno. L’ultimo split è quello (peraltro notevolissimo) con i Despise You , e parliamo di un lustro fa. Era di preciso dall’adorabile ep natalizio del 2012 Merry Chrystmeth che non pubblicavano nulla. E dopo un po’ Scott Hull ti manca. L’impressione è quella che i Pig Destroyer siano diventati il suo “gruppo ufficiale”, quello su cui investire maggiormente in termini di tempo, promozione e cura, e che gli Agoraphobic restino il cazzeggio di lusso da utilizzare per gli scleri più tossici ed estemporanei. Il che non è necessariamente un male, anzi. Dipende da che ne viene fuori.

Gabellato come nuovo full, Arc è composto da tre tracce di una decina di minuti circa ciascuna orientate esattamente sulla roba che va di moda ora tra i trentenni iommisti fattoni che vanno al Roadburn e hanno un debole per il suono di New Orleans, target di mercato nel quale mi riconosco a pieno titolo, figuratevi. Il punto è che di ‘sta roba ne esce talmente tanta, e con un livello qualitativo medio rispettabile, che mi frega poco di ascoltarla dagli Agoraphobic Nosebleed. Mi sento direttamente i Down, anche se adesso ai festival europei non me li posso vedere perché Phil Anselmo ha fatto il saluto romano. Not a daughter inizia con un riff alla Crowbar e prosegue con armonizzazioni sabbathiane. Tutto molto bello, per carità. Però non mi lascia niente. Deathbed e Gnaw sono sludge a stelle e strisce standard, genere inflazionato in maniera pericolosa già da troppo tempo. E non c’è nulla di pazzoide, malato, disturbante, tutti aggettivi ai quali ti aspetteresti di poter ricorrere in un articolo sugli Agoraphobic Nosebleed. I Weedeater pezzi così li scriverebbero pure da lucidi. E, qualora ve lo steste chiedendo, no, il parallelismo con Natasha dei Pig Destroyer (sempre mezz’ora buttata su tempi lenti ma costituita da una traccia sola) invece non si può fare. Quello sì che era un fottutissimo incubo. L’unica spiegazione è che Scott abbia smesso con le droghe chimiche (cosa che i tre anni di silenzio pressoché totale potrebbero lasciar intuire) e sia passato alla marijuana. Deve ancora entrare bene nella dimensione, allora. (Ciccio Russo)

 

One Comment leave one →
  1. sergente kabukiman permalink
    19 marzo 2016 16:59

    scott hull che si da allo sludge(a modo suo) in teoria dovrebbe mandarmi ai matti, e invece il risultato è un po’ meh. speriamo per il futuro,vah..

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