I Megadeth dalla trasformazione di Mustaine in John Wick ai tempi nostri

Il seguente articolo prende forma circa un anno fa, subito dopo lo speciale sugli Anthrax, allorché rifletto e scelgo di proseguire con l’approfondimento dei Big Four. Pur di non saturare con l’argomento, tengo tutto da una parte in una cartella chiamata “bozze” e rimando. Finché, un giorno, l’undici o il dodici di maggio, mi torna la voglia e lo concludo in una mattinata. Nel breve lasso di tempo che segue Dave Ellefson schizza da tutte le parti, lo registrano, divulgano a mezzo Twitter e poi tentano di chiarir tutto; in risposta i Megadeth lo difendono e subito dopo lo cacciano. Non si può mai campare tranquilli.

Mi ritrovo dunque a parlare dei Megadeth nuovamente orfani di Ellefson, e del Dave Mustaine al cospetto di un qualcosa di distante dal vago concetto di “band”. Nuovamente, l’aria che tira è quella delle grandi rivoluzioni strategiche e psichiche, come quando, all’uscita di The System Has Failed e United Abominations, cambiavano tutti, proprio tutti, attorno a un fulcro consistente nella stella più brillante ed anche in punto di fusione: il Biondo. L’articolo che segue narrerà principalmente degli ultimi Megadeth, e, ci tengo a precisarlo fin da adesso, non lo ritoccherò neppure se accadranno gravi avvenimenti quali la cacciata di Kiko Loureiro o l’ingresso in pornografia da parte del loro ex bassista per mezzo d’un canale intitolato Fake Rhythmic. Rimarrà così, inalterato.

Perfino ora, che si limitano a suonare banalmente “alla Megadeth”, sono loro il gruppo speed o thrash di punta dal quale m’aspetto ancora un guizzo, poiché Endgame, ed a seguire Dystopia, nonostante privi di quel rancore e di quello strazio interiore tipici del Biondo, si sono rivelate due piacevolissime pubblicazioni. Questo parallelamente al vivacchiare entro i confini d’una comfort zone – tale la definirebbe ogni sitarello di psicologia spicciola – tipico dei vari Exodus, Testament e ahimé Death Angel, nonostante alle suddette band sia capitato di tutto, a partire dai problemi di salute (talvolta definitivi) dei vari Paul Baloff, Tom Hunting e Chuck Billy.

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Gli album degli ultimi Exodus, per farla breve e per basarmi su uno solo di quei nomi, mi trasmettono un’incontenibile voglia di ributtarmi su quei dischetti minori, ma determinati, voluti e personali, che uscirono negli anni Novanta dell’arrivismo e dell’invidia, come Force of Habit. Che perlomeno si distinguevano da tutti gli altri.

A proposito d’invidia…

Era comune, in quegli anni, che il carattere di certe formazioni fosse di tipo spiccatamente predatorio. Gli Anthrax sono fuggiti per una vita da coloro che intendevano prenderne il posto all’interno di quel quartetto. Ma non dovettero guardarsi le spalle dai Megadeth, che già avevano una poltrona prenotata per sé. I Megadeth, o meglio Dave Mustaine, scrutando costantemente all’insù come in una scalata, costruirono tutta una carriera sulla rincorsa ai Metallica, piaccia o non piaccia.

Tutto cominciò quando il Biondo, direi tendente al rosso, si vide bombardare di calci il proprio cagnolino (secondo alcuni gli esemplari erano addirittura due) come fosse una di quelle palle ovali con su scritto Mitre. Nel caso non lo sapeste, lo screzio avvenne appena fuori dalla sala prove, allorché l’esemplare partorì l’idea di graffiare la carrozzeria all’auto dell’allora bassista Ron McGovney. In secondo luogo, Dave Mustaine, sbronzo, versò una birra addosso al compagno di formazione centrandone in pieno i pick up e dandogli la scossa elettrica: fu la fine.

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Dave Mustaine era tecnicamente fuori dalla band, sempre strafatto, sempre ubriaco, eppure se lo portarono appresso per qualche data già pianificata a New York. In quella breve tournée non fece che rompere il cazzo. Loro suonarono, ritornarono in albergo e lo mandarono via in maniera molto formale e distaccata. Che cosa persero?

Ben quattro canzoni del debutto portavano la firma del Biondo, fra cui la mia prediletta, Phantom Lord, mentre sull’album dalla copertina blu avremmo apprezzato la dilagante importanza del sostituto di Ron McGovney, che non nomineremo per evitare le inevitabili lacrime. Il contributo di quest’ultimo giunse ovunque fuorché in Trapped Under Ice ed Escape. Dave Mustaine lasciò traccia di sé sulla title track di Ride The Lightning, ma tutta quella roba l’avrebbe suonata l’ex Exodus Kirk Hammett.

Il Mustaine indipendente nacque artisticamente lì, dall’odio smisurato per i Metallica, prendendo gradualmente le distanze dalla personalità che ebbe contribuito a generare lo spirito punk del meraviglioso Kill ‘em All.

Peace Sells… But Who’s Buying e So Far… so Good… so What, in cui il punk fece eco per un’ultimissima volta, mostrarono le origini del solito problema che lo vede incapace di proseguire pacificamente con la stessa formazione. Fu doloroso con Poland e Samuelson, un po’ meno con i due diretti sostituti: ben più importante fu preservare l’indole rancorosa dei Megadeth in chi la originava, al costo di scoprire e giustificare cosa la originasse. E a non durare sarà proprio quest’ultimo aspetto.

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La formazione divenne inspiegabilmente stabile negli anni Novanta. Rust in Peace fu un capolavoro di scaletta e di stile, una delle migliori produzioni heavy metal del decennio, prosciugato quasi del tutto da quel tipico stile caustico, irriverente, marcio. Dave Mustaine per la prima volta venne a trovarsi al fianco di musicisti che sarebbero rimasti sulla nave per quasi dieci anni, sebbene Marty Friedman avesse rischiato di perdere il posto, prima ancora d’averlo, per colpa di una buona audizione con Lee Altus. Secondo la leggenda, Lee fu formalmente accettato da Mustaine, ma si preoccupò per la facilità con cui quest’ultimo si drogava e declinò l’offerta: il che mi ricorda certa gente in fuga dai Sodom perché in sala si beveva troppo. I Megadeth prendono Marty Friedman, Lee Altus diventa una pallina da flipper e passa dagli Angel Witch agli Heathen; prenderà infine casa negli Exodus quando questi ultimi perderanno un pezzo grosso, Rick Hunolt, per ragioni speculari. Un altro motivo per cui Marty Friedman rischierà di non entrare nei Megadeth fu un secondo provino, niente meno che con Madonna Ciccone, che però non avrà mai luogo.

È superfluo parlarvi dei loro anni Novanta, e ribadirò solamente che ho una fissa totale per Youthanasia. Un album enorme, soltanto un po’ lungo e contenente una delle ballad più fastidiose d’un intero decennio e che neanche nominerò. In compenso vanta classici minori come I Thought I Knew it All e una raffinatezza che ben spiega come Mustaine fosse transitato dallo speed’n’thrash all’heavy metal classico, facendone, ben presto, una versione personalissima e perfettamente riconoscibile, che prescindeva dalla velocità dei vecchi album senza lasciare eccessivi rimpianti. Perché questo? Lui mica voleva personalizzare l’heavy metal, lo fece e basta. La brutalità con cui avrebbe voluto segregare in uno scantinato Lars Ulrich e gli altri, alimentandoli con pane raffermo e topi, ben presto lasciò spazio a un qualcosa che ti divora il fegato velocemente: il rosicare.

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Sono dell’idea che ogni mossa di Dave Mustaine dal 1990 in poi sia stata fortemente condizionata da quello che, con smisurato successo, pianificavano e attuavano i Metallica. Alcune volte lo fece meglio, altre decisamente peggio. Il punto è che nella stramaggioranza dei casi arrivava sempre per secondo. I suoni ripuliti di And Justice for All richiamarono certe scelte finite sul diametralmente opposto Rust in Peace. I Metallica scelsero una produzione coraggiosa e che sacrificò in buona parte la sezione ritmica, esaltando chitarre ultra compresse; Mustaine, dal canto suo, ripulì e puntò tutto su tecnica e arrangiamenti, ma ottenne una qualità superba in controtendenza a quello che nel thrash metal si faceva fin dal 1984. Fu un suono pressoché inedito. Fu allora che Mustaine mise sotto i Metallica, ma dovette uscire con due anni di ritardo mentre il techno-thrash già boccheggiava. Il Black Album chiamò Countdown to Extinction, due titoli d’indubbio successo nonché best seller delle rispettive formazioni. Poi ai Metallica venne a mancare il titolo di mezzo, causa incessanti tournée: quello del 1993/1994. I Megadeth lo scrissero e non presentò granché dell’onda lunga del Black Album, giacché i riff moderni in apertura a Train of Consequences prescindevano in buona percentuale dai dettami originati nel 1991. Youthanasia fu tanto fuori tempo massimo quanto fu uno degli album più personali e “liberi” mai scritti da Mustaine, celebre ballad esclusa. Voleva la sua Nothing Else Matters, la sua roba che irrompe in televisione e non se ne va più. Eppure ricordo che molto spesso la programmazione serale di MTV gli preferiva proprio il video di Sweating Bullets, un pezzo troppo riuscito per essere vero, figlio di un dinamismo eccellente.

La serenità apparente di Mustaine cedette il passo al rosicare, di nuovo. Succede quando i Metallica si tagliano i capelli e iniziano a ragionare come turisti decisi a sbancare Las Vegas. Lì aveva un’opzione: fare l’equivalente di The System has Failed spostandolo temporalmente nel 1997, e cioè recitare la parte dei Megadeth mentre tutti interpretavano qualcun altro. Ma non disponeva di due cose: primo, la testa; secondo, la possibilità che un album del genere, in quell’anno, interessasse seriamente a qualcuno. Gli stessi Testament giravano al largo del thrash metal e non avevano ancora attraccato con decisione. Era ancora tempo di vacche da mungere. Per prima cosa venne confezionato Cryptic Writings, una svolta rock molto più impercettibile rispetto al netto, coraggioso e intransigente Load. Poi Risk, un album addirittura più brutto di Reload. Van Damme, i topi in copertina, va tutto male. C’è un batterista che non ha alcuna ragione d’esserci e Marty Friedman scappa a gambe levate. Ancora un po’ e non vedremo nemmeno il nome di Dave Ellefson, le fondamenta dei Megadeth, il miglior attore non protagonista in un duo che rasentava la perfezione. È il periodo più nero in assoluto: controversie, accuse, dischi brutti uno dei quali compie vent’anni proprio adesso.

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È allora che Mustaine innesta la retromarcia, e debbo nuovamente domandarmi quanto mi sia rimasto in testa dei Megadeth che seguono il loro album meno significativo e personale, quel The World Needs a Hero tutto giocato sul citazionismo e su basi un po’ inconsistenti.

Premetto che di Dystopia, Endgame e United Abominations, che ritengo essere i tre migliori proprio in quest’ordine, fatta eccezione per l’ultimo uscito non riesco a tenere a mente più di due o tre pezzi da ciascuno. Premetto pure che nutro una sorta di feticismo smisurato per gli album brutti, e che ci sono un paio di episodi di Super Collider per i quali vado pazzo. Kingmaker da Super Collider è una roba paurosa, di quelle che potrebbero tranquillamente starsene in quegli album là e non sfigurare: meglio una Kingmaker o un United Abominations che lavora da cima a fondo a mezzi giri? Non saprò mai rispondermi in modo definitivo. Credo che Super Collider sia stato l’ultimo guizzo del Mustaine che pretende di dar via un piccolo pezzo di culo pur d’ottenere qualcosina in più a livello di palcoscenico, e non è un album così osceno come al suo tempo lo fu Risk. È una carta giocata parecchio male, che puzza di riciclo. Avevo scommesso tanto su Super Collider, mentre reputo maggiormente una paraculata Thirteen (oggi uno dei titoli più facili da fraintendere assieme a Hangar 18, dopo che è emersa la faccenda Ellefson) mezzo aggressivo, mezzo volutamente alla Countdown to Extinction, e tutta quella roba “fan friendly”  composta senza spostare una sola virgola dal libretto d’istruzioni. Dave Mustaine ha questo problema qua, ora che si è tolto di dosso i Metallica e sporadicamente ci si scatta la fotografia assieme, come nel caso degli eventi legati ai Big Four. Ha preso come riferimento sé stesso e sta pubblicando solamente buoni album, che, dal canto loro, girano alla metà del potenziale del macchinario. I Megadeth sono molto più che questo, sono il sentimento negativo stante dietro al tizio che compone. In mancanza di esso sono un’ottima cover band ufficiale, la migliore, ci mancherebbe. Ma quello restano, concettualmente.

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Per cui, nel riascoltare gli ottimi Endgame e United Abominations, e nel constatare che l’attacco di Fatal Illusion mi è entrato tanto in testa quanto quello di Trust o di Architecture of Aggression subito dopo i mitraglioni alla One, giungerò al termine di un loro album con quella vivida sensazione d’incompletezza che soltanto i Megadeth attuali mi lasciano addosso. Ripeto, non c’è alcun rischio che esca fuori un album malvoluto da lì – a meno che non sia programmata una parentesi alla Super Collider – ma il coraggio, l’astio, lo spirito di rivalsa sono tutto quel che fonda i migliori album dei Megadeth e li rivedremo tanto quanto rivedremo all’opera la coppia con Ellefson. E tolte quelle caratteristiche potrò solo pretendere d’ascoltare un heavy metal formalmente impeccabile. Che aspettative, allora, per il loro prossimo loro lavoro, dopo l’alta marea portata da Dystopia che ha sì alzato l’asticella e dopo i problemi fisici capitati al biondo frontman?

Mi rendo conto che riascolto Dystopia ciclicamente, direi ogni cinque o sei mesi. Con puntualità. Mi rendo conto che lo conosco piuttosto a menadito e che Loureiro ha svolto un lavoro impressionante, una capacità d’amalgama con Dave, la sua, che da tempo non percepivo per colpa di scelte ricadute su Glen Drover, Chris Broderick ed altri asettici prodigi della robotica. Mi rendo conto che Kiko Loureiro è la solida base per alimentare, se non l’astio e l’irriverenza di Dave Mustaine, perlomeno la sua innata capacità di comporre musica funzionale. E anche se non considero Dystopia il loro Firepower, concettualmente ci va molto vicino, scoraggiato, semmai, dal fatto che i Megadeth hanno saputo vantare quella relativa continuità diciamo dal 2004 in poi, e non in un solo sussulto.

Non i Testament, e tanto meno i prevedibilissimi Exodus: se c’è un gruppo che ha perso rabbia e smalto e che ancora oggi ritengo possa offrire qualcosa, sono sicuramente i Megadeth. Specie ora che il bassista l’ha fatto incazzare. (Marco Belardi)

2 commenti

  • Concordo un pò su tutto, a parte nel considerare Endgame un bel disco. lo trovo sia irritante quella produzione plasticosa e quel diluvio di assoli, un’opera masturbatoria più che altro. Pure a me Supercollider è piaciuto, in generale ho sempre avuto un debole per la loro fase più easy, e assolutamente Youthanasia è magnifico (tolta a tout le monde). Ecco, lì si vede la vera distanza tra Mustaine ( un genio) e i Metallica (onesti mestieranti): un pezzo come train of consequences, con quella struttura lì, con quel riff lì, non sarebbe mai, mai potuto essere il parto del dinamico duo Hetfield/Ulrich. Adesso è un anziano e non mi aspetto nulla se non al limite un buon revival dei bei tempi che furono. Siamo in tutti sensi al tramonto dell’Impero, e da parecchio tempo anche

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  • D’accordo su tutto, meno che su United Abomination che proprio non riesco a farmi piacere (riascoltato poco fa, non sono riuscire ad andare oltre metà album; Glen Drover se la gioca alla pari con Pitrelli per lo scettro di chitarrista maggiormente fuori contesto dei Megadeth)

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